Eclissi d’amore. Racconto e bozza del racconto

Eclissi d’amore

Iannozzi Giuseppe

eclipse

Cinico annacquava il dolore nel vino. Dio, perché sei Dio?
Così pensava un trentenne disperato, non troppo, ma drogato fatto d’un passato non troppo lontano. Volse lo sguardo al cielo infinito: profondo e azzurro, occhi d’angelo svegli nell’immensità, e proprio per questo gli pareva più falso che mai. La disperazione forse però non era tanta come la forza dell’immaginazione di credersi traditi. Ma un rapporto di coppia s’invola nel momento in cui la comune anima che la teneva unita si sdoppia! E tradisci per non esser tradito. O ti guardi allo specchio interrogando l’immagine di te che mai vorresti riconoscere veramente, sino in fondo.

E’ luogo comune credere, ma la fede in un lui o in una lei è soggetta all’immagine orgogliosa che ognuno nutre di sé stesso. Più è forte l’orgoglio e più debole è l’ammirazione che nutriamo per la nostra metà.

Cinico pensava: ‘No, non ho detto che “ti amo”. Ho solo sussurrato il mio amore al tuo orecchio mentre a letto riempivo la tua ferita con la mia carne. Guardavo i tuoi occhi, ma sempre c’è stato un inconsolabile silenzio fra noi. Fra di noi. Era come… come se rispondendo ai miei sguardi, tu in essi affogassi me. Non so spiegare. Fare l’amore con te significava morire in te. Non c’era spazio per me nel tuo mare silenzioso: la tua anima annientava la mia. Fu ossessione e possessione?’
Non poteva far a meno di rimembrare, di interrogarsi senza mai trovare una risposta: ‘Quei ragazzi che eravamo noi, Dio mio, non ci credo, non sono più. Siamo adulti. O più semplicemente, persi. Ma dove, in quale parte del mondo? Potrei forse ammettere che, un milione di baci fa, il nostro amore fu scandito da ogni battito del nostro cuore. E però, sempre, questa risposta m’è insufficiente. Ingenuo che fui! Come un anonimo sorriso in una fotografia.’

Triste l’inverno: nevicava come in un film in bianco e nero. Il vento gli sferzava il volto consumato nell’espressione tipica di chi sconfitto. Una rabbia muta era smorfia a fior delle labbra, e niente di più. Randagio trascinava i passi accompagnando l’ombra di sé contro i muri solitari della città. Facevano in fretta a scomparire sotto la neve le orme: ogni dove che il suo passo esplorava era bianco e immacolato, mentre l’anima pareva negro veleno che volesse scivolar presto via dal petto. Sottovoce cantava parole su parole, senza significato perché il mondo, per lui, un senso non ce l’aveva. Non più. Se lei non era accanto a lui, lui non era. Stentava a comprendersi. Le orme lasciate sulla neve, troppo presto sparivano, sì tanto in fretta che dubbio gli era che non fossero le sue, bensì quelle d’uno sconosciuto. E il freddo penetrava nelle ossa: confusione di pensieri e unica certezza era il guscio vuoto del suo corpo abbandonato a esplorare la solitudine. Ciononostante sperava in un miracolo figurandosi come il Cristo in croce, che ancora spera nell’amore d’un Dio Padre, clemente nei confronti del suo unico figlio.

“Non ho bisogno di cadere un’altra volta nella trappola dell’amore. Sarebbe troppo facile cadere e poi rialzarsi, far finta di niente, ingoiare l’orgoglio, e cercare un nuovo amore da amare. Sarebbe troppo facile dire che voglio te, che ho bisogno di te. Perché dovrei gridare che la vita non ha più significato senza la tua compagnia accanto? Perché mai dovrei avvolgermi in un sudario di infinita tristezza? Perché formulare inutili perché? Sarebbe così semplice cedere e poggiare la testa sulle rotaie come fossero un cuscino! E restare così, per sempre ad ascoltare quell’eterno silenzio che si crea prima dell’arrivo d’una ferruginosa locomotiva…”.
Con gli occhi ridotti a dei lucciconi persi nella notte, improvvisamente, Cinico strinse a sé Salomè.
“Cinico!”, sussurrò lei con voce rotta, “il mondo è crudele…”. Avrebbe voluto saper dire qualcosa di più, ma le parole proprio non le venivano, e prigioniere rimasero dentro al cuore. “Il gioco preferito è per noi finito?”, domandò infine con un nodo alla gola.
Cinico non rispose. Non voleva saperlo. Non ancora. Dentro di sé pensò che seppur l’amore cieco ogni precordio delle passioni però scandaglia!
Cinico apparteneva a quella razza maledetta che da sempre usa (osa) dirsi dei poeti. Salomè era la compagna perfetta per uno come lui: nell’intimità del suo cuore, s’immaginava principessa sacrificata a un amore impossibile, ostacolato dall’educazione sentimentale del momento storico che le loro anime, di lei e lui, vivevano.

Le lenzuola riposavano sul letto disfatto, ancora profumate del sudore dei loro corpi avvinghiati. L’aria viziata e nella testa un solitario presentimento. E in silenzio le lacrime nelle lacrime affogava. Non le asciugava. Non avrebbe avuto senso perché vero non è che il tempo, prima o poi, aggiusta tutto. Andar via non era possibile, non con quel presentimento vago che sussurrava al cuore che qualcosa di brutto sarebbe presto accaduto. L’incertezza di non sapere quanto brutto il futuro destino, lo proiettava nell’inferno della passione, finita eppur nel cuore ancor rovello.

Bozza del racconto

Cinico annacquava il dolore nel vino. Dio, perché sei Dio?
Così pensava un trentenne disperato, non troppo, ma drogato fatto d’un passato non troppo lontano. Volse lo sguardo al cielo infinito: profondo e azzurro, occhi d’angelo svegli nell’immensità: gli pareva finto. E la disperazione forse non era tanta come la forza dell’immaginazione di credersi tradito.

Un rapporto di coppia s’invola nel momento in cui la comune anima che lo teneva unito si sdoppia!

Tradisci per non esser tradito. O ti guardi allo specchio interrogando l’immagine di te che mai vorresti conoscere veramente a fondo.

Ho pregato l’infinito perché la tua piccola bocca mi desse grandi baci che tutta divorassero l’alma mia. E l’immensità m’ha inghiottito in una bara in te sepolta.

E’ luogo comune credere, ma la fede in “un lui” o in “una lei” è soggetta all’immagine orgogliosa che ognuno ha di se stesso. Tanto più forte è l’orgoglio e tanto più debole è l’ammirazione che nutriamo per la nostra metà.

No, non ho detto che “ti amo”: ho solo sussurrato il mio amore al tuo orecchio, mentre a letto riempivo la tua ferita con la mia carne.

“Io guardavo i tuoi occhi, ma c’è sempre stato un inconsolabile silenzio, fra di noi. Era come… come se rispondendo ai miei sguardi, tu, tu in essi affogassi me. Non ti so spiegare. Ma farmi fare l’amore da te era morire in te. Non c’era spazio per me nel tuo mare silenzioso: la tua anima annientava la mia. Era possessione?”

Quei ragazzi che eravamo noi – Dio!, non ci credo – non sono più. Siamo adulti. O più semplicemente, persi.

“Cosa ho fatto?”
Ingenuo come un sorriso anonimo in una fotografia.

“Un milione di baci fa, il nostro amore era scandito da ogni battito del nostro cuore.”

Triste l’inverno nevicava, come in un film in bianco e nero. Il vento gli sferzava il volto consumato nell’espressione tipica di chi si dice sconfitto. Una muta rabbia era smorfia sulle labbra, un fiore basito, niente di più. Randagio trascinava i passi accompagnando l’ombra di sé contro i solitari muri della città: neve per le sue orme e l’ombra di sé sui muri. Ogni dove che il suo passo esplorava era bianco, mentre l’anima pareva veleno che volesse scollarsi dal petto. E piano cantava, parole su parole senza significato ché il mondo, per lui, un senso non ce l’aveva. Non più. Se lei non era a lui accanto, lui non era. Stentava a comprendersi. Le orme lasciate sulla neve, dubitava fossero veramente le sue. Il freddo penetrava nelle ossa: confusione di pensieri, e unica certezza era il guscio vuoto del suo corpo abbandonato a esplorare solitudine.

Le lenzuola riposavano sul letto disfatto, ancora profumate del sudore dei loro corpi avvinghiati. L’aria viziata, e nella testa un solitario presentimento affogava lacrime nelle lacrime. Non le asciugava, non avrebbe avuto senso perché non è vero che il tempo, prima o poi, aggiusta tutto. Andar via non era possibile, non con quel presentimento vago che al cuore gli sussurrava che qualcosa di brutto sarebbe accaduto. L’incertezza di non sapere quanto brutto fosse il destino la proiettava nell’inferno della passione finita, eppur nel cuore ancor viva.

Sperava in un miracolo pensandosi uguale a un Cristo in croce che ancor spera nell’amore di un Dio Padre, clemente nei confronti del suo unico figlio.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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3 risposte a Eclissi d’amore. Racconto e bozza del racconto

  1. Rosy ha detto:

    Ti rispondo in questo modo Beppe:

    Nel buio della mente
    cercando…
    pensieri evaporati
    per intimi tormenti
    che galoppano
    con l’animo in mano
    cercando…
    domande per risposte
    ormai scordate.

    E’ molto triste questo racconto che ci hai riproposto – e che dire, mi ha ricordato un destino crudele.

    Rosy

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Con una poesia non mia. ^_^ Però bella.

    E’ un molto ma molto vecchio racconto, di 12 anni or sono. Ho qui proposto il racconto nella sua stesura definitiva e la bozza da cui è nato.
    I personaggi soffrono d’una certa ingenuità che gli ho purtroppo confermata io. E sì, è un po’ triste. Chissà a che pensavo quando lo scrissi. Davvero non lo saprei dire, tranne che è un parto della mente, della fantasia. Ricorda sì, un destino crudele, per entrambi i personaggi che non sanno incontrarsi, su nessun piano.

    ❤ ❤ ❤

    Beppe

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  3. Lady Nadia ha detto:

    Straziante Beppe. Bella all’infinito. Una rinuncia in onor del proprio bene o di quello altrui, una ferita aperta sanguinante che impiegherà tantissimo tempo a rimarginarsi.
    Ah la triste malinconia dei poeti…….
    Bellissimo pezzo.

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