Il cuore nero del sabato sera

Il cuore nero del sabato sera

Iannozzi Giuseppe

girl

Quando glielo prese in bocca comprese in maniera inequivocabile che era quello di un vecchio: il sapore che il seme le lasciò in bocca era amaro. Finalmente lui accese la luce e la faccia dell’uomo fu davanti a lei: sotto la luce del lampione l’aveva ingannata, non sembrava troppo attempato, ma, adesso, guardandolo bene era più in là con gli anni di quanto avesse immaginato. Tirò fuori il rossetto dalla borsetta e se lo passò sulle labbra, mentre il cliente si aggiustava la patta dei pantaloni: non si guardò nello specchietto retrovisore per rifarsi il trucco, la linea della sua bocca la conosceva bene. Si lasciò accompagnare sotto il lampione dove l’uomo l’aveva raccolta. Per tutto il breve tragitto non scambiarono una sola parola. Lei smontò dalla Porsche, diede un rapida occhiata alle altre compagne sul ciglio della strada a battere, chiuse poi la portiera della macchina con cinica delicatezza pensando che il giorno appresso avrebbe fatto lo stesso con un altro cliente.

* * *

contenuti esplicitiGuardò il cielo, nero come la pece: solo i lampioni nella notte erano pallide stelle. Nell’aria stagnava l’odore della carne in vendita, il sudore. Una volta le era capitato di andare con un tizio che non aveva voluto sentire ragioni; lei glielo aveva detto che aveva le sue cose, ma lui niente, l’aveva voluta lo stesso. L’aveva presa prima da dietro mettendoglielo in culo, poi aveva cominciato a succhiarle la figa, il mestruo, come un vampiro assetato. Quella notte, chissà perché, le tornò in mente la faccia bianchiccia dell’uomo che le aveva regalato il suo nome di battaglia, Semiramide. Non l’aveva incontrato mai più. La Santa, così la chiamavano tutti nel giro, l’avvicinò per farsi dare del fuoco: Semiramide le passò lo Zippo e la Santa si accese la sigaretta penzolante fra le labbra, poi gliene offrì una. Semiramide non aveva voglia di fumare: scosse il capo.
“Non sei in vena?”
“Non lo sono mai. Che differenza farebbe anche se lo fossi? Nessuna”, buttò lì Semiramide, senza né pentimento né rimorso alcuno nella voce. “E’ solo che la notte è così profonda!”, aggiunse subito dopo, con voce tremula simile al rumore d’un bicchiere che si sconquassi sulla durezza del pavimento.
“Te l’ho già raccontata la storia di Santo Stefano?”
”Un milione di volte, come minimo. Risparmiati.”
“Tu non dici mai niente… Intendo che non lo dici quello che provi. E invece dovresti.”
”Non amo le prediche.”
“Tu non ami nemmeno te stessa.”
”C’è qualcosa di male forse? Io non ti faccio mai la predica.”
Stefania, La Santa, rimase in silenzio per un paio di secondi, poi si limitò a passarsi una mano inanellata tra i cernecchi neri. Gettò via il mozzicone e lo spense sotto la scarpa con la zeppa.
“Sono terribili quelle zeppe che tieni ai piedi”, le fece notare Semiramide.
“Ai clienti piacciono, glielo fanno venire più duro.”
“Già! A te ti piacciono i clienti soprattutto.”
”Si può dire che c’ho la vocazione per la pietà e il supplizio gratuito.”
Semiramide le sorrise assente.
“Quanti te ne sei fatti stanotte?”
”Non lo so.”
“E quanto hai preso?”
”Non li ho contati.”
”Sei proprio la vergogna della categoria: una puttana che non bada al suo guadagno…”.
“Sì, lo so. Sono una gran puttana. Tu, invece, sei una professionista, cinica fino all’ultimo centesimo.”
”E’ quasi l’alba.”
“Peccato! Ora che stavo iniziando a divertirmi.”
Semiramide evitò ogni commento, schioccò però le dita e La Santa le allungò una Muratti.

* * *

Davano un talk show in tv, uno di quelli dozzinali: Semiramide, distesa sul divano, lo guardava distrattamente. Per tutto il mattino aveva cercato di prender sonno, ma non le era riuscito, si era così decisa a distrarsi in maniera innocente, o stupida. C’erano due ospiti, uno un politico, l’altro un aspirante scrittore: li conosceva entrambi, da ben prima che apparissero in televisione. Erano stati entrambi suoi clienti; il politico aveva avuto delle grane per una questione di tangenti; lo scrittore aspirava invece a diventar famoso, aveva già pubblicato parecchi racconti per piccole riviste di genere, senza mai ottenere successo, era dunque un aspirante in tutti i sensi. Ed entrambi erano noiosi, come i loro orgasmi: il politico prometteva che avrebbe trovato lavoro per tutti se avesse vinto le elezioni, lo scrittore si lamentava perché aveva il Capolavoro nel cassetto e nessun grande editore si era ancora sprecato di chiederglielo in lettura. Erano vecchi, consumati dalle loro ambizioni: il loro seme lo ricordava, amaro e avariato. Non avrebbero combinato nulla di buono, poco ma sicuro. Semiramide, improvvisamente, si sentì assalire dal sonno; chiuse gli occhi e si addormentò con la televisione accesa, forse cullata dalla voce dell’aspirante scrittore: “Io diventerò famoso, il più famoso di tutti… il mio non è semplice pissing! Il mio non è semplice pissing d’effetto… il sesso io ce lo metto quando serve veramente e non alla cazzo di cane come fan tutti, perché io scrivo la letteratura, porca puttana!”

* * *

Pioveva a dirotto: sarebbe stato un po’ difficoltoso attirare dei clienti. Semiramide entrò in un bar: trovò, come sempre, La Santa ad aspettarla.
“Questa sera piove come Dio comanda! Dio ci piscia addosso.”
Semiramide fece un cenno al barista, che doveva conoscere bene, e questi le preparò subito il solito.
“Non può piovere per sempre.”
“Già!”, sbuffò divertita. “Questa l’hai rubata da un film, non è tua.”
”Tutti rubano, io non faccio eccezione.”
Un caffè nero bollente e un bicchiere di latte fresco furono messi sotto i suoi occhi, con gentilezza. Semiramide raccolse la tazzina di caffè e la versò lentamente nel latte, poi aggiunse due zollette di zucchero e girò il tutto con il cucchiaino.
“Sei la sola a farti il cappuccino così, in un bar intendo.”
”Mi piace così.”
“Non voleva essere un rimprovero.”
”No, non che non voleva esserlo: è che a me piace così, come a te piace farti scopare da quelli che ce l’hanno lungo e duro, più del normale.”
“Sei volgare.”
”Dico solo la verità.”
“Sì, forse. C’è forse qualcosa di normale secondo te?”
”Niente.”
Silenzio.
“Niente”, ripeté La Santa con aria assente, quasi meditabonda. “Dal niente veniamo e nel niente torneremo, il grembo che ci ha dato alla luce è uguale alla tomba che domani ci accoglierà…”.
“Sempre la solita. E per distrarti, nell’intanto, tra grembo e tomba ci metti più sesso che puoi.”
”Non vedo perché no. E’ un modo come un altro per riempire la vita.”
“Io non voglio riempirla.”
”E allora perché lo fai… solo per i soldi?”
“Per i soldi.”
”Anche quelli riempiono qualcosa.”
“Riempiono? No, sono in circolo sempre, come la droga. Più ne hai, più ne vuoi, anche quando non ne hai veramente bisogno.”
“Cinica.”
“Non può piovere per sempre”, e così dicendo buttò giù il suo cappuccino.
“Andiamo!”
La Santa scosse il capo: “Fuori piove, a dirotto, se non te ne fossi accorta. Non ci sarà nessuno.”
”Non ti preoccupare, tu troverai sicuramente qualcuno che ti terrà al caldo per questa notte.”
La Santa ignorò la battuta velenosa, o fece finta, e cambiò discorso: “Com’era stamattina il cielo? te lo ricordi il colore?”
Semiramide mise su un sorriso a metà, una smorfia quasi: “Rosso. Sì, era rosso.”
“E’ nel pomeriggio che il tempo si è guastato.”
“Può darsi, dormivo.”
Il barista non si era persa una parola del dialogo fra le due, solo recitava la parte del finto tonto.
“Ora andiamo?”
Uscirono dal locale, sotto la pioggia: l’uomo da dietro il vetro della vetrina le osservò bagnarsi lentamente, poi scomparvero dalla sua visuale.

* * *

Smise di piovere che era già quasi l’alba. Semiramide non aveva concluso grossi affari, un paio di bocchini a bruciapelo e una spagnola, tutta colpa della pioggia. Quando si era messa in mostra sulla strada insieme a Stefania pioveva di brutto, ma La Santa era stata fortunata, se l’era caricata un giovane con un macchinone da figlio di papà. Era già quasi mattino fatto e il cielo stava assumendo delle venature rosse sopra le nuvole a diradarsi. Liliana, una trans sulla cinquantina male in arnese in ogni senso, aveva il trucco tutto sfatto e gli occhi rossi come due pomodori spremuti, quando le gridò addosso che alla Santa l’avevano sfondata.
Le ci volle una pazienza della madonna per calmarla un poco e farsi spiegare che cosa era successo. Liliana annegava la voce nei singulti in preda a una crisi isterica, mentre raccontava: “L’hanno sfondata… una cosa così… non credevo fosse possibile… mi è venuta… cioè l’ho incontrata che non si reggeva più in piedi… il sangue le colava lungo le gambe… addosso aveva i vestiti ma tutti strappati… pareva fosse uscita da un tritacarne… l’ho raccolta fra le mie braccia… ma era pesante… no, era leggera… è morta fra le mie braccia senza dire una parola… Il volto, il suo volto, mio dio!, era bianco, bianco come quello di un angelo…”.
“Tu non lo sai come sono gli angeli!”, le fece notare Semiramide. “Tu non lo sai, non hai mai visto in faccia un vero angelo. E lo sai perché? Perché non esistono.”
Liliana, a queste parole, diede sfogo a tutta la sua isteria. Semiramide non la degnò più di un solo sguardo e la lasciò là dov’era, per terra, sporca del sangue della Santa, piangente, prossima a un collasso nervoso.

La trovò: era meno di una bambola, senza vita. Giaceva su sé stessa, adagiata sul fianco destro, in mezzo a una pozza di sangue. Si inginocchiò per guardarla meglio, per vedere la sua faccia: negl’occhi c’era ancora il terrore di chi si sa d’esser spacciato per sempre. Le sorrise, per l’ultima volta. Poi le chiuse gli occhi senza dire una parola. Aveva ancora con sé la borsetta: frugò al suo interno, solo pochi spicci… meglio quelli che niente.

* * *

Dopo la morte di Stefania La Santa, battere non fu diverso per Semiramide, non per le sue colleghe però, soprattutto per Liliana che aveva cominciato a blaterare sciocchezze di ogni tipo: si era messa in testa di abbandonare la strada, di rifarsi una vita. Però il culo lo doveva dar via anche se aveva paura: no, non avrebbe cambiato vita, non tanto facilmente e non così presto, per un incidente.

Alla radio passava una vecchia canzone di Tom Waits, Fumblin’ With The Blues: “You know the ladies I’ve been seeing off and on/ Well they spend your love and then they’re gone/ You can’t be lovin’ someone who is savage and cruel/ Take your love and then they leave on out of town/ No they do…” (*). Gracchiava e non era solo la voce di Tom, era la puntina sul disco, un vinile sicuramente.
“E’ davvero brutto quello che è successo a Stefania…”, buttò lì il barista, asciugando un bicchiere con un vecchio panno che doveva aver visto giorni migliori.
“Sono i rischi del mestiere.”
Il barista alzò allora gli occhi su Semiramide: il suo volto non tradiva alcuna emozione, era il ritratto perfetto del cinismo incarnato. “Era tua amica se non sbaglio…”.
“No, non lo era. E anche se lo fosse stata, non cambierebbe nulla: sono i rischi del mestiere.”
”Morire a quel modo!”
Semiramide non fece una piega, non si commosse affatto, né le venne in mente di pensare al volto esangue di Stefania.
“Morire a quel modo, non è giusto!”, aggiunse l’uomo. “Chi può aver fatto quello che ha fatto senza…”.
”Tu parli troppo per essere un barista, lo sai?”, lo rimproverò Semiramide. “L’ha sfondata, non c’è niente di strano, e lei c’è rimasta. La colpa è sua, non del cazzo lungo e duro di quello lì. E poi a lei piacevano grossi, molto grossi. Lei era così…  non avrebbe desiderato una morte diversa da quella che ha avuto. Non c’è colpa, nemmeno per lei. La colpa è ridicola di per sé, è ridicolo parlarne qui, ora, con te”, aggiunse con naturale freddezza.
L’uomo ingoiò a vuoto: la gola la sentiva arida, la fronte invece madida di freddo sudore. Provò a tirar fuori due parole, due qualsiasi, quando però aprì la bocca gli riuscì solo di emettere un suono rauco, incomprensibile. In quel momento finì Fumblin’ With The Blues e la voce del deejay annunciò la pubblicità.

* * *

Era il vecchio, quello della Porsche: a volte accade che i clienti si affezionino a una puttana, soprattutto quelli vecchi sono degli abitudinari. Salì senza batter ciglio. Lui non le disse nulla, lei sapeva già che cosa voleva, quale servizietto.
“Che ne diresti di abbandonare la strada? Potrei farti essere la mia segretaria.”
Semiramidel finse di non aver sentito: “Riportarmi dove mi hai trovata.”
“Ho bisogno di una persona in gamba, di una come te”, continuò il vecchio.
“Tutti abbiamo bisogno di qualcuno. Io però no.”
“Vuoi continuare a fare la puttana dunque, per tutta la vita?”
”Perché no? E ora riportami al mio posto.”
I vecchi sono tutti così, o quasi: romantici e disillusi, non sono come i giovani. I vecchi si affezionano, credono nella donna che gliela dà per soldi, e la credono madre, figlia e sorella. Sono così, disillusi e romantici, patetici, e nel seme amari. Non sono pericolosi i vecchi, non uccidono le puttane; i giovani invece amano soprattutto ammazzarle le puttane, le odiano sempre, in ogni caso, perché gliela smollano solo per i soldi, perché a volte gliela danno nel tentativo di illudersi, di credersi donne normali.
“Pensaci…”. Ma Babylonia era già fuori dalla portata della preghiera del vecchio con la sua cazzo di Porsche.
Semiramide cantava, cantava da sola nella notte profonda, facendo la sua strada: “I’ve had enough of scheming and messing around with jerks/ My car is parked outside, I’m afraid it doesn’t work/ I’m looking for a partner, someone who gets things fixed/ Ask yourself this question: Do you want to be rich?” **

* * *

Il racconto non era male, peccato ci fosse poco sesso davvero. Al solito l’autore non era riuscito a confezionargli qualcosa che si potesse vendere facilmente, tutta colpa del suo vizio di buttarla sul sociale. Il vecchio editorialista tossì brevemente. Di questo passo il già vecchio S.S. non sarebbe diventato mai un grande scrittore, d’altronde con gli aspiranti è così, anche se si ripassano tutti i talk show messi in piedi dalle troie di regime. Lo chiamò. Alla fine, dopo aver sentito per l’ennesima volta i pianti isterici di S.S., si era lasciato convincere: l’avrebbe pubblicato sul prossimo numero della Rivista. Con un sospiro, quasi di sollievo, chiuse la comunicazione: rimase per un paio di secondi con la cornetta del telefono in mano, come in attesa di un miracolo, di qualcosa…

Con un gemito incastrato nella gola, lui, il grande vecchio editorialista, venne nella bocca di lei: una segretaria migliore non avrebbe mai potuto trovarla, neanche se avesse girato tutto il mondo. Aveva fatto bene a raccoglierla dalla strada, aveva fatto davvero bene. Non sapeva battere a macchina né sapeva cosa fosse la stenografia, ma i pompini li staccava con tanto di quell’amore che nemmeno un angelo! Le accarezzò la testa, come si fa con un animale ben ammaestrato.
“Prendi questo!”, le ordinò mentre finiva di sistemarsi la camicia che si era tutta spiegazzata.
“E’ di quel tizio, di S.S.?”
”Sì, la solita robaccia. In appendice alla Rivista, mi raccomando”. Sospirò, e aggiunse, quasi le dovesse una spiegazione: “Qualche povero stronzo lo leggerà sicuramente… Almeno due intellettualoidi annoiati e falliti lo scambieranno per propaganda di sinistra, e la Rivista ci farà la sua cazzo di figura…”.
“Io non so niente di marketing”, pigolò lei, con una punta di mortificazione nella voce.
Il vecchio editorialista la guardò con tenerezza: se si fosse sposato per tempo, se avesse avuto una figlia, be’, sarebbe stata proprio come lei. Una lacrima gli si formò intorno alla cataratta dell’occhio sinistro; subito la nettò con il dorso della mano. “Avanti, datti una mossa!”, le ordinò con voce quasi rotta dalla commozione.
Il telefono squillò. Si aggiustò la voce grattandola sulla gola e rispose. Per un breve istante gli riuscì di catturare l’immagine del bel culetto scodinzolante della segretaria, poi scomparve dietro la porta e lui rimase completamente da solo con l’Assessore al telefono: “Sì, certamente… sarà fatto Assessore, come sempre… lei lo sa che la Rivista l’appoggia in pieno…” .

* Fumblin’ With The Blues, Tom Waits, The Heart Of Saturday Night (1974)
** Opportunities (Let’s Make Lots Of Money), Pet Shop Boys, Please (1986)

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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6 risposte a Il cuore nero del sabato sera

  1. Lady Nadia ha detto:

    Una storia tragica. Infelicità e rabbia fanno da sfondo a queste vicende intrecciate tra loro, senza parsimonia di termini espliciti, ovvi nel gergo dei protagonisti e nell’ambito delle vicende.
    Mi è spiaciuto per la fine di Santa, vi ho scorto dei moralismi nascosti. Mi hai fatto conoscere delle sensazioni, addosso a questi personaggi, alle quali altrimenti non avrei mai pensato. Un mondo dal quale noi perbenisti stoamo alla larga ed egoisticamente lasciamo che tutto accada. In effetti mi hai stupito perchè, nel dipingere questi protagonisti non hai ceduto nè al banale nè ai sentimentalismi. La morte della prostituta viene dai suoi simili, per primi, snobbata. Pare che non importi a nessuno, tranne che al caro vecchietto barista. Ed è così.
    La foto? Cosa dire…dal mio punto di vista un po’ troppo svestita!😊😊😊😊😊
    Ciao Bravo!

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  2. furbylla ha detto:

    ottimo direi che è riduttivo. una immagine senza fronzoli di una bruttissima realtà ma non peggiore di tante altre di questo mondo.
    Buondì
    Cinzia
    (devi correggere la seconda “porche”)

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Credo di aver ritratto solo una delle tante forme del malaffare che ci sono e che è bene non ignorare. Sicuramente non è la sola realtà di questo mondo e forse non è la peggiore.

    Buongiorno, Stregaccia ^_^

    beppaccio

    P.S.: Grazie, corretto.

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Una storia tragica, che temo sia un po’ la prassi per le realtà che ci viviamo nostro malgrado addosso. Certo non sono Truman Capote, ma credo che per dire di certe cose che accadono non si possa far a meno di usare un linguaggio diretto, perché diversamente si finirebbe solo con il mascherare ciò che si vuol descrivere. Il linguaggio esplicito è dunque funzionale all’argomento trattato, affinché sia credibile e sia fotografia, seppur in un ambito di finzione letteraria.

    C’è del simbolismo, come la scelta precisa di dare i nomi: Stefania la Santa e Semiramide non sono stati scelti a caso. Possiamo forse dire che qui si rappresenta il malaffare, la prostituzione come moneta di scambio, una guerra millenaria che ci vede tutti compromessi, cattivi, cinici, adusi a considerare il prossimo come una macabra controfigura di noi. In questo racconto tutto accade a sangue freddo.

    beppe
    La foto? Oh, solo un orpello, null’altro.

    Grazie infinite per il commento davvero ben argomentato.

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  5. romanticavany ha detto:

    Ciao King.
    Ho letto il racconto saltando qua e la, ma la sintesi l’ho recepita.Che mondo schifoso hai descritto.
    Sicuramente da qualche parte esistono queste situazioni, così crude, agghiaccianti, e umilianti… è proprio giusto il titolo :il cuore nero del sabato, tu hai scritto… ma io direi della notte.

    Buon pomeriggio King, 1 Bacio a te e a Cinzia ♥

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Ah ah ah, non sei riuscita a leggerlo tutto, solo dei piccoli brani. Non sei cambiata, Violetta. ^^ E questo è per me molto buono, vuol dire che continui a essere una bimba. ^^

    Ho descritto un mondo schifoso, è vero. E però c’è anche un mondo che è così.
    “Il cuore nero della notte” dici? Grazie, potrebbe essere il titolo di un nuovo racconto che tratti di queste cose un po’ così e così.

    Bacetti a catinella, bimba Violetta e buona serata. ♥ ♥ ♥

    orsetto

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