Niente al Niente – Poesie: inedite, rare, nuove versioni – Iannozzi Giuseppe

Niente al Niente

Poesie: inedite, rare, nuove versioni

Iannozzi Giuseppe

swimming pool

swimming pool

La poesia è un bel modo per confessare a sé stessi che si è degli incapaci.

Giuseppe Iannozzi

Niente al niente

Si vede che non ho
Che quel che ho
Ma confrontiamo
Chi sta qui e chi invece
Non si sa dove

Scimmie siamo
E domani chissà
Una nuova genesi,
O una Odissea
Senza né capo né coda

Ha mai visto Cristo
Scendere dalla croce
In un giorno di festa?
Senza sosta si ripete,
Come un pappagallo
Hai mai visto il gemello
Predicare una novella?

Giudichiamo il giudice
Prima che sia quel che sia
Dovrebbe essere questo
Il momento giusto
Ed allora perché di nuovo
L’orizzonte si fa di croci?

Si vede che ogni giorno
Si muore un po’ di più,
Ma la verità non la sai tu

Nero Grembo

Viviamo poi solo
per tornare al buio
là dove il Nero ci ha partoriti

Qui siamo
con uno scopo
che non è la Primavera
né quella vita eterna
da dio promessa
a milioni di figli mortali
Remote ombre siamo
che nell’animo si nascondono
uguali a repellenti tumori:
niente conosciamo
che dalla sete sia diverso,
o dal rosso del sangue
che il ventre della Luna squarcia

Siamo l’Incubo e il Sogno,
Vampiri
che la morte la vivono portandola
a chiunque ne abbia desiderio
o meno

Scrivo poesie

Scrivo poesie
perché non ho una buona mira
con la pistola, né ho pallottole
e cervello abbastanza
per prendere il coraggio d’andar fuori,
completamente fuori di testa
e mettere a soqquadro questa sporca città
di ruffiani trampolieri e mangiatori di fuoco

Scrivo con il nero dell’inchiostro
Il rosso, beh, ne ho disgusto
Il mio lato sensibile
me lo fa immaginare uguale al mestruo

Giù al saloon hanno fatto secco lo Smilzo
Aveva poco più di vent’anni e la fedina più sporca
d’una fogna di topi ubriachi di morte
Non puoi davvero immaginare
che cosa si deve fare a questo mondo
per restare su due gambe quando si muore
Non puoi sapere
che anche i più coraggiosi muoiono a letto
con il culo all’aria e la schiena impastata di piombo
Non lo senti l’odor di cordite, solo del tuo Chanel
e forse è un bene che sia così,
altrimenti, Bambina mia bella, su questa terra
non ci sarebbe più neanche l’ombra della speranza

Scrivo poesie
perché vengono facili,
più dell’orgasmo d’una donna pagata a ore
e costano un bel niente a me e a chi le riceve
Scrive poesie
perché ho una mira che fa schifo
Adesso però mi tocca d’andare a pisciare,
altrimenti me la faccio addosso
e un paio di mutande buone di ricambio
io, che sono povero in canna, non ce l’ho

Ho sgozzato Gozzano

Ho sgozzato Gozzano al chiaro di luna
Avevo un gozzo in gola
che non mi faceva dormire né di notte
né di giorno, tutta colpa di Guido,
di Guido parrucchiere precario e calvo
Sono stato costretto a pelarlo
per benino come una cipolla
per avere sul piatto Stan Kenton
– un ritmo di certo più efficace del solito
Ho sgozzato Guido con il rasoio,
lo stesso che usava per farmi la barba
mentre la radio a tutto volume ogni mattina
urlava le solite vecchie arie della Callas
L’ho sgozzato e non se n’è manco accorto
Ha fatto un sorriso strano, poi ha taciuto

Ciao, Lucio

Mi sarebbe piaciuto
piantarti un paletto
nel cuore
bene a fondo,
o anche solo un bastone
tutto su per il culo,
non con malizia però
Avrei voluto indicarti
il tramonto sulle Alpi
e portarti a conoscere
la vecchia capra
che mi ha iniziato al sesso
ormai tanti e tanti anni fa
Mi sarebbe poi piaciuto un sacco
tagliarmi i polsi davanti a te
per dimostrarti una volta
per tutte che anch’io ho sangue
e lacrime nelle vene
come tutti i tuoi personaggi
finiti male in un “C’era una volta…”
Ora tutto questo
non è più possibile
Hai dato le spalle
a nemici amici e committenti
allo stesso modo:
tutti ti hanno visto sculettare via
al pari d’una Marilyn,
e a me non resta
che il ricordo di te,
di com’era bello litigare
e poi ancora litigare
per far infine la pace
senza più scoregge in bocca

Vorrei potessi sentire
la rabbia che ho in corpo,
vorrei che la sentissi sul serio:
non hai idea – no che non ce l’hai –
di che meteorismo sono capace
quando m’incazzo e resto solo
con la testa fra le mani a pensare
per ben oltre dieci piani di morbidezza
fino a toccare delle nuvole l’altezza

Sei andato via
Ma nell’aria c’è, nell’aria c’è
resistente ancora forte l’odor di te

Ciao Lucio, ciao, ciao Lucio, ciao

Lucio, simpatico asinello

Son Lucio,
simpatico asinello
Ma non mi trovi
in biblioteca o alla BBC
Ho poco cervello

Son Lucio l’asinello
Vado a zonzo
e la faccia lecco
a chi mi fa dono d’una carota
tenera lunga e bella
Ho denti
da far invidia a un cavallo:
a me però mi piace
la tenerezza soprattutto, soprattutto
A volte mi diletto:
in strada mi svuoto l’intestino,
raglio da mane a sera
e altre ancora racconto
la Storia per come io la ricordo,
quella d’un somaro
che alla Fiera fu portato
e lì dal Padrone abbandonato
per due zecchini e un calcione
su pel sedere

Son Lucio,
non un Santo
ma poco ci manca:
un sorriso d’avorio ho su
nonostante tutto quello
che in vita ho passato
Venduto:
alla Fiera m’han dato via
a una vecchia sporca e laida
che alla Fattoria m’ha portato
All’aratro m’ha subito legato
e ogni giorno
sotto il sol cocente
a tirare, a tirare, a tirare…
A momenti mi morivo
col budello strozzato
per fame stanchezza e stitichezza:
mai una carota o un goccio d’acqua
Dai miei occhi soltanto lacrime:
le bevevo per non perire prima
In attesa d’un miracolo,
ero solo un povero povero asinello
e figurati se Dio si prendeva
il disturbo per una creatura così!
Carote, manco l’ombra
Il sole mi coceva il cervello
così tanto che a sera
manco c’avevo la forza d’un raglio;
con l’intestino ripiegato
tentavo di buttar fuori
un grano di cacca
Per la Madonna,
niente, solamente un po’ d’aria
a fischiarmi
da orecchio a orecchio
E poi a mezzanotte il lungo fischio
del treno che sol sognavo
E di nuovo l’alba
E di nuovo il giogo
E di nuovo il bastone sul groppone
Un male cane, non vi dico
Oramai non ce la facevo più a ragliare
I colpi li prendevo e muto rimanevo
E la contadina a darmi dell’asino
sicura che a sera il resto m’avrebbe dato
Come un ossesso mi gridava nell’orecchio
che a sera sarei stato infornato e speziato
Dalla paura m’è scappato miracoloso peto
Quella però manco se n’è accorta
e sol m’ha tirato addosso ‘na bastonata
che a momenti ci restavo secco
senza più fiato

Destinato a diventar presto un piattino,
stracotto d’asino; e così addio asinello!
Già mi piangevo morto e mangiato,
quando nell’anima qualcosa mi si rivoltò
Con forza selvaggia – dono del Cielo Blu -,,
presi io a ragliare forte, così forte
che la contadina si prese di paura
Mi diventò il raglio urlo animalesco
di rara ferocia, nemmeno un mannaro
avrebbe potuto far meglio
Scalciai, del giogo mi liberai
La contadina a gambe all’aria la buttai
dove ancor oggi sta, e tosto via mi portai

Son Lucio,
semplice asinello
Non mi trovi
in biblioteca o alla BBC
Ho forse poco cervello,
son però libero e simpatico
E non sto nel piatto di nessuno
Il raglio mio è quello
d’un asinello libero di pensare
che ‘sto mondo è tutto da rifare

E a chi non gli sta bene,
avanti, s’accomodi:
ho visto la Luce di Dio
e quanto forte la Provvidenza
Così se qualcuno ci vuol provare
a mettermi di nuovo il giogo
stia ben attento:
io raglio e raglio forte
e scalcio più di qualunque animale
illuminato o no

La Maestrina

Conoscevo un tempo
una maestrina
Si svegliava di buon mattino,
un bacio subito gittava
all’uccellino
sull’eterno suo ramo di ciliegio;
poi davanti allo speglio
spogliava fantasie
petalo dopo petalo
con lo sguardo perso
– fisso – quasi cercasse
sulla lucida superficie
l’imago d’una grandezza
nel Profondo nascosta

Il core le batteva forte in petto
per un niente o un verso di poesia
Amava i rossi velluti di Valencia
e il grezzo saio di San Francesco
Sempre stupiva
– arrossiva, scoperta
a immaginare il Nudo Peccato
In lei, gli alunni scoprivano tracce…
sul volto d’acqua e sapone,
e ne ridevano di nascosto
più per celia che per malizia,
non conoscendo ancora
della carne la forza

Conoscevo un tempo
non lontano una maestrina
che ogni dì faceva la solita strada,
incontrando lungo il cammino
un piccolo prete di campagna
giovane e anche un po’ bello:
pedalava forte in piano e in salita,
ma quando la incontrava
le gambe gli cedevano
e poco mancava che rovinasse
fra ortiche e rampicanti al limite
della strada

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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4 risposte a Niente al Niente – Poesie: inedite, rare, nuove versioni – Iannozzi Giuseppe

  1. furbylla ha detto:

    saltellando qua e là nella vita..
    Buongiorno
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Con un po’ tanta ironia e un po’ di sana satira, talvolta declinata in maniera bukowskiana, sì, questo è quello che c’è nella vita.

    Buondì

    beppe

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  3. romanticavany ha detto:

    Povero asinello
    Manco una carota, solo a lavorare da mane a sera.:)

    Le tue pagine sono incentrate sulla esasperazione che con un uso intensivo di metafore, di giochi fonici sfoggiati su molle musicabilità rendi antitetici contrasti; come una sorta di cantiere ingombro , che puoi divertirti a piacimento impiegare, reimpiegare a ricostruire e a distruggere, qualcosa di non so. 🙂

    Dolce serata. 1 Bacio ♥ vany

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Ah ah ah, è proprio così, è una grande orchestra di metafore e musicabilità, carissima Violetta. E al povero asinello manco una carota. Descrivono la vita per quel che è, seppur con tono ironico. E in fondo in fondo, a ben guardare, gli asini siamo poi noi: questo è quel che facciamo e subiamo.

    Una cascata di bacetti, cara Violetta e dolce serata. ♥ ♥ ♥

    orsetto

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