A letto con Maria Callas

A letto con Maria Callas

Iannozzi Giuseppe

Maria Callas

Maria Callas

… e mi sveglio.
Stavo sognando di sbattermi la Callas.
Mi sono trovato con un paletto di frassino in mezzo alle gambe e l’amaro in bocca.
Devo ancora capire perché mi sono svegliato.
Mi ero buttato sul letto per una pennichella, sicuro che nessuno mi avrebbe rotto le palle, almeno di domenica. Così non è purtroppo stato.
Il campanello di casa. Un trillo. Un secondo. E un terzo. Uno più lungo dell’altro. Chiunque stia suonando alla mia porta dev’essere un assatanato.
A fatica mi alzo dal letto. Ce l’ho ancora in tiro, l’erezione non accenna a smorzarsi. In testa ho ancora ben vivida l’immagine della Callas che mi fa l’amore gridando “sì, sì, sì, son io la tua Casta Divaaa…”.
Scocciato rispondo al citofono, urlando quasi: “Chi è?”
“C’è un libro per lei, Dottor…”.
“E’ domenica.”

“Io devo solo consegnarle un libro.”
“Ma lei, lei chi è? Non è il postino né il corriere, poco ma sicuro.”
“Io faccio solo quello che mi è stato chiesto di fare, faccio il mio lavoro.”
“Chi la manda?”
Il tizio dabbasso sputa un nome.
“Mai sentito, non ho idea di chi possa essere.”
“Il libro lo prende o no?”
“No.”
“Perché?”
“Non ho nessun rapporto con questo V*****o, neanche so chi è. Non lo prendo perché non lo conosco.”
A questo punto m’illudo d’essermi liberato del rompicoglioni, e sono già pronto a fare dietrofront per buttarmi sul letto e con un po’ di fortuna riprendere a sognare la Divina. E invece il campanello suona di nuovo, a lungo, come un gallina cui stiano tirando ben bene il collo.
M’incazzo: “Che diavolo c’è ancoraaa…?”
“C’è il suo nome scritto sul pacco.”
“Non me ne frega un emerito cazzo. Lo riporti indietro al suo padrone. Buona domenica.”
“Senta, io non posso…”.
Gli sbatto la cornetta del citofono in faccia.
Suona ancora. E ancora.
Non ne posso più. Ho i nervi a fior di pelle, mi girano gli onassis e di brutto.
Sono tentato di fare il 118, ma mi viene un’idea migliore: m’affaccio alla finestra per vedere il tizio che ha osato disturbarmi mentre mi stavo sbattendo la divina Callas. E’ un ometto piccolo, molto piccolo, mezzo calvo e piuttosto brutto.
Gli faccio un fischio.
Quello alza la testa e mi fissa, felice. Lo incenerisco con un’occhiata, e subito gli scaglio sulla testa la Bibbia di nostro Signore Gesù Cristo.
L’ometto dabbasso impreca, bestemmia al pari d’un ossesso. Si massaggia la crapa pelata. Sputa e minaccia. Ma a me non me ne potrebbe fregar di meno: “Se ne vada, per Dio, o vengo di sotto e glielo ficco in quel posto il suo cazzo di libro.”
“Io sto facendo solo… il mio lavoro… lei è pazzo!”
“Esatto”, gli grido contro. “Pazzo, sotto cura, per cui non mi rompa più gli onassis o sarà tutta colpa sua se commetterò il primo delitto della mia vita.”
Quello di sotto continua a starnazzare.
Non c’è che una soluzione praticabile: mettersi i tappi per le orecchie.
Come un dannato vado alla ricerca del libro fotografico sulla Callas. Dev’essere impilato chissà dove. Faccio volare libri in tutta la casa, con cieca furia, peggio d’un satiro che abbia dato di matto.
Alla fine lo trovo. E’ accanto ai romanzi di Charles Bukowski.
Mi sbatto sul letto e subito comincio a sfogliare le pagine.
Trovo la foto, quella che mi piace tanto a me, dove lei è tutta stilosa mentre scosta le tende della finestra o del balcone. E’ di spalle, con calze nere e scarpe con il tacco, in abito da sera – un vestito che le fascia tutto il corpo mettendo bene in evidenza le generose forme: il suo bel sederino a mandolino è uno schianto, perfetto, più che perfetto. Mi sbatacchio ben bene gli onassis e vengo una due tre volte, a ripetizione.
Dopo esservenuto, finalmente mi sento più rilassato. Sono pronto a incontrare il tizio che ha osato svegliarmi dal mio sogno. E’ ancora di sotto che starnazza. Me la pagherà cara, molto cara.
Mi faccio la tromba delle scale con gli onassis in piena libertà che mi ballano in mezzo alle gambe, e nell’intanto, con voce da improvvisato soprano, a squarciagola canto: “Casta Diva che inargenti/ Queste sacre antiche piante,/ A noi volgi il bel sembiante/ Senza nube e senza vel./ Tempra tu de’ cori ardenti,/ Tempra ancor lo zelo audace,/ Spargi in terra quella pace/ Che regnar tu fai nel ciel…”.
L’ometto mi vede e tosto sbianca, lasciando cadere il libro sul crudo asfalto.
Ho in faccia stampato un sorriso terribile, che farebbe ammosciare i coglioni pure a Jack Torrance.
Fa per darsi alla fuga, ma non ce la fa. Faccio prima io a ghermirlo e attaccarmi alle sue chiappe gridando: “A noi volgi il bel sembiante… a noi volgi il bel sembiante… senza nube e senza vel…”.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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