Uomo dello Spazio. Poesie

Uomo dello Spazio

Iannozzi Giuseppe

uomo dello spazio

Uomo dello Spazio

Rubi a me, rubi al cielo
Ho perso
guardandoti andar via

La vita, la storia romantica,
la tua vita segreta
non vanno d’accordo,
in fisse fotografie restano incollate
D’ora in avanti resterò fermo,
condannato tra i Getsemani
nella posizione del loto

Precipitano le cascate,
non vede dio l’uomo nello spazio
e il pappagallo sempre si ripete:
le quattro parole
che dalla tua bocca ha imparato ripete

Per un momento le tue risate
le ho pescate
in un buio più profondo di me
la vastità del cielo spiando
sognando di spaccare rocce col fiato
Un passo più veloce
del battito nel mio petto,
e m’è franata addosso la luce

Non ho fatto in tempo
Ho solo fatto in tempo
a rendermi conto
che le candele che avevi acceso
la luce avevano esaurito
in una stanza già vuota
di risate e illusioni

Ho peccato, ho peccato
E sono nel peccato,
così d’ora in avanti resterò fermo,
nella posizione del loto
Resterò sulle frequenze
di quell’uomo sputato nell’Infinito

J.F.K.

Non è più come prima,
J.F.K.

Era messaggio d’amore
quella pallottola,
bacio di Giuda,
attraverso il cervello

Qui, non cambia niente,
mai

Passaggio in un documentario,
il tempo prigione della pellicola:
e noi a sedere sull’alba, accosta
le nostre anime commosse

Niente rimane uguale:
se immagino
la morbidezza
delicata delle curve sode
dal tuo seno in giù,
poi morta si scorge
la fantasia

Piangesti,
triste come non mai,
sola come sempre

Solo come sempre,
rifugiato in me,
nella delicatezza tua
di velluto
salsa di lacrime
tutte da bere
nelle curve
tra il petto e il collo
Un istinto,
solletico nel singhiozzo
baciato dalla bocca mia:
e noi sul divano,
e la notte già oltre noi
alla Luna ululava

Se ne muore
la fantasia,
J.F.K.,
dopo aver visto

Avidità fu,
illuderci immortali

Un’altra nudità

Quanta notte
costringe la notte
a farsi buia e profonda
fino al limite oscuro della fine

Quanti respiri
E quanti sospiri
ingoiati a bruciapelo,
che non sapevamo d’avere
E la sigaretta dopo l’amore
E i tuoi occhi lacrimanti
che però bruciano
e son brace di braci
mentre accarezzo la tua nudità
in cerca d’un’altra verità

Fine di un amore

E quando la fine d’un amore,
chi può dirlo, chi?

Si fa vergine la poesia
– forse complessa malinconia:
si tinge di rosse proiezioni?
Chi può dire quando la fine?

Eppure c’è, è necessità
Non ammette deviazioni,
solo condizioni a breve termine
come la vita in un attacco di cuore
Come la morte in un abuso di vita

Dieci baci bastarono, furono
abbastanza in questa stanza
Dieci baci si sfidarono
fino all’ultimo fiato
E tu – quando in ginocchio caduto
sol più reggevo una bianca poesia
di niente – m’invitasti a risollevarmi
perché avevi un cappellino nuovo
e ci tenevi davvero tanto
che lo vedessi coi miei occhi

Quando le parole non servirono,
servirono i nostri baci
e la formula, quella dell’addio,
qui dove scorre il sangue in un tango
– nel fango dei ricordi calpestati
e ai piedi solitari per sempre ammanettati

Perché scrivo

Mi chiedono perché scrivo
Rispondo che m’annoio
e che tempo non ho per le carie
Mi chiedono sempre
cacciandomi parole in bocca
che non sono le mie
Mi fanno ridere, non di gusto
Giusto un po’ di pena per la loro voce
che di là dai margini s’alza prepotente,
soltanto per perdersi nel vuoto

Mi chiedono perché,
perché scrivo
Rispondo che la uso poco la bocca
per parlare, ché preferisco
con le pinze le malelingue strappare

Il silenzio della Morte

Straniero in terra
di consumata guerra
conto delle stelle gli anni,
la lontananza che da loro
mi separa
Quante invalide notti qui
ad aspettare speranza
mentre cadevano uomini
e tutto l’intorno si faceva
spazio di fantasmi,
di mute voci,
non oso confessare
all’alma mia ora piagata
su questa vuota spiaggia

S’alza stanco il mio navigatore
e mi dice di Chi oggi così muto
Ma basta un mio vago gesto,
un cenno del capo appena
perché tosto si dissolva
per congiungersi alla mutezza
che è sovra ogni corpo abbandonato
orrendamente straziato

Quanti sono così al cielo esposti,
nudi nella morte
e non raccolti in cristiana sepoltura!
E le mosche a divorare quei volti
che in vita mi diedero voce d’amicizia
sotto gli sguardi prepotenti del sole

Di facile morte,
chi per disgrazia
oggi Unico Sopravvissuto,
non muore;
e l’astuto imperfetto Silenzio
piano lo consuma in atroce pazzia
nell’incessante ronzio
di milioni e milioni di mosche

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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