Tristezze infinite e amori perduti. Rare ed inedite

Tristezze infinite e amori perduti

Rare ed inedite

Iannozzi Giuseppe

sad

La Montagna Incantata

Che fine hai fatto?
Il gatto t’ha mangiata la lingua,
o che altro?
La Montagna Incantata – una triste storia
E tutti i sogni di Frances Farmer
erano corridoi di pazzia
E tutti gli incubi di Hitler
cumuli di uomini presi alla schiena,
e poi subito dati l’uno sull’altro
sulla schiena in orizzontale

Oh, che mondo,
che mondo abbiamo visto – sofferto
Il tuo sguardo dove sarà? E il mio?
Lunatici, invischiati nella realtà,
e ogni rivoluzione parla solo per sé
E, a voler esser sincero,
temo sia un’altra castrazione

Ma tu,
tu dove posi oggi lo sguardo?
C’è il vento che vien dalla Montagna
C’è un’eco che improvvisa speranza
e uguale disperazione
E al buio volano via i pensieri
Eppure ci eravamo aggrappati a loro
come fossero la nostra sola àncora di salvezza
Ed invece, toccata e fuga, un momento,
e la solita tristezza s’è aperta in un fiume di fumo

Dovresti guardare avanti a te,
prendere il jolly che hai nascosto
nella manica per le occasioni difficili
Dovresti giocare un nuova scommessa
o inventarti una rima
che giochi fra cuore e amore
con finta disinvoltura – con finto cuore
E allora, allora ci fai o ci sei
dentro a questo mondo?

Che fine hai fatto?
C’è un andirivieni impossibile
e ogni uomo sputa bile e ti lega al male
nei bui vicoli della realtà

Che fine hai fatto?
Non mi dire che ti sei persa
dentro la grana d’una foto in bianco e nero
perché non potrei davvero sopportarlo

Dio ha preso un appuntamento con la mia ex
E io siedo una carie dal dentista
E io muovo una pazzia alla crocerossina
che non c’è – che è ben più precisa di me
in certi incerti giochi d’impostura,
di realizzazione sociale – sessuale

Che fine hai fatto?
Il gatto t’ha mangiata la lingua,
o che altro?
C’è un andirivieni impossibile
E la Montagna Incantata lo sa
che ci manca il respiro,
che ci manca un quieto desiderio
di noi… Oh, è tardi oramai!
E’ tardi, troppo tardi per piangere
un’altra caramella scartata

Stella

Qual è il mio nome, Stella?
Quale il mio andare,
e quale il mio tornare?
Non c’è protagonista
Pian pianino si vuota il cielo
Il sogno capovolto e le effemeridi
in un precipitare lontano – vicino
che io non so cogliere

Vola il falco disegnando sovrani cerchi
L’osserva l’uomo con la vanga riposata in mano
Uno stupore, un brivido di pudore
E di nuovo a cacciare terra dalla terra

Fu utopia questo nome, Stella
Fu angoscia questo cercare vano
Non c’è protagonista, solo la sua ombra
che nell’ombra scava un ritaglio di sé

Oh Stella,
ho ucciso un altro lampione nella notte
ed ero appena un ragazzo di vene e nervi
Adesso sono tutti sulla mia pista
Cercheranno d’impiccarmi per il collo
Non ho ancora provato la lama del rasoio,
eppur son uomo e sono colpevole
Di che? Non lo so
Troppo a lungo son rimasto a guatare il cielo
E lo sparo – lo so – non era per far male
Sarò però io a dover pagare il crimine
che non c’è

Il sogno capovolto e le effemeridi
in un precipitare lontano – vicino
che io non so cogliere

“Diavolo! Angelo!
Adesso dovrai pagare con l’addio”
Ma qual è il mio nome, Stella?
il mio andare, il mio tornare?
Sono solo e so
che non c’è protagonista che tenga
questa vita appesa alle trame dell’alba
Soltanto so che non vedrò più il cielo

E vola il falco disegnando sovrani cerchi
E continua l’uomo a muovere terra

Qual è il tuo nome, Stella?
Com’è il tuo andare lontano,
il tuo non tornare a me vicino?
Pagherò, pagherò con l’addio
A testa alta, a testa alta
incontrando un cielo di buio
nei miei occhi tanto giovani – ingenui

Mai abbastanza

Questo mondo è abbastanza
Non avete bisogno di nient’altro

Ce l’avevano assicurato ieri
e anche l’altro ieri
Ma adesso,
costretti a farci i conti in tasca,
abbiamo scoperto
– senza sorpresa –
che son le ossa doloranti
e che la vecchia ferita continua
a pulsare dolore – E’ poesia!
E non è abbastanza
anche se continuiamo
a non capirne il perché

Un’ultima volta l’amore

Un’ultima volta l’amore
Un’ultima volta il mare,
che la spiaggia di orme
lasciate e bagnate
accarezza

Un’ultima volta
perché non sia il rimpianto
a lasciar di noi
triste rimembranza
in mai spiegata canzone

Un’ultima volta
sfidando delle sirene
il tristo loro incanto,
la eco che l’alma sfonda
onda dopo onda

Un’ultima volta l’abbraccio
che siderale limpidezza
su la poetica vastità
all’orizzonte affonda
spiegando inusitata tenerezza

Un’ultima volta ancora
l’ultima ultima sbronza
per lavare delle lacrime il sale,
per eternare due cuori
che le bufere dell’amore,
della morte
meglio d’ogn’altra cosa
le conoscono

Un’ultima volta…
la bionda tua tempesta,
le tue lunghe chiome
su la povertà di chi t’ama,
di chi t’ama male
solamente come sa

Erano crisantemi d’amore

Erano crisantemi d’amore
Ma dorme la casa laggiù
all’eco e ai passi di chi bussa chiusa
E si cantano in strada canzoni tristi
che la nebbia prendono in loro compagnia,
quasi con benevola nostalgia

Ma dorme la casa laggiù
Dorme la casa che un dì un uomo amò
E furtivo fugge dalla chiesa antistante
il prete che la Legge l’ha perduta
in una risata disperata;
e già alle finestre i barbagianni
con vuote orbite
di Gesù annunciano la fine

Ma dorme la casa, il regno di cristallo
che di spine e rose si contorna
Ancor non accetta il vecchio Iscariota
che eran crisantemi d’amore
le parole taciute,
per un momento solamente pizzicate
nel suono cavo d’un violino dimenticato

Nel suono cavo d’un petto
dal dolore anzitempo battuto

Vivevo

Vivevo per il suono della tua voce
Vivevo per quella luce
dentro agl’occhi tuoi
Quasi felice
tentato ero di creder in Dio

Non desidero amore

Non desidero l’amore
Mi accontenterei d’averti
a me accanto nuda
dalla testa in giù,
come femmina
donna
bambina

Che hanno fatto al tuo sorriso?

Che hanno fatto al tuo sorriso?
Ride di disgusto e di piacere
tra ciminiere e voli d’airone
E qui scende piano
una breve distratta pioggia,
che non si ripeterà mai più, mai più
E vola lontano il disco dalla finestra
che ha dimenticato la canzone
che era nostra, che era a due voci

Si vive sol più
Si resiste per quel poco che basta
come un capriccio in un corridoio d’ospedale,
e fa male ogni santo in paradiso
E fa male ogni diavolo per capello

Ma alle porte di Gerusalemme
si trascina la voce assetata d’un angelo
senza ali, senza cristi in cielo
Così continuo a chiedermi
perché hai sprecato il tuo sorriso
se è tutto qui il nudo paradiso promesso,
se è tutta qui la sola aria che ci resta
da bere per soddisfare la vita

… la vita romantica come un errore:
sbagliata sotto la luce del sole
che mai vedi,
che terre e uomini prosciuga

Ma alle porte di Gerusalemme
hanno piantato una croce uguale a un violino
Ma alle porte del Paradiso
hanno dimenticato un’unghia, e il tuo sorriso
E il tuo sorriso, che conta trentadue lacrime
più una, di lingua ingoiata per voce inespressa

Vigliaccamente

nella notte
mascherato
sei venuto
e forte
m’hai battuto
col manganello
più duro e nero
perché cadessi
ai tuoi piedi
esangue
senza fiato,
senza ombra
– scomoda
testimone! –
a ricordarti
ch’ero vivo
anch’io,
ch’ero uomo
di cervello
anima e cuore

vigliaccamente
alle spalle;
forte sì
ma solo del buio,
nell’anima invece
dannatamente
debole

m’hai ucciso, sì
…e uguale sorte
a quei mille
prima di me
che ora però
con me gridano
il tuo nome
all’inferno
perché sempre
e per sempre
sia maledetto

Ferite

vestirai luna di luce?
o nuda allo specchio
spoglierai lacrima
di triste paradiso?

ti ho vista piangere
e ancor non sapevo
che l’amor così è

tutti ne erano al corrente,
non io però che inciampo
nella pioggia bevendola
passo dopo passo
come lupo ferito fiero
delle ferite mai cicatrizzate

Finalmente

nei versi delle poesie
vendemmo l’anima
la gioia e ogni pudore

finalmente

nell’intreccio dei corpi
amammo la bestia
la carne e la sincerità

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a Tristezze infinite e amori perduti. Rare ed inedite

  1. furbylla ha detto:

    lasciano “amaro in bocca” Beppe. Mi piace molto Che hanno fatto al tuo sorriso?
    Buongiorno
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Sì, lasciano l’amaro in bocca, sono profondamente tristi, inutile dire il contrario. Ripescate dall’archivio mio personalissimo, rare ed inedite, scritte in tempi diversi. Le ho raccolte in questo post. Sono sì, profondamente coheniane. E sono anche le ultime poesie che parlano d’amore, perché altre non ce ne sono… non ce ne saranno più di poesie così nella mia futura produzione.

    “Che hanno fatto al tuo sorriso?” è immersa tra ricordi, spiritualità e carnalità, e tutto ma proprio tutto è perduto.

    Vedo che le poesie tristi ti piacciono forse più di altre che affrontano la vita in maniera diversa.

    Buongiorno e bacione

    beppe

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