Accompagnatore di anime

Accompagnatore di anime

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe ritratto da Walter Togni

Iannozzi Giuseppe ritratto da Walter Togni

Iannozzi Giuseppe ritratto da Walter Togni

Chi mi fa uno sgarbo non riceve perdono, non il mio. Passo avanti continuando a percorrere la mia strada a testa alta, il più delle volte tenendo vivo un sorriso per metà uguale a quello di Buddha, per metà uguale a quello d’un vampiro.

Ricordo bene quando nel 1861, a Torino, scesi in strada con su il tabarro nero, il cappello a cilindro e in mano il bastone da passeggio.
I torinesi mi scivolavano accanto con in faccia bene incisa la paura. S’era diffusa la notizia che a Parigi era stata trovata morta, sventrata, l’ennesima donnaccia. L’avevano fatta fuori in un vicolo dove esercitava il mestiere. Sventrata. E le budella gliel’avevano legate al collo a mo’ di collana.
La gente non faceva altro che parlare del macabro omicidio. Anni addietro, nel 1855, una meretrice era stata assassinata con diverse coltellate al petto. L’assassino non era mai stato trovato. Il fattaccio fu presto dimenticato, con somma gratitudine delle entreneuse che temevano per i loro affari.
Avevano paura, paura che le case chiuse torinesi venissero prese di mira da un assassino seriale. E i bennati torinesi, scapoli e non, temevano anche e soprattutto che le case di tolleranza smettessero d’esser luogo d’incontro.

Si fece presto notte. La mia camminata durò il tempo necessario per un caffè e quattro chiacchiere con certi carbonari. Le strade erano in un buio pesto quando delle grida animali squarciarono l’apparente quiete di Torino. Ci misi poco o nulla a capire che un tremendo delitto doveva esser stato perpetrato. Accelerai il passo e in pochi minuti raggiunsi il luogo del reato. Sette prostitute erano state uccise. I corpi sventrati, nudi accatastati l’uno sull’altro né più né meno come carne da macello. Chiunque fosse l’autore di quella carneficina era stato d’una precisione chirurgica. Le sventurate non avevano avuto neanche il tempo di rendersi conto che stavano rimettendo l’anima a Dio, glielo si leggeva negl’occhi.
Mi allontanai meditabondo. Neanche io avrei saputo far lavoro migliore. Avevo un concorrente sulla piazza, uno che rischiava di metter in ombra le mie opere se non fossi stato ben attento.
Mi ritirai nella camera che avevo preso in affitto su Piazza San Carlo.
Mi spogliai e bevvi tutto d’un fiato un bicchierino di assenzio, giusto per rilassare i nervi.
Il giorno dopo la notizia era su tutte le prime pagine. Gli strilloni in strada facevano un gran casino e i giornali andavano via come il pane. C’era una dannata eccitazione nell’aria e c’era il profumo del sangue, della corruzione e del peccato. I preti parlavano dell’Anticristo, ma molti erano dell’avviso che un angelo vendicatore s’era fatto carico di ripulire la città dalle donne che esercitavano il mestiere.
Avvertii subito la presenza d’un estraneo. E la sua lama sul mio collo, ma la mia lama non fu meno veloce.
L’uno di fronte all’altro pronti a tagliarci la gola.
Era poco più d’un bambino, calvo, con delle labbra sottili da serpente e narici viperine al posto del setto nasale. Di certo una creatura del Demonio.
“Ti conosco”, fece lui sibilando.
“Ti ho conosciuto adesso”, replicai.
Rimanemmo in silenzio per qualche secondo. Poi gli feci la domanda fatale: “Perché?”
“Perché devono morire. Tutte. E tu, negli ultimi tempi, ti sei lasciato andare alla bella vita.”
“Alla prudenza.”
“Vigliacco”, sibilò lui.
“Se continui a sventrarle così, poco ma sicuro che ti beccheranno. Sono in questo mondo da molto più tempo di te e di assassini del Demonio ne ho visti tanti perire per mano dell’uomo.”
“Tu che proponi?”
“Ti propongo di stare calmo”, gli ordinai guardandolo dritto negl’occhi. “Leva quella lama dal mio collo.”
Obbedì.
Per ancora un secondo lasciai la mia fredda lama sul collo del piccolo assassino, poi la cacciai nella sua vagina in pelle.
Parlammo per tutta la notte sul da farsi.
All’alba il mio ospite si dileguò.

Lasciai che il piccolo assassino si sfogasse. I torinesi gl’avevano trovato un nome, bizzarro e ambiguo, Anubi. Sui giornali il suo nome campeggiava in quasi tutte le prime pagine. Non passava giorno che Anubi non si desse da fare lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue.
Lo osservai. Il suo metodo era semplice e letale. Si mostrava alle sue vittime nelle vesti d’un bambino biondo, angelicato e triste. A tutte raccontava una storia lacrimevole, d’essere orfano e senza mezzi. Anche le prostitute più consumate non potevano non provare pietà per lui, e lui, una volta fra le loro braccia, non esitava un solo istante a condannarle all’Inferno.
Gli lasciai credere d’averlo lasciato libero così come lui mi aveva intimato nel corso della nostro unico e solo incontro.
Ma arrivò presto il giorno di schiacciarlo sotto il mio piede.
Anubi aveva appena finito di massacrare altre due donnacce ed era sceso in strada, sicuro che nessuno avrebbe fatto caso a lui. E nessuno si sarebbe accorto di lui che, sotto le mentite spoglie d’un angioletto triste, fingeva di vomitar dagl’occhi lacrime amare.
Prima che Anubi potesse rendersi conto di me, con una cerbottana gli sparai nel collo un ago avvelenato  che gli fece perdere il senso del controllo. Colto alla sprovvista, indebolito dal veleno, si rivelò per quel che era in realtà, una creatura demoniaca.
E allora gridai.
Lo indicai alla folla. E la folla inferocita subito lo circondò nonostante il disgusto.
Anubi aveva commesso un errore madornale. Aveva ucciso in pieno giorno. S’era fidato troppo di sé stesso, del suo travestimento, e soprattutto s’era illuso che non avrei avuto la mia vendetta.
Quando venne da me, al piccolo mostro omisi di dirgli che ero stato proprio io a consegnare nelle mani degli uomini i tanti emissari di Satana che, nel corso dei secoli, furono bruciati sul rogo o peggio. Non ho mai tollerato d’aver dei rivali. Una volta Satana osò sfidarmi credendo che m’inginocchiassi a lui. Non riuscì a farmi piegare al suo cospetto, e, per la cronaca, devo purtroppo ammettere che neanche lui si piegò a me.
In seguito, con calma, feci fuori uno a uno i carnefici di Anubi. E Satana, con un ghigno malizioso e di sfida, si complimentò con me per l’ottimo lavoro svolto.

Sono centinaia di anni che su questa terra incontro e calpesto chiunque mi faccia uno sgarbo.
Ho visto il peggio dell’umanità. Ho visto gli uomini creare a loro immagine e somiglianza Dèi che sono durati giusto il tempo della moda per cadere, tutti, nell’Oblio più profondo.
Non ho un nome, non ce l’ho mai avuto e non ho permesso a nessuno di affibbiarmi un’etichetta: questo è il mio segreto, un segreto semplice e diabolico che persino Satana rispetta tacendo.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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