Fine del mondo

Fine del mondo

Iannozzi Giuseppe

the end of the world

La piazza è piena di gente urlante. Qualcuno piange, qualcun altro s’inginocchia levando le mani al cielo in atto di preghiera.
Il leader ha deciso che per il bene del Partito gli oppositori, o presunti tali, devono esser fatti fuori, su due piedi.
Una centinaio di persone sono state prelevate con la forza dalle loro case, perché sospettati di tramare contro l’Uomo d’Acciaio.
Cento uomini, fra cui molti quelli che non hanno ancora tagliato la prima barba, sono stati condannati alla fucilazione in pubblica piazza.
I fucili caricati pronti a far fuoco nel mezzo.
Nikolaj Ivanovič Ežov sospira. L’ennesima purga non gli fa né caldo né freddo. E’ un po’ annoiato, questo sì. L’Uomo d’Acciaio butta un’occhiataccia addosso alla faccia di Ežov, che subito si ricompone. Non sospetta che il leader del Partito ha dei sospetti su di lui, né gli passa per la testa. Non ancora per lo meno.

“Credi in Dio?”
“Che domande! Credo in una bella scopata…”, sbuffa Nicolaj.
Katrina non replica. Non è offesa perché l’uomo vede in lei solamente un corpo. Per lei è lo stesso. Quando ha conosciuto Nicolaj, Katrina lo aveva inquadrato subito: non s’era fatte illusioni su di lui. E d’altro canto, nella Russia di Putin, l’amore è considerato un crimine, meglio accontentarsi di scopare e d’avercelo un uomo con cui farlo piuttosto che star da sola e morire di noia ogni giorno.
Non lo sa bene neanche lei perché gl’ha posto quella domanda su Dio. Lascia cadere la cosa, mentre si alza dal letto, levandosi di dosso lenzuola e coperte. Nuda, con il pube biondo ancora sporco del seme di lui, rabbrividendo un poco per il freddo, Katrina si sposta nella stanza in punta di piedi. Ha bisogno di fare una doccia, ma come sempre l’acqua sarà meno che tiepida.
Nikolaj resta sotto le lenzuola. Pensa che Katrina è bella, molto. Un po’ gli dispiace per loro: se solo fossero nati in un altro paese, in un tempo diverso, avrebbero potuto essere una vera famiglia, felice. Cerca di non pensare all’ipotesi d’una felicità. La realtà è che sono entrambi nella Russia di Putin; che devono considerarsi fortunati ad avere una casa dove scopare come animali; che è qualcosa di simile a un miracolo essere vivi, lontani dalle attenzioni del FSB.

Il 7 ottobre del 2006 Anna Stepanovna Politkovskaja, lo stesso giorno del compleanno di Vladimir Putin, la giornalista viene freddata nell’ascensore del suo appartamentino a Mosca. La polizia fa sapere d’aver trovato sul luogo del delitto, proprio accanto al cadavere, una pistola Makarov PM e quattro bossoli. Quattro colpi, di cui uno alla testa: una esecuzione. Anna non amava la politica di Putin e più volte aveva tentato di denunciare le sue malefatte, non solo all’estero ma anche all’interno della Grande Madre Russia. Putin la odiava con tutto sé stesso, e subito la voce che si diffonde è che è stato lui il mandante dell’omicidio. L’8 ottobre la polizia russa sequestra il computer di Anna, portando via tutto il materiale sull’inchiesta che la la Politkovskaja stava portando avanti. L’editore di Anna, Novaja Gazeta Dmitry Muratov, rischia e parla: la giornalista era prossima a pubblicare un dettagliato articolo sulle torture comandate dal Primo Ministro Kadiroviti alle forze di sicurezza cecene. Il funerale di Anna si svolge il 10 ottobre: tanti coraggiosi, cittadini russi perlopiù, partecipano alle esequie, chi portando un fiore, chi una o più foto di Anna, chi un cero acceso. Nessun rappresentante del governo russo prende parte alla cerimonia. Dalle labbra degli esponenti governativi non una parola buona alla memoria di Anna. Ma Putin non dimentica di sparare l’ultimo colpo contro la giornalista: “Era ben conosciuta fra i giornalisti, fra gli attivisti per i diritti umani e in Occidente. In ogni caso, la sua influenza sulla vita politica russa era davvero minima”.

Katrina tiene una foto di Anna, ben nascosta in fondo a un cassetto. Quand’era bambina voleva fare la giornalista o qualcosa di simile, un sogno che tale era rimasto. Katrina aveva dovuto presto rinunciare a sogni e illusioni per guadagnarsi il pane. La sua non era una famiglia benestante e nemmeno si può dire che fosse bella: a tredici anni il padre l’aveva sverginata e poi l’aveva buttata fuori a calci in culo perché facesse la vita e portasse dei soldi. Aida, sua madre, non aveva mosso dito né s’era mossa a commozione o pietà: lei c’era passata prima di Katrina, e in fondo al cuore – oramai arido di sangue e sentimenti da troppe sofferenze patite – credeva che era giusto così.
Nonostante il rumore dell’acqua, Nikolaj rimane a letto immaginando la ragazza sotto il getto della doccia, immerso in un dormiveglia estatico: gli piace immaginare Katrina che si lava, che rabbrividisce sotto gli spruzzi dell’acqua appena tiepida.

Fanno colazione con poco, un tè e delle croste che dovrebbero essere dei biscotti.
Nicolaj è uno dei tanti che sbarca il lunario, un lavoro vero e proprio non ce l’ha, riesce comunque a portare quel poco che basta a casa per far fronte alle minime necessità di entrambi.
Katrina l’ha incontrata che faceva la vita.
Passata una notte insieme, l’uomo aveva deciso di tenerla con sé.
I genitori della ragazza rimangono stecchiti a seguito d’una fuga di gas nella notte. Katrina non vuole sapere e, a dirla tutta, non le interessa sapere: loro non l’hanno amata e lei non si può permettere stupidi inutili sentimentalismi. Per loro lei era stata solo una cosa da dare in pasto ai maniaci della strada, meno d’un animale.
La radio accesa borbotta il notiziario. La Cina, diventata la prima potenza mondiale dopo la Grande Crisi Economica, pare abbia attaccato gli Stati Uniti, che hanno risposto con le atomiche. E’ la fine. Ci vuol poco a capirlo.

La gente si fionda in strada, levando gl’occhi al cielo.
Tutti aspettano di vedere il primo fungo atomico, l’inizio della fine.
Un prete, in evidente stato di panico, urla che ‘Dio l’ha voluto’.
Quelli sui trenta o giù di lì pensano sia uno scherzo, di cattivo gusto. Ma anche loro sono memori dell’11 settembre, del crollo delle Torri Gemelle. Anche allora avevano pensato a una bufala.

“Finisce così dunque?”
Nicolaj non le risponde. Non ha paura. O forse sì, ma non è importante.
Biascica un sì, con un fil di voce.
“Credi in… Dio?”
L’uomo scuote la testa: “No”.
“Allora è proprio finita”.
“Non lo so. Qualcuno si salverà, non so come e perché, ma lo so. Sarà il Caso a decidere, non Dio”.
Katrina piange lacrime silenziose: “Un tempo volevo fare la giornalista, come Anna”.
“L’hanno ammazzata. Brutta fine… non è un bel mestiere, Katrina”.
“Moriremo”.
“Immagino di sì”.
“Non è giusto”.
Nicolaj spegne la radio. L’accuseranno comunque presto, sulla loro pelle, la Fine.
“Vieni a letto”. E’ un ordine. Un ordine al quale Katrina è felice di obbedire.
I topi sono i grandi sopravvissuti. Sotto la pallida luce d’un sole negro il loro pelo s’è subito fatto d’un rosso sanguigno. Ce ne sono a milioni, dovunque. Vivono all’aperto, senza preoccuparsi del fallout, che invece di ucciderli li rende, giorno dopo giorno, più forti, prolifici e insaziabili.
Katrina vaga nella desolazione infestata dai Topi Rossi in cerca di acqua potabile e di qualche radice. Lei e Nicolaj sono scampati alla morte, per un puro capriccio del Caso, lei ha però smesso d’avere le mestruazioni e il suo uomo dalla verga sol più vomita un seme annacquato. Chi è sopravvissuto al disastro non nutre alcuna certezza circa il futuro che li attende. Katrina registra, giorno per giorno, su un diario rilegato in pelle nera, quello che vede e che odia con tutta sé stessa. Non può far altro che registrare i fatti nudi e crudi, un’umanità ridotta ai minimi termini destinata a scomparire dalla faccia della Terra: è fuor di dubbio che la famiglia dei Muridi farà in breve tempo piazza pulita, relegando l’Homo sapiens sapiens tra le specie estinte.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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