Bastarde poesie per bastardi. Antologico

Bastarde poesie per bastardi

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe o Babbo Bastardo

Iannozzi Giuseppe o Babbo Bastardo

Grembo materno

So bene che son stato uno sciagurato
T’avevo promesso eterno amore,
non era invece altro che la mia paura,
un orrore piumato, un corvo bruno
appollaiato sull’epitaffio inciso a freddo
sul bianco marmo della mia amputazione

Riposano davanti all’ingresso
due angeli lanceolati, senza sesso
Ma han rosse bocche da sgualdrine
e lunghe ali sulle spalle ripiegate
Le campane battono incessantemente
A peso morto si portano l’una contro l’altra
In lungo e in largo l’eco loro si spande
il mite e il collerico in egual misura spaventando
Non si può dunque sfuggire
al nudo dolore che m’hai dato!
La stola cremisi che amavi, per me
incubo ricorrente, ancora sta appesa
là dove la lasciasti l’ultima volta
che in punta di piedi venisti a trovarmi
E il crocifisso vergognoso le tiene compagnia:
agli scuri forte bussa il vento e fa tremare,
scuote il tessuto e il legno del supplizio
con un unico chiodo al muro condannato

So d’esser stato un bastardo di tutto punto
Ma quando quella volta fra le mie braccia,
t’ho raccolta io, pesavi quanto un fiore
Potevo mai immaginare che il camposanto
avrebbe così presto preso nel suo grembo
il nostro addio, tutto l’amore che tra urla
e sudore i nostri corpi si scambiarono?

Non pretendo il perdono né il mondo
Ogni cosa della vita in rovina è andata
Vorrei però che da me ti trascinassi
per portarmi via con te, là dove ora riposi
Accompagnami ancora sul tuo seno
Voglio anch’io riposare e nell’oblio finire
insieme a te, per sempre insieme a te

Erode

Tu piangi, tu piangi
consapevole
che le lacrime d’una donna
mi costringono in ginocchio
che lo voglia io o no

Come condannato a morte
a vuoto ingoio,
ripenso alla bellezza perduta,
a tutto il tempo andato
marcito putrefatto
appeso
a un gancio di macelleria;
con la mente torno
sul luogo del delitto
dove belanti agnelli
piangenti
simili a bambini strappati
al materno seno
persero più di me
senza ch’io potessi gridar
anche un solo no
– incaprettato
rasato di fresco
nudo
e lingua mozzata
Negl’occhi miei insanguinati
l’immonda scena, il re Erode
che ordina l’uccisione
di tutti i bambini di Betlemme;
poi Ponzio Pilato e la condanna
dal popolo votata
urlata a gran voce
perché libero fosse Barabba

Innocente
di rosso vestita
a Natale a Pasqua a Capodanno
tra le sbarre
lasci a me il tuo profumo

Dove sono le anime
di quegl’angeli innocenti
caduti
nel nome dell’assassino?
Hanno avuto sepoltura?
Son forse risorti?
Tu di rosso vestita
non sai
Piangi soltanto
Con le lacrime mi costringi
in ginocchio;
ma più non ho bocca
per baciar i tuoi piedi
né lingua per lavar via
i passi tuoi

Vino e castità

Che vuoi ne sappia io
della coscienza,
dell’eterno ritorno?
Niente
L’attenzione mia
è or tutta concentrata
sul bel fiasco di vino
che sul desco m’attende

Buon vino rosso
pigiato dai piedi dei frati
Dicono faccia spirito,
son mio malgrado costretto a provare
Non posso far diversamente
adesso che avviato sono a perdermi
nel lungo tunnel dell’eterna castità

Brutto fuori, brutto dentro,
non ho sorprese:
in un mare d’ubriachezza
s’è persa l’alma mia
E il peggio è il mal di testa
che m’ammoscia e mi molesta
Ma dicono che il buon vino
faccia buono lo spirito
Di questo passo temo però
che mi piangerai
trovandomi all’altro mondo
sempre scontento
uguale a come m’hai conosciuto
qui in questa valle di lacrime a salve

Non hai proprio un po’ di coscienza?
Non vuoi ridarmi al mondo
con una ventata di malizia?

Scolerò il vino
fino a cader giù secco
Scolerò il fiasco interno
e la colpa sarà tua
Sarà anche tua…

Il pianto di Jago

Vero non è che son Jago
Che sono quel mostro
che descrivi sol perché
portandoti a Corte
ho osato peccar di vanità
Il tuo bel volto
l’han visto in tanti;
e ognuno avrebbe pagato
pur d’averti con sé
Non ho però io ceduto
Per il tuo onore ho combattuto;
e dentro alla spalla ho preso pure
il fioretto d’un gentiluomo
che si vantava d’esser stato
con te a letto non una volta
ma ripetutamente
Giuro che non c’ho visto più:
addosso gli son saltato
nudo e crudo, coi denti
l’ho assalito e quasi sbranato;
ma il filo della sua spada
m’ha infilzato
e in ginocchio son caduto
tra gli scherni
degli sgherri d’attorno
come fossi un animale sguaiato
mezzo scannato da mostrare
a vili e cortigiani
Gl’occhi mi si son fatti rossi
e, seppur più di là che di qua,
mi son fatto contro quello
che osava vantar impudiche vittorie
E anche se tu ignorante mi credi,
incapace di poesia,
sappi, Amor mio, che il sangue mio
ha per te scritte gesta
che nessun scribacchino potrà mai
mettere in rima
men che meno in riga,
perché disobbediente sono
quando l’amor sei tu, mio Sangue!

L’amor tuo sempre l’ho io difeso:
col sangue, dipingendo rose a Corte,
per strade e calli se necessario,
senza mai temere l’eterno oblio

Santi e Poeti

Non dovreste credere
a quegli esseri strani
che si professano poeti;
son come certi santi
da mane a sera ubriachi
incapaci di dir preghiere,
grandi stupratori però sì
…ruina del mondo intero

Mia vestale

Se potessi vedermi ora
nudo e indifeso come sono,
nell’alma gelato senza amore
col fiato corto e l’ora mia
pronta a dare al piombo
l’ultimo rintocco, gl’occhi tuoi
si farebbero di cieca rabbia
simili a quelli di certe vestali
dal fuoco sacro dominate

Sempre il passo ho ceduto
e se ho peccato il sesso,
la poesia che esso è,
m’ha riscattato, non del tutto
ma abbastanza perché
se non oggi domani si dica
di me innocente e leggenda

Carco d’un crimine non mio,
attraverso io il penetrale del Fato,
e vene e polsi lacera il desio mio;
col ginocchio franto al suolo,
la bocca massacrata, piagato
a te che di me amasti la favella
vorrei oggi presentare il dono,
la vita mia seppur a brandelli
perché sia il tuo piedino gentile
a darmi la fine e non il piè vile
d’un centurione fra tanti

Troppo vecchio

Troppo troppo vecchio
per giocare ancora
ai cowboy contro gl’indiani

Con questo cuore nero
che batte forte in petto
posso sol sperare
di salvare il cavallo
e la sua sella

Con questa pallottola
conficcata tra le scapole
ti sorriderò dovunque
domani io andrò
all’inferno o sottoterra

All’alba

E all’alba scoprirai
che non è lontano
il tramonto
dentro agl’occhi miei

La frana

violenta la frana
finalmente
seppellisce
il poeta
dal sorriso felice
giù a valle

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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4 risposte a Bastarde poesie per bastardi. Antologico

  1. furbylla ha detto:

    di quando sono Beppe?
    Buongiorno 🙂
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Vecchie, così tanto vecchie che non amo neanche granché dirlo. Tutta roba stravecchia. Niente di nuovo. Salvo il salvabile, come al solito: ho scritto davvero troppe cose, e molte sono delle cosette di cui mi vergogno come un ladro.

    Buondì.

    beppe

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  3. furbylla ha detto:

    io non sono una scrittrice ma penso che tutto ciò che si scrive venendo dal cuore, da delle emozioni di qualunque tipo siano non sono mai cosette magari se proprio vogliamo possono essere “ingenue” ma mai vergognarsi di un moto dell’anima.
    Cinzia

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Forse hai ragione, Cinzia. Forse sì. Ma oggi, be’, da un po’ di tempo a questa parte in verità, sono molto più severo con me stesso: un moto dell’anima che sia esposto con ingenuità non porta a fare della buona letteratura e men che meno della poesia. Ci vuole disciplina, perché sentimento e stile si accordino, perché apollineo e dinisiaco concorrano a restare piuttosto che a svanire. Svanisce la stupidità ed è giusta che sia così.

    Beppe

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