Di poetica rabbia. Antologico

Di poetica rabbia. Antologico

Iannozzi Giuseppe

topo in gabbia

Il coraggio di un Re

Perdere,
perdere l’appoggio
d’un Re, del suo coraggio

Perdere
le briglie sciolte
del regal suo cavallo

Perdere
il senno e il sonno
per orgoglio,
per smania di protagonismo

Grave,
sì grave
perdere il filo della spada
e il pugno duro d’un Re

Per quanto invaso dalla pazzia,
il nobil suo sangue mai
si piegherà al ferro oppressore;
dovreste voi ben saperlo!

Perdere,
perdere il favore del Re
Meglio per voi sarebbe stato
se in campo aperto,
in un faccia a faccia,
aveste persa la vita,
cani che non siete altro!
Che mai ve ne farete ora
di tutto quel fiato puzzolente
nelle budella conchiuso?

Chi perde
del Re il favore
tutto perde,
in un sol colpo:
la stima et l’amistà

Topo in gabbia

Giusto un topo in gabbia
Qualcuno mi spieghi perché
Sembrava che tutto fosse finito
e invece è solo l’inizio
Non mi dovrei sorprendere,
mamma l’aveva predetto
innaffiando il cranio di papà
nel vaso di fiori

Giusto un topo pieno di rabbia
Qualcuno mi spieghi
quando ha cominciato a buttar male
Quegli otto fessi in tv si litigano il mondo,
io cerco soltanto di uscire da questo labirinto

L’altra sera eri davvero uno splendore
vestita di champagne con gli occhi allucinati
Nessuno ti scollava lo sguardo di dosso
Fossi stato più pratico sarei stato geloso,
e invece ho fatto finta di niente,
continuando a ripetere come un mantra
che domani sarebbe stato un altro giorno
L’altra sera eri calda, eri la donna dei sogni,
ogni maschio ti sbavava a un fiato appena
di distanza…

Giusto un topo in gabbia
Giusto un topo assetato di vendetta
Se trovo l’uscita, giuro, cambierà tutto
Se ho l’imbeccata giusta, questa volta non sarà
uguale alle altre, lacrime ad allungare
il whisky nel bicchiere e a disfarti il rimmel

Se esco da questa vita…
Se esco da questa maledetta prigione,
giuro su Minosse che te la faccio pagare cara
Se esco da questa vita prendo il toro per le corna
Giusto un topo, giusto un topo, giusto un topo…

Non può essere così sempre
Non può essere così per sempre
Non può, non può essere sempre così
Non può, non può esser così per sempre

Mosche d’angeli

Sei un completo disastro
Mi dici un “ti amo”
come fossi un Gesù in croce,
mi dimentichi poi per il silenzio
Dormi e respiri su nuvole altrui,
su tatuaggi
che non m’appartengono

Sei un completo disastro
Mi dici un “ti amo”
e credi di potermi far fesso
su tutti i fronti dell’amore
– o dell’odio di Dio
Mi resta così poco in mano,
giusto un pugno di mosche bianche
– angeli infetti di gelosia -,
e in bocca un muto addio
per un silenzio spero uguale al tuo

Dio bambino

dio è morto
e questa volta
non risorgerà
tra il silenzio
e le urla
dei tanti piangenti
affannati di rabbia

dio è morto
e questa volta
non guarderà
in faccia l’assassino
che l’ha preso
tradito
soffocato
annientato
a tradimento
nel tempo infimo
d’un batter di ciglia

è morto
se n’è andata via
Innocenza,
tutta l’Eternità
che eppur
anche il mortale aveva

ché quella razza
che non sa difendere
i suoi propri figli
dalla crudeltà di sua natura
destinata è a mangiarsi
le grifagne unghie,
ad artigliarsi i capelli
nella fossa
che da sola s’è scavata

dio è morto negli occhi
che gli erano splendenti,
che al mondo guardavano
per possibilità
ora che possibilità
più non c’è
né fede a cui prestar
un’ombra di verità

dio è morto
e aveva un anno
e qualche mese appena

Al massimo

Se solo mi guardassi adesso
che ho spinto al massimo
E che ho tutto perso

Farò ritorno a casa stasera
perché ho bisogno dei tuoi giochi
e per dimenticare tutto il resto,
tutti i segreti che da me saprai
in un orecchio

Perché stasera perderò
anche la stanchezza di noi
E finalmente sarò
in libera libertà sepolto
e dimenticato

Bella mia

Baci, Bella mia
Io vado via
Non lo so dove
Dove andrò
non lo so
davvero

Non ho un’amante,
ho in tasca niente
così puoi star sicura
che non ti tradirò

Davvero però
non lo so
per dove passerà
questo lungo treno
d’affamati ammazzati
Toccherà città
e al di là di esse
infine si porterà
Questo immagino
e non lo vorrei,
Bella mia

Tu, Vipera Gentile

In gattabuia,
Tu, Vipera Gentile,
m’hai sbattuto
La porta in faccia,
sul naso
tutta l’ho presa
E dici d’amarmi
Certo che sì,
mi ami
E allora
spiegami un po’ perché
mi sento così,
come una goccia d’acqua
sputata in un deserto
di sabbie e di rabbie
E mai un filo di vento

Mi sento così,
così triste
Non lo puoi capire
Non c’è donna
che mi consoli,
non c’è una gonna
che si alzi
e mostri levigata avvenenza
Domina solo l’assenza
Lacrime negli occhi
fuggono veloci:
non fanno in tempo
a toccarmi il mento
che già sono svaporate

Apri quella porta,
aprila quella maledetta!

Non ci voglio stare qui
Stanco d’andare
su e giù per dune
col sole che mi becca
in fronte per miraggi
di gobbe di cammelli
cavalcate da barbute veline

Aprila la porta
Fammi entrare dentro
Così stanco, così tanto
Voglio entrare
di nuovo nel tuo letto
anche se oramai
m’hai fatto il naso nuovo

Cielo rosso

Vivo sotto questo cielo rosso
Ogni giorno trascino i piedi
per portarmi avanti d’un metro
o due, cantando una canzone
un po’ stonata e incantata
quasi uguale a me,
ché la testa ce l’ho
ma sempre fra le nuvole

Vivo sotto questo cielo di albe,
di tramonti che non sanno confini
Non dimentico un fotogramma,
una storia, l’amicizia nascosta
fra gli spaventi di dio
e quelli dell’età mia

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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