Primi rossori. Antologico

Primi rossori. Antologico

Iannozzi Giuseppe

noi siamo infinito

noi siamo infinito

Spogli il sorriso

Spogli bambole questa sera
Sporche d’infanzia le mani
Su hai un sorriso
che nemmeno dio
oserebbe spegnere nell’abbaglio
d’un’inventata santità

Spogli il sorriso
come fiore preso dal sole
a tradimento: bianchi
canini affondano nel succo
di quella tenera pesca
Spogli però poco le gambe
che ricordo sì tanto vellutate,
delicate carezze per altre carezze
Guardi il mercato d’attorno,
cerchi la bambina che,
non troppo tempo fa, eri;
e ti ritrovi negl’occhi di lei
che plorando va cercando
la madre in mezzo alla ressa
di chi invita a comprar collant
e giarrettiere

Sorriso lattiginoso d’infanzia
Stasera spogli bambole
per scacciar via la solitudine
Hai su il sorriso più bello
che nemmeno dio pensò
quando modellò
le curve della femminilità

Morire in piedi

L’Amore un pugno
alla bocca dello stomaco
che soffoca nel sangue
dell’Avversario
Morire in piedi
o tentar la sorte al tappeto
In ogni caso
non farla troppo lunga:
la Morte sempre squallida
di fronte a un pubblico pagante
o in solitudine di fronte
al nudo tuo riflesso allo specchio

Non poeta ma vita

Se ami una bocca
ama le carie e la gromma,
e l’alito pesante anche,
pesante di sicuro
più di quell’anima
che ci si ostina a pregar eterna
conteggio dopo conteggio
ripresa dopo ripresa
difesa dopo attacco

Col primo rossore

Perché così silenziosa
su le mie pallide labbra
quando t’ho amata
col primo rossore
di bambino che tenta
d’esser uomo?
Quale incanto era
riconoscer il tuo sorriso
che perso rimane
in me… ricordo
che non muore…
che attesta altra voglia
di baciarti sì, come allora
con uguale timidezza

Qual dolor mi prende

Qual dolor mi prende
ora che verso qui argento
e lacrime tante e impotenti!

Della bella tua chioma al vento
sol mi resta la carezza sul volto,
ricordo che giorno dopo giorno
si fa sempre più fievole

Dei tuoi amati occhi
la luce sostengo colla cecità
che non mi restituisce verità

Della tua bocca di sapori
più nulla, solo la pesantezza
dell’affanno nel petto straziato

Qual dolore, qual dolore
tu non sai; eppure t’amo ancora
come allora, a dispetto dell’onta
che mi gettasti addosso
lasciandomi a vivere su questa terra
sì negra e avida d’infinite paure

Inutile poesia

Innamorato
e caduto rovinato
Non ci salverà l’amore
La poesia non servirà
Son sempre tante le parole
che si dicono tanto per, per dire
Niente oggi ci risparmierà
per quel poco che abbiamo
creduto d’essere

Se mai siamo stati legati
oggi cadiamo in ginocchio,
ci rialziamo e non pensiamo
Recita già vista a teatro,
un vecchio disco consumato
Niente oggi ci riporterà
indietro al tempo dell’illusione
delle mani sudate
Se mai siamo stati insieme
adesso non più
e non è nemmeno dramma
che valga la pena d’esser
raccontato a qualcuno
per portargli conforto
ché a patir uguali pene
non si è mai da soli

Ah, la poesia sì…
non ci salverà alla fine:
inutili piume di pavone

All’ombra di Venere

Ti posso sposare, dolce Venere
Ti posso amare fino a perdere il cuore
Fino a perdermi in te, fino a terminarmi
Ti posso amare il sorriso, farlo mio,
incastrarlo nei miei giorni di uggia
per darlo a quei cieli carchi di pioggia
– che da sempre mi piovono addosso
quando per strada la speranza la perdo

Ti posso amare, soltanto amare
E poi dirti che sì, l’amore sei,
che tu vieni e vai
Ti posso avere, ti posso comprare
Pago ogni prezzo, il più squallido
– indiavolato

Soltanto un piccolo uomo innamorato
Non lasciare che scriva una poesia d’amore
se poi la cancellerai con il solito epitaffio,
che da un’eternità intera conosco
all’ombra degl’ippocastani cercando indarno
con la mano fantasma di togliere la polvere
dagl’anni, nato il morto il

La tua essenza

Dove sei scomparsa
nessuno lo sa

Se tu sia ancor qua
o passata nell’Aldilà
a rovinar di Cherubini
e Portaborse l’esistenza,
noi che umani siamo
e che moriamo
per una scimmia
e una peritonite di troppo
non lo sappiamo
Eppur t’abbiamo vista
questa sera
come tante altre prima;
sembravi felice
nel tuo vestito da sposa,
e sulle labbra
nero il rossetto a lutto
Ha tremato poi la terra
In un momento quel che c’era
più non c’era; spuntavano però
braccia e gambe dalle macerie
in mezzo a cocci e fiori spezzati

Alla tua salute ora bevo
Tutti simpatici gl’amici tuoi,
s’ubriacano che è una bellezza
Bestemmiano anche,
si grattano le ascelle,
e nei bagni cercano un’avventura
che gli faccia dimenticare
d’esser stati partoriti
per presto finire in una tomba,
anonima e lontana,
vuota d’epitaffio
e d’una foto di circostanza

L’ultima tua in bella calligrafia
la tengo nascosta sotto il cuscino

Nihil

Persino una marcia nuziale
è più di noi.
Un dramma a teatro
è più di noi.
Una bugia
in bocca a un monello
è sempre più di noi.
Persino la parola d’un assassino
è migliore di noi.
Un mimo sotto infarto
è più di noi.
Ogni cosa in cielo e in terra
è in ogni caso più di noi,
che siamo meno
d’un pugno di cenere,
d’un frusto crisantemo
dimenticato
sugl’algidi avelli ai più
sconosciuti.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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