Disastri editoriali e facsimili

Disastri editoriali e facsimili

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giusepe

No scuole di scrittura creativa o facsimili

Se pensate anche solo per un momento che per scrivere bisogna frequentare una scuola di scrittura creativa o che non vi farebbe male prender parte a dei corsi di scrittura, bene, siete sulla cattiva strada: non siete degli scrittori, siete invece delle persone che hanno un gran bisogno di tornare sui banchi di scuola a imparare la grammatica italiana.

Il talento innato uno ce l’ha o non ce l’ha. Il talento non può essere insegnato né imparato. Esso è un dono.

Frequentare una o più scuole di scrittura creativa, partecipare a dei corsi di scrittura, è una assoluta perdita di tempo e di danaro. Null’altro che questo.

Capolavoro o no?

– E’ troppo letterario, non posso pubblicarlo. Non dico che non sia bello, tutt’altro. E’ molto, molto bello… un lavoro grandioso. Il problema è che questa è letteratura, per cui non avrebbe mercato.
– Mi sta dicendo che ho commesso peccato perché ho scritto un bel romanzo?
– Non se la prenda, non ne val la pena. Vede, se lei avesse scritto un romanzo standard non ci sarebbero stati problemi.
– Ma il romanzo è bello, lo ha detto anche lei!
– L’ho detto, è vero, è così, è bello. In verità è troppo bello e questo è un problema.
– Per lei o per i lettori?
– Voglio essere franco, per me e per i lettori. Non capirebbero. Diavolo, ho dovuto rileggere il suo lavoro tre volte per rendermi conto d’avere fra le mani un capolavoro.

Majakovskij e Mishima non sono maionese né boxeur

Sarebbe il caso di tornare a pensare. Non dico che tutti debbano leggere e capire Majakovskij e la sua poesia; non pretendo che tutti ferrati su Yukio Mishima; ma perlomeno che non li si scambi per maionese e boxeur in pensione.
Ci vorrebbe equilibrio, quello che oggi manca: perché Stephen King di libri belli ne ha scritti, ha scritto però anche tanti romanzetti seriali, che fosse stato un altro a scriverle non gliele avrebbero pubblicate manco a pagamento. Il problema è poi saper distinguere una locandina della Esso da un Van Gogh, o un film di Vittorio De Sica da uno di Christian De Sica. Non si è capaci di operare questo distinguo, di dare il giusto valore all’arte e a tutto quello che ha solamente parvenza di arte.

Recensioni: sì o no? 

I lettori si fanno conquistare molto dalle recensioni, siano esse in Rete, siano esse su canali più tradizionali; il lettore “debole”, quello che legge sì e no un paio di libri nell’arco di un anno, praticamente dipende dalle recensioni positive, possibilmente griffate; ma anche il lettore meno navigato, di fronte a una recensione che dice troppo bene di un libro, alla fine, comincia con l’interrogarsi e a far dei raffronti con altre critiche, spesse volte chiedendo al libraio se è proprio così, che quel libro vale tanto o si è un po’ tanto esagerato.

Doveri del critico e dell’artista

Il critico ha il “dovere” deontologico di dire il vero nei limiti della sua conoscenza che è “umana”, ma anche l’artista, lo scrittore, ha il “dovere” artistico di scrivere bene. Se non ne è capace, se non ha nulla da dire, meglio è che non pubblichi per il bene suo e quello dei lettori, e non da ultimo per il bene delle foreste. Troppe volte si pubblicano libri che non valgono la carta su cui sono stampati.

Editoria italiana malata

Che l’editoria italiana non godi di buona salute è purtroppo un fatto accertato e diagnosticato ormai da tempo. Ma più giusto è asserire che l’ultimo ventennio è stato sterile non solo sul suolo italiano bensì anche su quello europeo e d’oltreoceano: la dimostrazione è nei tanti libri mandati in libreria con totale incoscienza, libri che tali non sono – è questo un particolare di non poca importanza che vale la pena di sottolineare non una volta ma almeno cento a costo d’adoprare ridondanza. Accanto all’editoria di regime fascista troviamo quella falsamente rivoluzionaria le cui voci sono soprattutto al femminile. Ma dire contro le autrice di libelli da poco sarebbe semplice e di più, un atto di cattiveria completamente inutile e forse immeritato!

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Disastri editoriali e facsimili

  1. Rosy ha detto:

    Oggigiorno, la letteratura italiana è finita. Ormai non esiste più, è dirottata verso un altro genere, spettacolare e/o televisivo. Non è più possibile scrivere romanzi seguendo quelli che erano i vecchi schemi, ma è invece possibile organizzare la prosa in senso poetico, e creare così un ritmo facendo ricorso a rime e assonanze. Chiaro è che soltanto la poesia può salvare la lingua, e difatti fai bene tu, Iannozzi Giuseppe, a scriverla come ben ti riesce … Ma è un genere per pochi scrittori …

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Oggi come oggi la cultura è tenuta ben poco da conto. Non si parla più di cultura, questo perché è stata ridotta a una merce, una merce di basso costo peraltro. Ecco dunque sorgere come funghi programmi televisivi che vorrebbero essere di approfondimento, ma che in realtà fanno solo spettacolo mercificato spettacolarizzando la morte e le disgrazie altrui. Simile robaccia evito di guardarla. E’ chiaro che siamo in piena decadenza, così come nel più basso medioevo.

    Neanche la poesia può servire. E’ essa ad appannaggio di pochi. La poesia, sia essa buona o no, la leggono in pochi. In libreria non è neanche considerata una merce. Non ci sono neanche i grandi poeti nelle nostre librerie. Siamo un caso più unico che raro: l’Italia non esiste, non esiste più, perché un paese che non sa tenere viva la propria cultura e quindi le proprie radici è poi solo un paese che è sulla cartina geografica e null’altro.

    I pochi editori buoni, che la cultura la fanno sul serio, ogni giorno devono lottare contro dei moloch risorti e ben pasciuti. Fare cultura oggi non è una battaglia, è una guerra che non può non lasciare vittime sul campo.

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