Amori miei, addio

Amori miei, addio

Iannozzi Giuseppe

Living on my own

Come verme

…bisogno avrei d’addormentare il capo sul grembo tuo di nuvola ferita
col triste coraggio d’un uomo troppo stanco di mille sconfitte ingoiate,
ché tutti gli amici morti in una solitudine, nel vittimismo d’un egoismo;
e pure la ragazza in sogno amata quand’ero giovane ormai sposata.

Avrei adesso bisogno di qualcuno che con una carezza mi svegli
per dirmi che banale – mortale – è il desiderio che in seno nutro…
che non c’è un sogno così che si possa far del vero più vero;
ne avrei però bisogno ché solo tu l’anima me l’hai baciata,
anche se dicesti che un bacio meno d’un buco nel Niente scavato.

Avrei adesso bisogno di vivere e riposare oltre il dolore e i sofismi;
ha mostrato Dio draconiano verdetto su tutto ciò che ho fatto
e castigato mi ha ad amare gl’angeli che attraverso le finestre spiano;
così, senza più difese, sento che qualcosa in me scivola e si fa luce.
Ma non sto bene lo stesso io, e non basta la musica di Bach,
e nemmeno la geniale pazzia di Mozart riesce a ferirmi
nella lama d’un sorriso, d’un sorriso per decretata sconfitta.

Avrei adesso bisogno di quel bisogno che mai ho chiesto a nessuno
e di cui mi vergogno come un cane a confessare a quell’Infinito,
che le parole tentano invano di terminare nell’intimo d’una poesia.

Non è di questo mondo la felicità e c’è chi male sta veramente:
allor perché l’amore avverto sanguinante, strisciante ai miei piedi,
senza riuscir mai a baciarlo con una ferita o mio moto di passione?

Avrei adesso bisogno d’un sonno profondo, come un sogno breve,
un semplice “ciao!”, o un “silenzio” sulle mie labbra seppellito
per tornare un po’ di fiato a respirare, per scoprire una morte nuova.

C’è che queste parole mai le saprai, pur essendo la semplicità
che mai il coraggio ho avuto di dichiararti, Anima egoista!
Ma tu il petto mio batti per farti indecente verme d’ansietà.

Sì, tu batti, ed io non ascolto.

Chissà che mi pensavo

E chissà che mi pensavo
quand’ero giovane e non pensavo,
in bocca mille parole
e in tasca non un significato
che fosse uguale all’uguale

E chissà chi lo ha detto,
perché dove come e quando,
gli ultimi saranno i primi;
non ricordo, a scuola sì o no,
in fondo in fondo però
a ben guardare tutto il bene
ha il suo fine, viene…
e viene per nuocere bene,
alle spalle ti prende
e non ci puoi tu fare niente
E chissà perché e percome,
chi hai amato muore
e sempre muore giovane
che l’età non l’ha vista
se non di sfuggita,
uguale a un abbaglio
nel caos d’un incidente

E chissà che mi pensavo,
chi pensavo d’esser mai
per stupita gioia di far poesia
Per stupida gioia
di darmi a un mare di guai

Addio all’amore

In bellezza nascesti come le dèe
mentre pesante l’aria s’addensava
nella leggerezza del primo vagito,
così mi raccontava quella sera tua madre
sporcandosi gl’occhi in un mezzo pianto:
sapevo ascoltarla con orecchio benevolo
e dimenticar la vita nel cesareo delle strade
là dove ti perdesti in un veloce volo,
rapita dalla sorpresa già prima che fossi sotto.

Ci dissero che la scarpina s’adagiò nel passo breve
che tra le foglie fa la mossa al vento,
e che l’anima tua involta nel rosso d’una rosa
in un cielo affossato di cumulonembi s’involò;
e noi s’era lì, prigionieri di bocche straripanti parole arse,
quando già l’autunno sfumava i colori nel bianco inverno.
E ci si figurava la sabbia del Sinai
e le ragnatele a far mostra di sé allo specchio
che ti prestava luce per dirti bella,
perfezione immaginata
nella presunzione d’un petalo di rosa
che poco ti vestiva;
bastava però all’immaginazione la nudità vestita
perché gli uomini t’amassero
gettandoti addosso pennellate di smalti e bruni soli,
pur nulla sapendo delle tue voglie.

Te ne n’andasti ch’era giorno mostrato
in incipiente tempesta,
lasciando il grano maturo dei tuoi capelli
appena un poco scomposti.

Maria, ti canta l’Autunno,
che fa l’occhiolino all’inverno
per cucirti manette di neve ai polsi, alle caviglie,
per coprirti tutta.

Frammento d’un dono

Tanto, tanto tanto manchi.
Tanto intensamente ti sento
a me accanto,
mio Incanto!

Il capo tuo reclinato,
timido, ho baciato:
sulle labbra.
Con un sorriso mi guardavi
e si faceva paradiso:
tutto d’attorno un forno
di sospiri, timidezze,
prime carezze,
e un sussurrato “Ma no!”,
sussurrato
mentre negl’occhi mi indagavi
le certezze immaginate,
annegate nel volto tuo
colto in pudico rossore
per sospirato “Amore!”

Tanto bella, troppo poco ti davo,
e troppo t’avevo immaginata
e sempre sbagliando,
ché più bella, da sempre, sei stata.

Tremavi ed era febbre:
il freddo ti bramava
mentre le ebbre carezze
si davano da fare in quel cantuccio,
che ospiti quasi intrusi ci vedeva.
E nascosta lagrima si disegnava
sul duro mio mostaccio
di barba e amore
in quelle intime ore
dipinte nei fantasmi
ch’eravamo.

Grazie, Amor Bello,
commosso,
generoso.
Tu tremavi e mi baciavi,
questo il dono tuo offerto;
ma io solo sapevo
stringerti di più.
E di più.
In me sofferto
non osavo oltre:
ma un brivido ti correva oltre,
lungo la schiena,
che come passerotto piluccavo
sfogando dolce lena
in catena di baci
e rattenuto rotto singhiozzo.

Fu frammento d’un dono,
baciarsi,
stringersi,
tenersi la mano…

Vampiri

Dei vampiri è la notte.

Il giorno la bara
che li accoglie
in un mai eterno
riposo.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Amori miei, addio

  1. Rosy ha detto:

    Le ho lette Beppe, confesso di corsa, come sai ho pochissimo tempo da dedicarti, ma prometto di leggerle non appena riesco a concentrarmi in santa pace. 🙂

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Le ho pensate e meditate per una lunga settimana, dopodiché ho impiegato un giorno intero per metterle nero su bianco. Non so quanto siano riuscite bene, ma posso dire d’aver fatto del mio meglio, anche se, come avrei di certo notato, sono tutte votate a una profonda tristezza. In definitiva faccio un bilancio di quei miei amori, giovanili e non, per arrivare ai miei 35 anni o giù di lì, anno più anno meno.

    E sono difficili, non immediate, per cui occorre forse un po’ di attenzione in più rispetto ad altre cose che ho scritto. Ma sta bene così, cara Rosy. Sono già ampiamente contento che le hai lette.

    beppe

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