Urla e lamenti. Antologico

Urla e lamenti. Antologico

Iannozzi Giuseppe

William Shakespeare

William Shakespeare

Il giorno dopo

Ho, ho qualcosa per te.
No, non è niente di che.

Il giorno dopo è sempre così:
si pensa debba essere fantastico.
E invece è un lento seppellirsi
nei ricordi. Il becchino. Che suona
alla porta. Che con fare drastico
annuncia: “Pompe Funebri
per pochi clienti, poca fortuna!”

Urla e lamenti

Tra urla e lamenti vedrai
i cerchi nel grano maturo,
capirai allora ch’è arrivato
il momento d’andar lontano

Gli alieni sono a un passo
Di nascosto osservano
le mosse sullo scacchiere
della nostra piccola vita
di pedoni in mezzo a torri
re e regine; urleranno scacco
e sarà matto, andrai fuori
di testa, non crederai
Ma prima che tu possa capire,
libera dalla terrena prigione
subito in un’altra universale,
rimpiangerai così la libertà
che eppur avevi tra guerre
e altre amenità del genere!

Negri fantasmi

Sotto questo cielo disperato di negri fantasmi
raccolti in pianto dove da sempre morte segna morte
dall’alba all’orizzonte, ci sei anche tu!
Però tu più non vedi né odi, più non chiedi
se ieri il fior della vita insieme lo cogliemmo
sul serio per un lieto ritorno di baci e speranze,
di lacrime e timori.
Rimango così a te esposto, al danno degl’occhi
vuoti di compassione, estranei a tutto
fuorché al lutto ch’hai in seno accolto.
Manca il rimorso per una languida carezza,
per un’ultima stupidità che illuda l’amore
d’amore; perciò lungo le strade dell’Urbe ti porti,
e sol più l’ombra tua t’inciampa il passo
e nemmeno te ne curi… già hai lo sguardo vuoto
altrove; ma alte le grida si levano spogliando
delle piume piccioni grassi e sterili, grida
di mercanti di preti, di coglioni senz’arte
né parte, perché sì tanto crudele è il dolore.

La barba di Dio

Col cappio al collo viviamo,
il nodo alla cravatta tentiamo
pensandoci belli
scoprendoci borghesi
come la mano di dio
che al mattino scava pulci
nella barba arruffata

Legioni di solitudini

Vennero giù
scortando legioni
di solitudini,
tenendo alta la croce
di un dio bambino

Vennero qui
per mettere all’asta
il feto e l’aborto
che siamo

Lutto

se solo sapessimo
accettare il prima
e il dopo,
se solo sapessimo
riconoscere
che nostra età
è tumore asportato
con imprecisione
chirurgica,
l’attacco di panico
– che produciamo
grattandoci via
la viva pelle
con unghie di morti –
sarebbe almeno
una quasi santità
spezzata a lutto
infinito

Sull’altalena volavi

Ricordi quando sull’altalena volavi?
Non c’erano mai problemi;
schiere di angeli raccoglievano
le tue risate, le intrecciavano poi
per farne dono alla tristezza di Dio
Sembra così lontano quel tempo,
così lontano e tu non ridi più,
e tu non hai lacrime da buttar giù,
sol rimani con la testa fra le mani,
ascoltando le note di Chet Baker
E che cosa pensi, nessuno lo sa

Le corse sulla spiaggia, tu che giocavi
con le onde che ti lambivano i piedi nudi,
quelle corse non all’oggi appartengono,
né a quel film muto bello e impossibile,
eppur tante volte pensato

Ricordi quando sull’altalena volavi alta
e c’era una mano amica che ti prendeva?

Ricordi quando volavi alta
e incontravi il primo fiocco di neve bianco,
che dal cielo veniva giù in segno
di ringraziamento d’esser così sempre tu?

Amore crepuscolare

Cercavo poi solo un’identità
che un poco mi rassomigliasse
se non nella perfezione
perlomeno nell’ideale d’un confine
delineato tra apparenza e realtà

Fu così che m’imbattei
all’ora del più tardo crepuscolo
in un caffè da tutti i Signori evitato:
non feci a tempo di pensare
al possibile rischio
che già ero accomodato dentro
a centellinare un liquore amaro
Però la chellerina che m’aveva servito
era ancora sulla liquida superficie
e ai miei occhi ella appariva
come la più bella delle creature

L’alma mia non trovava requie:
seppur intravista per un momento
quell’apparizione m’era più cara
della mia stessa vita
Con lo sguardo la cercai intorno
ma indarno: ogni mio sguardo
si disperse tra i fumi e le nebbie
dei tanti avvinazzati ai tavoli
Dalle loro larghe bocche
si dipartivano voci roche
di catarro e bestemmie ovvie
che non ho cuore di ripetere

All’alba mi portai all’aperto:
l’aria m’era pesante in petto,
a ogni sospiro morivo un poco
passandomi la mano inguantata
sul volto non rasato e stanco
Il bronzo delle chiese un’eco
che spezzava di netto le gambe
ai primi insonnoliti viandanti

Ma ai bordi, con l’alba addosso,
sui marciapiedi ancora resistevano
Allegre Signore coi rossetti disfatti

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a Urla e lamenti. Antologico

  1. furbylla ha detto:

    che bella sull’altalena volavi..
    Buongiorno Beppe
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ forse la più lieta, “Sull’altalena volavi”. Vedo che non ami le poesie tristi. ^_^

    Buongiorno a te, Mamma Lupa.

    beppe

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  3. furbylla ha detto:

    non è affatto così, dipende dallo stato d’animo un pò come quando cerchi un certo tipo di canzone..
    Bacio
    Cinzia

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Capisco. Non sei come me che più vario e meglio è, vale a dire che non leggo secondo lo stato d’animo. Tutto qui.

    Bacio

    Beppe

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