Fattaccio di cronaca

Un maledetto fattaccio di cronaca

Iannozzi Giuseppe

La Bravo finì la sua corsa con il muso ben schiacciato contro il semaforo, che andò prima in tilt per poi spegnersi di botto.

Il crepuscolo già disegnava vene rosse da una parte all’altra del cielo, non risparmiando antenne sui tetti e comignoli che parevano affogati in un mare di sangue.
L’aria novembrina pulsava di umidità, gli alberi si spogliavano delle foglie, e le persone tiravano su il collo dei cappotti scrutando a destra e a manca; e tutti erano quasi assenti, come cadaveri appena resuscitati.
Ci volle un corpo sbalzato in aria per rompere la monotonia dei passanti stanchi, avviati a tumularsi dentro ai loro appartamenti insieme alle chiacchiere della tivù.

La Bravo lo prese in pieno, mentre attraversava sulle strisce pedonali.
Non era scattato il rosso.
Non era scattato il verde.
Era sull’arancione.
Il piccolo corpo volò per cento metri almeno. Sulla linea di mezzeria rimase testimone una scarpetta vuota del piede.
Una donna lanciò in aria un urlo isterico.
Un vecchio si fece il segno della croce.
Un ragazzaccio sullo skateboard sparò “che figata!”.
Quello che stava alla guida uscì dalla Bravo, fissò sconcertato il muso ammaccato della macchina e bestemmiò.

Il piccolo corpo restava immobile.
Chi guidava aveva sul mostaccio una rabbia che manco Dio! Continuava a ripetere che farla riparare gli sarebbe costato un occhio della testa; e in effetti il danno era bello grosso, il motore fumava e il paraurti era partito. La carrozzeria era mezzo accartocciata. Danni per milioni di lire.

Un prete che aveva assistito all’incidente continuava a tirarsi il colletto bianco. Il collo incartapecorito, e con il gozzo, del prete non stava per niente comodo nell’abito talare.
Una madre, che teneva in braccio il figlioletto, piangeva. Piangeva e nemmeno lei avrebbe saputo dire perché: di una sola cosa era certa, il pianto non era per il corpo steso a terra, immobile, lontano da occhi indiscreti.

Qualcuno suggerì che bisognava vedere da vicino.
Qualcun altro assentì.
In processione un gruppetto di curiosi si portò con concitata lentezza intorno al corpo immobile.
Aveva la faccia schiacciata sull’asfalto.
Il rosso si stava allargando a macchia d’olio sotto quel corpicino disgraziato.
Si era già formata una bella pozza, quasi un laghetto. Sulla sua superficie ci si specchiavano i palazzoni della città.

Dall’abbigliamento sembrava proprio un bimbetto di non più di sei o sette anni.
“Ha preso sotto un angelo di Dio”, sbottò il prete, che però evitò di avvicinarsi troppo a quello che era già forse sol più un cadavere.
La donna che teneva in braccio il bambino, nessuno sa perché, scoppiò prima in una macabra risata, poi si portò subito via dando le spalle al capannello di curiosi.
Il ragazzo abbandonò lo skate e camminò sulla pozza d’un bel rosso acceso.
Ci fu un “oh…” appena appena sibilato in coro.
Gli menò un calcio con la punta delle scarpe da ginnastica.
Nessuna reazione.
Il prete era madido di sudore. Eccitato. Gridò: “Facci vedere chi è”.
Il ragazzo non si fece pregare. Menò un altro calcio al corpicino, forse per assicurarsi che fosse proprio morto, dopodiché s’inginocchiò… “Si sente l’odore dolciastro del sangue…!”, disse rivolgendosi al parroco. Che tacque.

L’uomo stava accanto alla Bravo. La accarezzava piano piano, dedicandole un amore speciale che solo un uomo può provare per un motore di pistoni e stantuffi. Scoppiò a piangere in silenzio. Calde lacrime gli rigarono il viso, mentre in cuor suo prometteva a sé stesso che la sua bella macchina l’avrebbe rimessa a nuovo a qualunque costo.

Ci mise buoni venti minuti per arrivare l’ambulanza, a sirene spiegate.
Quando il corpicino fu caricato sulla barella e nascosto nella pancia del mezzo di primo soccorso, la gente fece presto a dileguarsi con la delusione dipinta in faccia.

Non era morto.
Aveva fatto un bel volo, aveva perso i sensi per un po’. Niente di più, se non si tiene conto che tutto il contenuto della bottiglia di succo di mirtillo si era svuotato sulla strada.
Un paio di graffi sulla fronte, niente ginocchi sbucciati o ossa rotte.
I paramedici non erano propensi a parlare di miracolo: un nano è un nano, una creatura aiutata più dal Diavolo che da Dio. E quello che avevano caricato era una gran seccatura, non voleva stare fermo un attimo, si agitava… minacciava tuoni e fulmini sgambettando, tirando pugni al niente con quei suoi braccini tozzi manco si credesse Carnera la montagna che cammina.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Fattaccio di cronaca

  1. furbylla ha detto:

    siamo sicuri che il vero malefico fosse il nano?
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ un racconto surreale, di spirito kafkiano, un po’ alla maniera di Dino Buzzati. per cui, a mio avviso, tutti sono a loro modo malefici.

    A farci stare in palpiti sono le favolose circostanze del dramma, quale non abbiamo finora conosciuto che nei libri e nei film di fantascienza? È la durata enorme dell’incertezza, che sembra doversi prolungare per giorni interi? È la spaventosa distanza che ci separa dai tre, librati in un mondo paurosamente straniero e nemico, per noi pressoché inconcepibile? È l’interrotto colloquio fra la Terra e la temeraria navicella che potrebbe trasformarsi in sepolcro, per cui rabbrividiamo al dubbio di dover ascoltare la spietata progressione di un addio? (Dino Buzzati, il Corriere della sera, 15 aprile 1970)

    beppe

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