Come muore un poeta

Come muore un poeta

Iannozzi Giuseppe

Viandante sul mare di nebbia

“La vita un turacciolo, un completo fiasco. O una bomboniera. O una ballerina ai suoi passi di danza venduta. O la penna del poeta, più semplicemente.”
Il poeta fissava i versi: erano inchiostro, un tovagliolo di carta. Sorrise a nessuno, solo una smorfia prima di ordinare il caffè. Aveva cenato bene, non poteva lamentarsi: al Vecchio Faggio la cucina era alla casalinga, proprio come prometteva la pubblicità e il prezzo economico come il vino che l’oste usava mescere. Al vecchio poeta non interessava granché la corposità del vino, né il suo colore né il suo sapore, non più comunque: con la vecchiaia e l’artrosi, con la stanchezza il vino aveva perso d’importanza al pari di tante altre cose, come il sangue andato in aceto che ancora gli sforzava le vene.

Arrivò il caffè: la kellerina glielo mise sotto al naso insieme a un notevole spaccato di tette. L’uomo non palesò però alcun interesse e solo si limitò a osservare le spire di fumo, del nero che gli era stato deposto davanti. Non s’offese nessuno, e come era venuta, quella che, probabilmente, era la figlia dell’oste se ne andò. ‘E’ nata per essere una cameriera. Lei lo sa. Ce l’ha scritto in faccia. Un marchio di fabbrica’, pensò il vecchio poeta buttando giù l’ultimo sorso di caffè; poi s’accese una sigaretta.

* * *

Il Vecchio Faggio era un posto tranquillo, pochi avventori e niente musica: odiava la babele dei locali moderni, anche di quelli raffinati e costosi che, volendo, avrebbe potuto permettersi senza batter ciglio. La vecchia pendola addossata al muro segnava le ventidue. Non era troppo tardi, avrebbe continuato a impiastricciare tovaglioli coi versi che gli venivano, poi li avrebbe usati per nettarsi la bocca. Si era risolto di passar così un po’ di tempo, quando una voce alle spalle lo fece sussultare.
“Ma lei è Pound!”
Il vecchio poeta alzò lo sguardo per incontrare il proprietario della voce che l’aveva chiamato; dimostrava una quarantina d’anni, non di più, anche se era già stempiato e il labbro inferiore gli pendeva simile a un’appendice. Un volto inutile, o troppo simile a mille altri perché potesse suscitare interesse.
“Potrebbe essere! Non è importante.”
Lo straniero annuì con la testa: “Posso sedermi al suo tavolo?”
“Se lo desidera. Io però ho finito.”
“Sì, questo l’avevo capito.”
“E allora?”
“Meglio una compagnia di pochi minuti a un’assenza!”, sentenziò lo straniero, che continuava a restare in piedi.
“E lei…”.
Lo straniero arrossì. “Chiedo venia. Non mi sono presentato.”
“Oh! Non è richiesto presentarsi. Non lo faccia. Non c’è bisogno d’una simile formalità. Piuttosto s’accomodi.”
Lo straniero si mise a sedere: adesso erano l’uno di fronte all’altro. Se da quelle parti fosse passato un ritrattista, avrebbe detto che quei due erano lì da sempre.
“Lei è il famoso poeta, Pound. Non sbaglio…”.
Il vecchio non disse nulla. Lo fissò negli occhi, poi abbozzò un mezzo sorriso, indefinito: “Lei fuma?”
“Purtroppo sì.”
“E allora…”. E così dicendo gli porse il pacchetto di Davidoff: “Non faccia complimenti.”
Lo stranierò sfilò una sigaretta dal pacchetto, l’annusò e presto il fuoco d’un cerino glielo accese.
“Grazie!”, bofonchiò dopo la prima boccata.
La kellerina era tornata per prendere l’ordinazione del nuovo avventore.
“Cosa desidera?”
“Il piatto della casa… Un quarto di vino…”, ordinò distrattamente. “Faccia lei, per cortesia”.
Quella non fece una piega: era abituata alle stranezze dei clienti. Com’era venuta così se ne andò.
“E lei, lei che desidera da un vecchio?”
“Solo un po’ di compagnia.”
“Nient’altro, ne è sicuro?”
“Per dire la verità, l’ho riconosciuta e non ho saputo frenarmi.”
“Capisco.”
Un silenzio fra i due, lungo, interminabile come l’infinito e vuoto di segni d’imbarazzo.
“Lei scrive?”
“Una volta scrivevo. Come ha fatto a capirlo?”
“Il callo dello scrittore: ce l’ha ancora. E’ impresso sulle sue dita.”
“Ah! E’ un buon osservatore. Credo d’aver scritto parecchio, robaccia senza significato né per me né per gli altri.”
“E allora, perché ha scritto?”
“Per tornare a essere un uomo normale.”
“Poesia o prosa?”
”Quello che mi veniva. Fu tempo sprecato ma necessario, altrimenti non sarei mai tornato a essere un semplice anonimo.”
Il vecchio poeta, questa volta, gli sorrise malizioso, interessato quasi: “A un primo sguardo, m’era sembrato uno dei tanti, un invalido. Ce ne sono tanti al mondo.”
“La franchezza mi piace. Ce n’è poca a questo mondo. Una questione di educazione perduta.”
“Quando la vanità si placa l’uomo è pronto a morire e comincia a pensarci.”
“Ennio Flaiano. Sì, rammento”. Spense la sigaretta nel portacenere: l’aveva fumata tutta, nel giro di pochi minuti, senza perdere né una battuta del vecchio poeta né una boccata. Poi aggiunse: “Essere pessimisti circa le cose del mondo e la vita in generale è un pleonasmo, ossia anticipare quello che accadrà.”
“Vedo che ci intendiamo. Perché è venuto proprio al Vecchio Faggio?”
“E’ un buon posto. Mi aiuta a pensare non pensando.”
“Sta arrivando la sua cena”.
La kellerina aveva apparecchiato, un piatto fumante di pasta, un quarto di vino, un po’ di pane, una brocca d’acqua.
“Forse è il caso che me ne vada…” , disse il vecchio poeta.
“A me non dispiace la compagnia.”
“Resterò ancora un po’ se le fa piacere.”
“Perché ha smesso di scrivere?”
“Non ho smesso. Scrivo sempre.”
“Però non pubblica.”
“I tovaglioli su cui scrivo sono spazzatura che non intendo dare in pasto alla macchina dell’editoria. E poi non è importante aggiungere versi ai già tanti che circolano in tutte le edizioni possibili e immaginabili.”
“Si riferisce a se stesso!”
“Anche. Oggi tutti scrivono poesia. Perché dovrei prendermi il disturbo?”
“Già, non ce n’è motivo. Però mi dispiace.”
“Mangi prima che si raffreddi.”
Lo straniero prese a mangiare, velocemente. Intanto il vecchio poeta scriveva versi su i tovaglioli di carta, poi si nettava le labbra screpolate fino a farle sanguinare, e cestinava versi, sangue e tovaglioli.
“Adesso ci vorrebbe un buon caffè.”
La kellerina venne nel tempo d’un momento: prese l’ordinazione e scivolò via. Tornò quasi subito con un caffè fumante.
“Spesso la donna italiana è cuoca in salotto, puttana in cucina e signora a letto.”
“Sempre Flaiano.”
“Già. La donna è come la poesia. Lei è d’accordo?”
“Non saprei”. Arrossì. “Non scrivo più da una lunga pezza.”
“Allora siamo d’accordo!”, sentenziò il vecchio poeta.
“Lei non mi ha ancora risposto.”
“Capisco. Lei vuole che mi presenti, in maniera formale. A quale pro? Lei dice d’avermi riconosciuto. Non le basta forse?”
“Lei ha ragione.”
“S’è fatto tardi, almeno per me. Offro io.”
Lo straniero stava per balbettare qualcosa, ma il vecchio poeta, con un’occhiata gelida, gli fece intendere che non avrebbe accettato repliche. S’alzò da tavola, andò al banco e pagò per entrambi.

* * *

I faggi scheletrici occupavano tutto il paesaggio e il cielo notturno era sudario su di essi posato: un alito di vento li commuoveva, e i due uomini, infreddoliti, camminavano fianco a fianco senza fretta, senza parlare quasi. Avevano i colli dei cappotti alzati e i nasi rossi per il freddo, non di certo per il vino annacquato che avevano bevuto.
“La vita un turacciolo, un completo fiasco…”, recitò lo straniero, all’improvviso.
Il vecchio poeta non si scompose: “Ha raccolto i miei tovaglioli.”
“Mi sono permesso.”
“Non la sto accusando di niente. La spazzatura appartiene a chi la raccoglie.”
Lo straniero non disse nulla. Aveva le tasche gonfie di tovaglioli di carta, di versi. Era euforico, però non voleva che Pound se ne rendesse conto.
“Lei, in cuor suo, sta gongolando come un bambino.”
“Non posso negarlo…”.
“E poi?”
“Io non sarei mai capace di scrivere dei versi così.”
“Si sbaglia: tutti ne sarebbero capaci. Anche un bambino.”
“Io no.”
“Può pubblicarli, se vuole, a suo nome. Oramai le appartengono.”
Lo straniero arrossì violentemente. Ebbe una vertigine di contentezza.
“Davvero, posso?”
“Perché no? La spazzatura appartiene a chi la raccoglie. Mi sembrava d’averglielo già detto.”
“Ma non sarebbe giusto.”
“Giusto? Ingiusto? Dove e quale la differenza? Se ha bisogno di pubblicare, lo faccia e non ci pensi su due volte. Si prenda la gloria, se la sua poesia avrà successo. Prenda la gloria e se la goda. Un giorno, quando sarà vecchio, come me si renderà conto che non ne valeva la pena.”
“E dopo? Se li pubblicassi a mio nome, dopo non saprei più…”.
“Continui a venire al Vecchio Faggio… Non posso assicurarle né dei buoni tovaglioli né che viva a lungo. Questo lo sa da sé… meglio puntualizzare”. Tossì. “E se le riesce, qualche volta scriva dei versi che siano suoi. Su dei tovaglioli, magari. Li inserisca insieme alla mia spazzatura. Nessuno se ne accorgerà. E diranno i suoi versi belli. Glielo assicuro.”
“Come fa a esserne così certo?”
“Quando un poeta muore lo sa da sé”, decretò divertito. E subito aggiunse, in tono ironico quasi: “Al Vecchio Faggio! Al Vecchio Faggio! Quella kellerina, un giorno, potrebbe diventar sua moglie. Lei non vuole essere veramente normale come invece mi ha confessato.”
Lo straniero avrebbe voluto portare una risposta, una giustificazione, una qualsiasi, ma il vecchio poeta era scomparso.

Il solo paesaggio possibile all’occhio dello straniero era la nebbia, una nebbia improvvisa e spessa, bianca come una pagina vergine. Come un tovagliolo di carta.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
Questa voce è stata pubblicata in arte, attualità, Beppe Iannozzi, cultura, Iannozzi Giuseppe, Iannozzi Giuseppe detto Beppe, letteratura, narrativa, racconti, società e costume, Uncategorized e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

12 risposte a Come muore un poeta

  1. Fabio Padovan ha detto:

    Bello tutto tranne la fama che cercavo ma che reputo troppo grande per me.

    Mi piace

  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Tutto è forse troppo grande per “noi”. La grandezza della poesia è tale quando c’è uno, anche solo uno che la leggere e inglobare nel suo proprio cuore. Non è una questione di riconoscimenti, premi letterari o di un pubblico pronto a plaudire a comando. Certo è che oggi un po’ tutti si dicono poeti, io no. So bene quali sono i miei limiti e in una sola occasione mi sono detto poeta. E non lo farò più.

    Questo racconto vuole evidenziare come la poesia, anche quando non è tale, può esser spacciata per tale: non è purtroppo la bellezza della poesia a fare il poeta, au contraire è il nome del poeta a fare la poesia e questo è assolutamente sbagliato.

    beppe

    Liked by 1 persona

  3. furbylla ha detto:

    uno dei tuoi migliori come sempre
    Cinzia

    Mi piace

  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Immagino di sì. Questo racconto, be’, per certi versi, al di là della finzione letteraria, include un po’ del mio sentire e del mio vissuto. Va da sé che io sarei quel poeta non-poeta che raccoglie tovaglioli su cui il vero poeta scrive.

    Bacio

    beppe

    Mi piace

  5. RosaOscura ha detto:

    Caro Beppe,
    posso tranquillamente dire con tutta onestà, che questo tuo testo, questa tua “immagine” è semplicemente… POESIA PURA.

    Cari saluti
    Giò

    Mi piace

  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Cara Rosa,

    sei tornata finalmente. ^_^

    E’ certamente uno dei racconti che mi sono riusciti meglio, almeno a mio avviso. L’immagine è quella del famoso viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich. Il racconto è invece frutto della mia immaginazione, poco ma sicuro. Non so se ad Ennio Flaiano questo racconto sarebbe piaciuto, fatto è che lo cito. 😉

    Un caro saluto a te e bentrovata

    beppe

    Mi piace

  7. Lady Nadia ha detto:

    Questo racconto ci insegna lo spirito del poeta stanco. Continua a scrivere, per se stesso, comprendendo che, una volta raggiunta, nemmeno la gloria conta più.
    Molto profondo.

    Liked by 1 persona

  8. ametista gambone ha detto:

    non conosco molto di te, ma questo mi piace!

    Liked by 1 persona

  9. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Forse è la storia di un poeta che ha dato tutto il possibile e che adesso non crede più nella poesia, perlomeno nella sua.
    Non cerca più allori, non scrive per sé stesso, scrive per ingannare il tempo e la solitudine. E per abbandonare senza alcun rimpianto ciò che ha scritto.
    Ma è anche una riflessione su come anche quella che è non-poesia possa essere spacciata per poesia.
    Il poeta che ho qui ho immaginato è di fantasia, anche se accoglie alcuni tratti (rimaneggiati) di Ezra Pound.
    Pound visse perlopiù in Italia, pur essendo americano.
    Negli anni del fascismo lodò il fascismo italiano ma anche Hitler, la qual cosa gli costò la candidatura al Nobel.
    Ciononostante ebbe fra i suoi amici anche personaggi come Lawrence Ferlinghetti e Pier Paolo Pasolini.
    Negli ultimi anni soffrì di una forte depressione, che gli impedì di continuare a scrivere. Tenne però diverse letture.
    Molto complessa la biografia di Pound e stupenda la sua opera poetica, un must che non ha rivali nella Poesia moderna.

    Liked by 1 persona

  10. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Cara Ametista,

    felice di incontrarti sulle mie pagine, sperando che continuerai a frequentarle, sempreché quello che scrivo possa destare il tuo interesse.

    Grazie.

    Mi piace

  11. Lady Nadia ha detto:

    Bravo Beppe!

    Mi piace

  12. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Grazie.
    Spero oggi di riuscire a mettere online il nuovo racconto, quello su Salgari.

    Mi piace

I commenti sono chiusi.