Ristorante D’Annunzio – Iannozzi Giuseppe (testimonial Maria Gabriella Memorial)

Ristorante D’Annunzio

Iannozzi Giuseppe

Ristorante D'Annunzio

Questo racconto è ospitato sul sito Krenneg Mcaff di Ninni Raimondi ed ha ricevuto il testimonial Maria Gabriella Memorial della Manifestazione Edizione 2010. – g.i.

Sazio ruttò di gusto.
Il cameriere, inappuntabile in un camice bianco a sacco, si fece dappresso al cliente: “Posso servirle qualcos’altro?”
L’uomo prese fra le dita il menù in carta pergamenata e lo spazzolò con gli occhi: “Un digestivo della casa.”
Fatta l’ordinazione, attese.
Il tavolino era stato sparecchiato, poteva quindi aprire il giornale e nell’attesa piluccare qua e là qualche notizia. E così fece: distese i fogli freschi di stampa sulla tovaglia e tirando fuori un ruttino ancora si lasciò catturare dai fatti di cronaca. C’era un po’ di tutto, dal solito branco che violenta una ragazzina al pazzo che, di punto in bianco, stermina la famiglia al completo.
L’uomo sbuffò annoiato.
Cercò con l’indice puntato sulla pagina un fatto di cronaca un minimo originale ma niente, fece dunque per chiudere il Messaggero, quando fu preso alla sprovvista da un titolo che gl’era sfuggito, un trafiletto breve breve nell’angolo sinistro della pagina: “Attacco di panico e l’aereo atterra”.
Un singhiozzo forte. Poi subito una risata sfacciata che fece girare verso di lui i per fortuna pochi clienti del ristorante. La faccenda era per lui oltremodo comica.
Osservato si sentì in obbligo di spiegare con voce sommessa: “Una si spara un DAP e il volo si arresta”.
Quelli lo guardarono in silenzio, forse credendolo un po’ tocco; facendo finta d’aver capito, ognuno tornò poi a forchette e chiacchiere.

Il digestivo non gl’era stato ancora portato. Non poteva dire d’aver mangiato male, tutt’altro: era da tempo che non mangiava così bene fuori; tuttavia adesso si sentiva un po’ appesantito.
Ruttò e anche dabbasso sfiatò, dopodiché si concesse un sospiro di sollievo: era chiaro che aveva ingoiato aria ridendo.
Si accarezzò lo stomaco e chiuse gl’occhi per un istante.
Quando li riaprì un bicchierino pieno quasi fino all’orlo era sotto il suo naso. Annusò e gli piacque. Si portò il liquido sull’orlo delle labbra, con la lingua lo assaggiò, decise ch’era di suo gusto e lo buttò giù tutto d’un fiato. E ruttò di nuovo, forte, sì tanto da suscitare tra i tavoli un po’ di ilarità speziata di rimprovero: “Proprio un animale!”.

Uscito dal locale, piazzò lo sguardo al cielo: si convinse che nonostante le nuvole grigie non c’era un immediato pericolo di precipitazioni, per cui con passo svelto ma non allarmato si diresse fino in piazza, dove vivacchiavano alcuni alberelli e delle aiuole di fiorellini stinti dall’autunno.
Assiso su una panchina tutta per sé, aspettava. Aspettava nessuno. Gli procurava piacere fermarsi in un posto senza una vera necessità. E amava la gente che lo fissava chiedendosi chi fosse e perché era lì.
Dalla tasca dell’impermeabile tirò fuori il giornale ciancicato, ne distese le pagine con finta cura e lo aprì ben bene davanti a sé recitando la parte del tipo misterioso in missione, in incognito.
Mentre riposava così, fingendo di leggere per lasciarsi osservare dai curiosi d’attorno, l’attenzione gli cadde su un trafiletto, sempre sulla pagina della cronaca. Al ristorante gl’era sfuggito; parlava della carne, o per essere più precisi del “piacere della carne”. Titolo furbo che attirava i boccaloni, così costretti a sorbirsi una disamina sulla macellazione in Italia. Lesse affamato, presago ch’era una questione di vita o di morte apprendere e subito.
Quand’ebbe finito di leggere, il giornale gli cadde di mano.
Era nel panico.
Sui sassi e alcuni ciuffetti d’erba il quotidiano riposava al pari d’un corpo morto, che il vento che eppur c’era non riusciva a sfogliare.
L’uomo aveva rimesso anche l’anima, ma non era bastato. Nello stomaco i succhi gastrici gli bruciavano il petto, l’esofago la gola e la lingua pure. Continuava a vomitare bile, solo quella; e le gambe gl’erano diventate così fiacche che camminare gl’era impossibile.

In ufficio non si fece vedere per parecchi giorni. Quando poi ritornò era sol più l’ombra di sé stesso, occhiaie profonde, guance scavate, faccia sporca di barba.
Giocò d’anticipo annunciando con voce sibilante d’oltretomba che andava tutto bene; che aveva solo bisogno di riposo e di mangiare leggero, in bianco. Non uno gli fece domande, ma era ormai di dominio pubblico che il ristorante D’Annunzio era stato chiuso: da quanto s’era appreso dalle colonne del Messaggero, in quel buco si serviva carne di cane e di gatto. In fondo non sarebbe stato poi così grave, perlomeno per gli stomaci abituati a digerire qualsiasi porcheria o quasi; tuttavia pareva che non di rado venisse servita anche carne umana, un modo piuttosto semplice per far sparire i cadaveri lasciando davvero poche tracce in giro, e guadagnandoci sù qualche spicciolo extra.

Sulle pagine di cronaca veniva assicurato ai frequentatori del ristorante che si era intervenuti appena in tempo, prima che venisse servita in tavola carne umana. Però ci credeva nessuno!

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Ristorante D’Annunzio – Iannozzi Giuseppe (testimonial Maria Gabriella Memorial)

  1. furbylla ha detto:

    lo ricordo molto bene questo tuo. riconoscimento meritato
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Lo so bene che lo ricordi. Mi è sembrato giusto riproporlo, perché bello e sempre attuale.

    Bacio, Cinziotta. 😀 ❤

    beppe

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