Il silenzio dei piccioni

Il silenzio dei piccioni

Iannozzi Giuseppe

uccelli-Hitchcock

Okay, mi sveglio.
Sono quindici anni che dormo.
Coma profondo. Per puro caso, un pianoforte a coda mi è precipitato addosso. Cose che capitano tutti i giorni.
Mi sveglio e non trovo un neurologo, bensì un andrologo che mi palpa le parti basse.
Gli sferro un kappaò da mandarlo in coma, dopodiché mi rimetto a posto le mutande.
Mi tiro su.
Mi sento un po’ annodato, per il resto meglio di prima.
L’andrologo è lungo disteso a terra. Spero non abbia fatto quello che penso che abbia fatto, ma nel dubbio gli sferro due calcioni nelle palle: se mai tornerà in sé, avrà un futuro assicurato tra le voci bianche.
E’ una situazione anormale, la brutta sceneggiatura di un filmaccio di serie B in perfetto stile Ed Wood.
Devo prendere delle decisioni.
Mi gratto il deretano e nell’intanto controllo: pare che abbia fatto appena in tempo… vergine come mamma m’ha fatto, grazie al Cielo.

Ero uscito di casa, come al solito, per partecipare alla presentazione di un libro. Avrei dovuto introdurre l’autore presso la libreria F. Routine barbosa ma l’unica che mi permetteva di portare a casa qualche lira. Non immaginavo certo che un critico letterario potesse finir vittima delle Brigate Letterarie. Mi sbagliavo, e di grosso anche.
Nei giorni precedenti all’incidente sul davanzale della mia finestra avevano portato i loro messaggi diversi piccioni viaggiatori mezzo morti, piccioni finiti tutti morti per mia mano dopo aver letto le minacce. Per un po’ di tempo ho mangiato carne di piccione a volontà, e ricordo bene d’essermi beccato pure la salmonellosi, maledizione a loro.
I messaggi erano della Cricca, o delle Brigate Letterarie che dir si voglia: mi si avvertiva che un’altra stroncatura da parte mia e me l’avrebbero fatta pagare cara. Non mi sono dato pena di rispondere. Ho seppellito le minacce nel silenzio dei piccioni, finiti tutti in casseruola con un bel sughetto di verdure, mica di dado.
Dov’ero rimasto? Ah, sì… dunque ero uscito di casa, avevo acceso una sigaretta e camminavo allegramente, felice e ingenuo come Cappuccetto Rosso. E all’improvviso il buio calò su di me.

Iannox (Iannozzi Giuseppe)Sono un po’ annodato e stonato, in testa mi risuonano tutte le sinfonie di Dmitrij Dmitrievič Šostakovič, e dalla bocca, rutti a parte, mi scappa sempre di mandare a quel paese Stalin e Putin. Me lo so e non me lo so spiegare.
In ogni modo devo trarmi fuori da questo diavolo d’ospedale.
In corridoio uno mi dice papale papale: “Tu sei un fotomodello, si vede. Tu sei quel fotomodello… Senti, un minuto soltanto e ti faccio fare l’affare della tua vita… hai qualcosa contro gli ex tossicodipendenti?”
Lo guardo in faccia, bene: è strafatto, più di un Burroughs con la scimmia sulla schiena.
Gli dico che non me ne frega un cappero di lui e delle sue balordaggini.
Quello dice qualcosa di brutto su mia madre e anche su mia sorella.
Vedo rosso, e gli sparo un cartone sul muso spaccandogli il naso e non so bene quanti denti.
Con indosso solo la vestaglia ospedaliera percorro senza troppa fretta i corridoi.
Passando accanto a un vecchiaccio in sedia a rotelle, più di là che di qua, gli strappo via gli occhiali da sole. Lui manco se ne accorge.

Una volta fuori, a cielo aperto, sento il vento che mi soffia fra le chiappe: a questo punto un dannato vestito, per quanto alla buona che sia, me lo devo procurare.
Non ho alternative… un barbone stende la mano per l’elemosina. Lo butto giù con un colpo allo stomaco per poi subito rifilargli una sberla che lo manda a dormire. Lo prendo per i piedi, lo sbatto in una fratta e lo spoglio.

Non sono quello che si può dire un figurino, ma se non altro non ho l’uccello al vento né altro.
Adesso ho una missione da portare a termine.
Quelli della Cricca la pagheranno cara.
Mi sono svegliato dopo quindici anni di coma profondo e in me c’è una forza esagerata, diciamo pure disumana.
Non lo so il perché, ma la mia forza è qualcosa. Un taxi mi viene addosso. Scena da fumetto: io non mi faccio manco un graffio, la vettura del taxista invece è accartocciata di brutto.
Qualunque cosa sia accaduta al mio corpo in questi anni di sonno è buona.
Tiro fuori il mio sorriso peggiore e fregandomene di semafori auto moto e gente tiro dritto: quelli della Cricca mi credono un vegetale, sarò una bella sorpresa per loro vedermi in piedi e assetato di sangue, molto più assetato di quel pazzo sanguinario di Vlad l’Impalatore.

Quando faccio la mia apparizione, i volti di quelli della Cricca si fanno più bianchi dei lenzuoli di certi fantasmi d’appendice.
Non ci credono.
Mi credevano oramai innocuo, meno di un vegetale.
Ci sono proprio tutti, non ci si può sbagliare: i Cinque, il Siculo, la Croft, la Locandiera, Cesare il Piccolo…
“Contenti di rivedermi?”, esordisco subito esplodendo in un risata che se solo fosse possibile farebbe gelare il sangue nelle vene al fantasma Erik.
Subitissimo la Croft tenta d’assestarmi un colpo con la sua fedele stampella. Che, mannaggia a Gesù, si rompe come un grissino sulla mia capoccia, senza lasciarmi un men che minimo graffio. In soccorso della vecchia Croft accorre uno dei Cinque, che si becca una testata tanto forte che tosto la zucca gli esplode spargendo tutto d’attorno rari semi di materia grigia.
Vedendo che un loro fratello è morto in un niente, la furia dei Cinque – che sono rimasti in quattro – si scatena in un urlo maoista, in un lungo e disperato Giap!, che presto si spegne nelle loro gole. I quattro corpi senza più vita scivolano giù sul pavimento, con una dolcezza quasi patetica: sulle mie labbra il sapore innaturalmente salino del loro sangue.
Hanno capito.
Hanno capito con chi hanno a che fare.
Forse non hanno capito con che cosa, non è importante.
Il Siculo balbetta come un cinese del piffero: “Tu non essele umano, tu essele pelsona cludele… tu demonio”.
Confermo che è proprio così, con un breve accenno del capo.

La mia ira non risparmia nessuno. L’ultracentenaria Croft è l’ultima che spedisco all’Inferno, con un biglietto di sola andata: le faccio ingoiare per intero la stampella.

La Cricca, questa Cricca è finita, non è però finita la mia missione. Nuove cricche mafiose si paleseranno, lo so bene. Dovrò ancora combattere, sempre senza conoscere la pietà. E’ per questo che mi sono svegliato dotato di un potere sovrumano, forse diabolico… ma che importa!
Prima di abbandonare il proscenio butto un ultimo sguardo ai cadaveri che già puzzano di putrefazione: i Cinque, il Siculo, la Locandiera, Cesare il Piccolo, la Croft sono il passato, di sicuro la mia critica migliore alle Brigate Letterarie.

Ogni riferimento a fatti realmente accaduti
e/o a persone realmente esistenti
è da ritenersi puramente casuale.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Il silenzio dei piccioni

  1. romanticavany ha detto:

    Buon Ferragosto!!! 🙂 1 Bacio ♥

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Da me piove, per fortuna, cara Vany. Ferragosto sotto la pioggia, non potevo chiedere di meglio. Dico sul serio.

    Un bacetto, piccola e buon Ferragosto ovviamente ♥

    beppe

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