Braccato come un commesso viaggiatore. Antologia di racconti brevi

Braccato come un commesso viaggiatore

Antologia di racconti brevi

Iannozzi Giuseppe

commesso-viaggiatore

Braccato

Non c’è controllo
Lo so
Accadrà
Braccato
Per sempre preso nella morsa

Guardare i tuoi occhi stanchi di morte
Guardare i miei tempi sulle ciglia

Ho chiuso la porta alle mie spalle
Ho perso soltanto il cervello

Le stanze della memoria gonfie di vento. Ogni uomo ha un motivo più che buono per star con le spalle al muro, aspettando la prossima esecuzione a cielo aperto. Semplicemente braccato.

Vino

“Passami il vino!”
Lei lo guardò in tralice: “Hai bevuto abbastanza.”
“Ti sbagli. Devo essere ben ubriaco per sopportare la tua castità a letto, ogni maledetta notte.”
Lei allora gli passò la bottiglia di vino. “Ecco, brava! Così almeno non divorziamo.”
Si riempì l’ennesimo bicchiere, un prosit levato alto davanti al volto smunto e bianco della moglie; e poi giù nel gargarozzo, d’un sol fiato.

Mezzo nudo

Non pensare che sia scomparso.
Ieri andavo per la mia strada, mezzo nudo,
quattro stracci addosso. Volevo
provare ad incontrare una donna
che mi amasse alla prima occhiata.
Ho rimediato una sigaretta e pochi spicci:
non ne ho fatto un dramma,
però sentivo un gran freddo
che mi penetrava nelle ossa.
Qualcuno manifestava in piazza:
hanno cercato di tirarmi dentro per riscaldarmi,
ma io ho scosso la testa e ho starnutito un saluto
alzando la mano sinistra.
Tutti hanno risposto al saluto con un sorriso;
poi sono andati oltre
con la loro falce e martello.

Io ho continuato per la mia strada;
ho notato che i marciapiedi sono tenuti male,
pieni di vetri velenosi, di siringhe, di stronzi.
Sono passato davanti a una chiesa,
davanti a una di quelle alte alte,
molto simile a una cattedrale parigina,
e ho avuto una vertigine
che per poco non m’ha sbattuto a terra
come una polpetta. Mi sono ripreso,
dopo aver bevuto acqua ghiacciata
da una fontanella pubblica. Per questo motivo
ho deciso di riprendere i miei vestiti di sempre.
E al mattino il giornale, le notizie, la nera
e un caffè caldo, e la casa tutta per me,
tutta da pulire – piena di ragnatele, di vecchi libri.

Per un funerale

Ti vorrei baciare ancora una volta
per farti del male come tu l’hai fatto a me.
Ti vorrei strappare quei vestiti di dosso
per farti capire che sono ancora innamorato di te.
Ti vorrei portare in bocca
come una preghiera e una bestemmia
per ricordarti che la tua bocca
una volta ha incontrata la mia
con piena dolcezza.
Ti vorrei far vedere tutti i fiori
che sono qui sul mio davanzale di freddo marmo
e che non ricevono più una sola goccia d’acqua
da quando mi hai lasciato: ci sono solo salse lacrime
a infiltrarsi nella terra fino alle loro radici.
Di questo passo temo che moriranno del tutto,
resteranno forse rigidi steli sotto il capriccio del vento
di questo autunno di brune foglie che non finisce mai.
Ricordi quando siamo andati al cimitero
ad incontrare quel mio amico che nelle notti insonni
veniva a tenerci compagnia? Ti raccontavo di lui
e di quante ne aveva passate, di come il destino
gli aveva strappato via le ali per volare. Tu spremevi
una lacrima, poi m’abbracciavi stretto stretto al tuo seno
quasi temessi che potessi perdermi in meno d’un momento.

Ed eccoti qui, mentre ti confesso tutto, senza ritegno.
E tu solo ti strappi in un sorriso di disprezzo. E le mie labbra
frementi, morse dai tuoi denti, sanguinano un mare di sale.
Sei vera? O sei allucinazione? Mi sto facendo del male,
o sei tu che con il tuo odio di oggi me ne fai?
Ti vorrei strappare alla vita e alla morte
per farti capire che sono ancora innamorato di te.
Anche se qui fa freddo e la mia carne è stata quasi
del tutto mangiata dal tempo e dai vermi.

Morte annunciata

Quando la mia donna morì
noi tutti lo sapevamo che sarebbe successo,
ma non facemmo un gran fracasso
– quasi tutti in silenzio o lontani
come in incubo senza senso,
come in un amore durato troppo a lungo.
Il mio più vecchio e odiato amico
mi raccomandò di scriverci su un libro:
mi batteva la mano sulla spalla e rideva piano
aggiustando la bocca in una mezza smorfia.
Io rimanevo davanti a lui, di sasso,
e non osavo dirgli che non avrei messo
mano alla penna. Mi offrì un caffè al bar di sotto:
me ne feci fare uno di quelli forti, però l’addolcii
con una bella dose di panna bianca. Poi ci salutammo,
lui mi promise che m’avrebbe telefonato:
non lo fece mai. Da quel giorno non seppi più niente.
Quando si fu fatto una famiglia,
moglie e due bambini, alcuni anni dopo,
venni a saperlo per puro caso:
era un uomo felice, non ricco ma felice,
perlomeno così si espresse il barista
con gl’occhi ancora fatti di sonno.

Il demente

Per cinquanta anni buoni aveva scritto, sempre, senza grande successo. Era uno con le mani in pasta, riusciva così a pubblicare con i più grandi editori. Gli editori lo pubblicavano perché era un ‘soggetto pericoloso’: troppi agganci politici, e mafiosi anche. Di solito stampavano una tiratura di duemila copie, non di più; però a G. gli raccontavano che del suo ultimo romanzo, per la prima edizione, erano state mandate in stampa cinquantamila copie. Regalate alcune copie ad amici e critici letterari compiacenti bene in vista, il resto delle duemila copie rimaneva invenduto, per finire in ultimo al macero. A G. gli editori gli raccontavano d’aver venduto duecento o trecentomila copie. G. gonfiava il petto felice. Per non correre rischi inutili, ci si era rassegnati a pagargli un tot, come se vendesse sul serio bene e tanto.

Il cinquantunesimo compleanno di G. fu quello del cambiamento: l’Alzheimer. La notizia fece presto a passare di bocca in bocca. Una volta che ci si sincerò che G. era andato, politici e mafiosi per primi gli voltarono le spalle. Nel giro d’un paio di mesi G. non aveva più un cane che lo spalleggiasse. Si confortava scrivendo, convinto che i suoi romanzi sarebbero rimasti nella storia della letteratura del suo paese.

Ma anche gli editori, appresa la notizia della demenza di G., subito ne approfittarono per evadere dalle sue grinfie. Il suo editore storico, quando G. venne da lui in persona a presentargli la sua ultima obbrobriosa fatica, gli disse papale papale: “Di libri se ne vendono pochi di questi tempi, bisogna fare dei tagli… Il punto è che i suoi romanzi non funzionano più come un tempo.”
G. sentì la testa girargli a mulino. Più bianco d’un cencio osò domandare: “Ma manderà in ristampa i miei vecchi lavori, almeno questo…!”
“Temo di no. Dobbiamo investire su nomi nuovi.”
”Ma io sono sempre stato la punta di diamante della E. Non potete, non potete…”.
“Si consoli, non è il solo che è stato messo alla porta.”
“Io alla porta!!!”, sibilò inviperito seppur terribilmente provato nel corpo e nell’animo.
“Mi spiace. La politica della casa editrice si deve adeguare ai tempi.”
“Che significa, ‘si deve adeguare’? Non potete liquidarmi con un calcio in culo. Non potete e lo sapete.”
“Ieri forse era così. Oggi non più.”
G. non riusciva a credere d’esser stato liquidato così, come un demente.
“Non lo… non lo accetto”, balbettò, bianco da far paura persino a un fantasma.
“E’ la nuova politica. I vecchi pederasti come lei, signor G. non tirano più. E a dirla tutta non tiravano neanche ieri. I tempi cambiano, è finita.”
G. inghiottì a vuoto. Sentì mancargli la terra sotto i piedi.

L’ictus che lo colpì tenne incollato G. al letto per buoni tre mesi. Forse se lo sognò, forse no, ma quello che era stato il suo editore storico adesso pubblicava libri di ex veline, di calciatori, di cantanti persino.

Solo come un cane bastardo, G. tirò le cuoia nel suo letto, senza aver mai raggiunto i cinquantadue anni, con il culo sprofondato in una pozza di piscio e di escrementi.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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