Nata sotto la Luna Piena

Nata sotto la Luna Piena

Iannozzi Giuseppe

bloodynight

Il cielo era scuro, d’un buio impenetrabile, così nero che sembrava un’orrida scenografia dipinta a mano, da quella del Diavolo, poco ma sicuro.
Afferrò la pala e cominciò con stanchezza a riversare sul feretro la terra.
Respirò.
L’aria era piombo e zolfo nei polmoni.
La fronte madida di sudore gli faceva male al ricordo.
Se la vedeva davanti ancora viva e vegeta, bella e impossibile.

La prima volta che la vide fu in un roseto: lei era lì, tra le rose canine, bella come una fata, inafferrabile tanta era la bellezza che sprigionava. Teneva il capo dolcemente reclinato per odorare delle rose l’estatico profumo. D’improvviso sollevò il capo e lo sguardo di lei incontrò quello di lui.
“Chi siete, Monsieur?”
Quale voce celestiale, di violino!
“Anthony”, balbettò il becchino. “Sono il becchino del cimitero…”
“Oh! Così giovane e castigato a un lavoro tanto triste.”
Anthony deglutì a fatica: “Ci si fa l’abitudine, Mademoiselle.”
“Charlotte”, precisò lei, con una punta di civetteria.
“Mademoiselle Charlotte, è un onore.” E fece di baciarle la mano, ma solo il gesto perché i due erano separati dalle spine del roseto e da un alto cancello di sbarre acuminate in ferro battuto.
Le occasioni non mancarono per incontrare Charlotte, o meglio Anthony fece in modo che non passasse giorno senza che non l’avesse sfiorata almeno una volta con lo sguardo. Gli ci volle poco per scoprirsi innamorato e turbato da quella creatura sì divina, inafferrabile, più bella d’ogni Luna e stella dell’Empireo. Dal canto suo, Charlotte non dimostrava antipatia per il giovane, anche se era lui di umili origini: certo è che se l’avesse saputo il padre, subito avrebbe troncato quella relazione d’amicizia giudicandola sconveniente per una ragazza del suo lignaggio.
Da qualche giorno i genitori avevano notato un cambiamento nella figlia, era più allegra del solito, le gote le s’imporporavano d’improvviso e qualche volta sorrideva, anche se non c’era nulla di visibile che potesse arrecarle una scintilla di felicità. Paventarono che stesse perdendo completamente l’ingenuità in quell’età così difficile, di passaggio dai giochi dell’adolescenza alle responsabilità della maturità, perché sì, Charlotte non era più una bambina, era oramai un donna bell’e fatta, raggiante, e anche il padre, sempre con la testa fra le nuvole, se n’era accorto. A Madame B., madre di Charlotte, dava fastidio il marito: non sopportava che guardasse la figlia, non con quegli occhietti porcini, tenendo ben aggiustato il monocolo sull’occhio, quasi volesse con la vista penetrare le carni di quello ch’era anche il frutto del suo seme. Madame B. era più che mai convinta che degli uomini non è possibile fidarsi mai in maniera totale. Madame B. aveva le mani legate: il marito si limitava a delle occhiate, sgradevoli quanti si vuole, almeno per lei che ne era la moglie, ma più in là non s’era spinto, quindi era fuori luogo pensare a una sfuriata di gelosia. Non se ne parlava proprio di scandalizzare le rispettive famiglie, di lei e di lui, tirando in ballo sospetti d’incesto. Per Dio, certe cose non accadevano più da lunga pezza: si era nel 1930 inoltrato, Benny Goodman si faceva sentire in giro con Sing, Sing, Sing; ma se doveva dar retta a Freud, secondo questi la tendenza all’incesto era insita nell’individuo. Charlotte, la madre lo sapeva bene, amava solo passeggiare in solitudine lungo il perimetro del roseto ch’era poi anche il confine della proprietà della famiglia B. Il mondo al di là del roseto e dell’alto cancello, Charlotte lo conosceva solo perché gl’insegnanti gliene avevano accennato. La poverina era tormentata: avrebbe dato qualunque cosa pur di sapere cosa nascondesse la figlia, però di chiederle non s’azzardava. La figlia era così riservata, e poi non diceva mai una parola in più o in meno: sempre educata, dalla sua bocca non usciva mai un se o un ma, l’accenno d’una seppur vaga protesta.
Mentre Madame B. teneva il sospetto addosso alla figlia – accusando in cuor suo il marito d’incesto –, Charlotte all’oscuro di tutto, come tutte le ragazze giovani e illibate, solo pensava d’incontrare di nuovo il giovane becchino e d’intrattener con lui un sogno erotico e romantico. Come si è già detto, Anthony non perse tempo e Charlotte gli diede corda: prima che potessero rendersene conto a separarli c’era solamente il roseto e l’inferriata, difatti i loro cuori battevano all’unisono.
Monsieur B. guardava sì la figlia ma solo per cercare di capire il motivo di quel suo sorriso raggiante.

Finito che ebbe di riversare la terra sul feretro, finalmente si concesse di piangere mute lacrime.
Nel profondo dell’anima Anthony lo sapeva che Charlotte sarebbe stato il primo e l’ultimo amore.
Sì, era giovane e con tutta la vita davanti: tutti i suoi giorni sarebbero stati un bagno di solitudine, così si tormentava l’anima.
Al funerale i coniugi B. tennero una postura rigida, quasi gli avessero cacciato nel retto un manico di scopa. Anthony non riusciva a comprendere se il loro fosse dolore sincero o cos’altro: Madame B. lanciava strani sorrisi, quasi si fosse levato dal petto un peso, Monsieur B. era giù di corda ma non come un padre che ha appena perso l’unica figlia: nella sua disperazione, Monsieur B. pareva stesse modestamente bene, teneva infatti il capo alto e fiero e lo sguardo immobile sul prevosto, gittando l’occhio sulla bara solo per un accenno di affettata distrazione, quasi nutrisse vergogna di dover presenziare all’inumazione.
Fu una cerimonia fin troppo semplice, pochi i partecipanti, poche le lacrime sincere o di circostanza che fossero. La bara fu presto ricoperta da due metri abbondanti di terra scura, e tutti sciamarono verso casa in silenzio.

Non era stato un gran lavoro riesumarla; il difficile era stato doverla abbandonare per sempre, ribattere i chiodi e ributtare la terra sul feretro. Nonostante respirasse a pieni polmoni, l’aria lo riempiva troppo: si sentiva bruciare dentro. E non era solo per il dolore d’aver perso l’amata. Qualcosa che non sapeva spiegare gli stava accadendo. Fece di non pensarci e tornò con la mente al bacio.
Le tempie gli pulsavano: una eco gli entrava dentro, “Portami via con te.”
Sospirò invano. Era sicuro che quella voce appartenesse a Charlotte, ma non era possibile. Eppure qualcosa non lo convinceva. L’aveva baciata ch’era bell’e morta. Sulle labbra rosse, ma il volto era pallido, uguale a quello che assumono tutti i corpi quando perdono l’anima e si fanno algidi. Una vertigine lo colse: le ginocchia gli cedettero, come se un peso immane lo schiacciasse dal di dentro per inchiodarlo a terra. L’eco si ripeteva con sfogo ossessivo: “Portami via con te, portami via con te, portami via…”
Cadde in ginocchio, chiuse gli occhi.
Quando fu di nuovo vigile, la terra era accanto a lui e la bara aspettava solo d’essere schiodata: Selene aveva finalmente fatto capolino in quel cielo altrimenti più nero del culo dell’inferno.
“E’ la solitudine eterna che vuoi?”
Era una voce. Quella di Charlotte. Adesso lo sapeva.
Ma sapeva anche che non era possibile che fosse realmente lei, la Charlotte che lui amava.
“Vuoi la solitudine dunque? Si può sopportare tutto nel corso della vita, persino la morte, non la solitudine però.”
Erano parole folli, eppure tanto tanto vere: Anthony riconosceva che non gli veniva detto il falso. Il suo cuore comprendeva quello che la mente si ostinava a ricusare.
Non ricordava d’aver scavato di nuovo, ma non aveva più importanza: il feretro era davanti a lui e c’era solo bisogno che schiodasse il coperchio.
Si affrettò dunque a levare i chiodi.
Doveva solo sollevare il coperchio.
La Luna era alta in cielo, splendente come non mai. D’una bellezza superba.

I coniugi B. rimasero di sasso di fronte al sacrilegio: nessuno dei due diede però in lacrime e tanto meno si strappò i capelli in preda all’isterismo. La tomba di Charlotte era stata saccheggiata. La telefonata era arrivata di primo mattino e i due genitori afflitti, per così dire, si erano recati sulla tomba della figlia ma non prima d’una doverosa toilette. Qualcuno aveva trafugato il cadavere. Era negl’interessi del padre non dar luogo a ricerche troppo insistenti: se mai fosse stato ritrovato il corpo, Charlotte, anche da morta, l’avrebbe messo in serio imbarazzo.
Entrambi i genitori tacquero di fronte al Responsabile del cimitero e alla Polizia. Entrambi tennero vivo il silenzio, che fu scambiato da tutti per indicibile dolore, cosicché la Polizia si limitò a verbalizzare ch’era stato trafugato il corpo di Charlotte B. Le ricerche, lo sapevano bene i poliziotti, non avrebbero condotto a nulla.
Non passò inosservato il fatto che Anthony fosse scomparso. Si fecero delle indagini sommarie, giusto per salvaguardare le apparenze, e com’è prevedibile immaginare non furono trovate tracce attendibili: Anthony sembrava scomparso nel nulla, anzi era come se mai in questa Valle di Lacrime avesse portato il suo urlo di dolore.

“Staremo insieme per sempre.”
Era una constatazione, non un semplice desiderio.
Anthony accennò col capo ch’era proprio così.
Era ancora un po’ a soqquadro, non capiva bene cosa gli era successo; però era certo della felicità che provava. Sollevando il coperchio della bara, Charlotte gli aveva sorriso: “Sono nata sotto la Luna piena per Te!” Chiunque altro, come minimo, si sarebbe terrorizzato fino a farsi venire i capelli bianchi, invece Anthony aiutò la sua sposa ad alzarsi da quel tristo giaciglio.
“Tu lo sai dove siamo? Che cosa ci è successo?”.
Charlotte, presa sotto la gentile insistenza di Anthony, gli aveva risposto con voce flebile, un po’ civettuola: “Ci è successo l’amore, non ti basta? E questa è la Luna.” Poi era scoppiata a ridere, felice.
Anthony non le chiese più niente. Lei era bella e felice. Sospettava che lei sapesse, ma era felice anche lui. Il resto, tutto il resto non contava.

Un corpo in avanzato stato di decomposizione venne alla luce durante una notte di Luna piena: a fare la macabra scoperta un vecchio col vizio di fare lunghe promenades in luoghi insoliti e alle ore meno convenienti. L’autopsia stabilì soltanto che non s’era trattata d’una morte violenta. Morte naturale. Il caso fu sepolto accanto ai verbali di Charlotte, che la indicavano come cadavere trafugato da ignoti.

 

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a Nata sotto la Luna Piena

  1. Rosy ha detto:

    Eccelsa fantasia Beppe, ma il pianeta donna, non mente …. :
    Gli ci volle poco per scoprirsi innamorato e turbato da quella creatura sì divina, inafferrabile, più bella d’ogni Luna e stella dell’empireo. Charlotte dal canto suo non dimostrava antipatia per il giovane, anche se di umili origini: certo è che se l’avesse saputo il padre subito avrebbe troncato quella relazione d’amicizia giudicandola sconveniente per una ragazza del suo lignaggio. Nei suoi sogni libertini s’immaginava preda e vittima del giovane Anthony.. ecc.ecc.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Posso dire che se dovessi vivere usando la fantasia come moneta di scambio, be’, sarei ricco, cara Rosy. ❤

    Grazie e un bacio

    beppe

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