L’anno della Jihād

L’anno della Jihād

11 settembre 2001

di Iannozzi Giuseppe

Twin Towers

Twin Towers

Desidererei una moglie. E una famiglia, sì, dei figli. E… mi piacerebbe davvero che non mi prudesse più così tanto il buco del culo.

10 settembre 2001, anonimo

Lei era sempre stata cattolica, fervente e praticante.
L’avevano violentata in due per due ore buone; ma lei non aveva sentito né dolore né piacere. A settant’anni la sua pelliccia era tutta stinta, non si bagnava più. Non aveva denunciato il fatto alla polizia. I due giovani com’erano venuti nella notte se n’erano andati. Non le avevano fatto del male. Le dispiaceva d’averli delusi: proprio non se l’era sentita durante la violenza di gridare; nessuna paura, niente di niente, soltanto un freddo nelle ossa, non nella carne però. Della sterilità che l’avrebbe accompagnata alla tomba, di quella aveva un gran terrore, più della morte: ma sulla soglia dei cinquant’anni s’era dovuta rassegnare, come tante altre donne americane e non.

* * *

Era stato un attimo. Non proprio un attimo, però tutto era accaduto in velocità: erano crollate prima che ci si potesse abituare al pensiero che dopo, anche dopo il disastro, la vita sarebbe continuata, sempre nel nome del bene e del male.
C’erano più curiosi che morti.
La polizia e i pompieri avevano sirene assordanti, inadatte: così elettriche erano fuori luogo per dei morti, che nella mutezza solo reclamavamo un suono autentico, quello delle campane di duro e pesante bronzo vecchio di secoli.
Ci dovevano essere un casino di corpi, un’orgia al completo, sotto tutte quelle macerie: lei lo sapeva. Tutti lo immaginavano. E piangevano. E urlavano.
Da un crostone spuntavano braccia umane inerti, di dita estatiche e palme rivolte al cielo. Da un altro, gambe, piedi nudi senza scarpe. Una testa e un’altra. Mezzi volti.
L’aria era satura d’odor di morte, di carne bruciata, dell’odor dolciastro del sangue, del sapore rancido del sudore.
Le lacrime sono salate assai più del mare quando le ingoi: sono più amare dello sperma d’un vecchio pederasta.
Le lamiere, a destra a sinistra: dovunque l’occhio si posasse le incontrava.
Gli sciacalli avevano fatto in fretta: erano già tra i corpi a cercare chi un Rolex, chi chino a sfilare portafogli dai culi dei morti muti sanguinanti, in parte carbonizzati.
Un fumo nero, così denso che si sarebbe potuto tagliare con un coltello, continuava a fumare in alto verso il cielo: pioveva cenere grassa, di sapore umano.
Molti si facevano il segno della croce. Molti bestemmiavano. Molti piangevano e urlavano, quasi delle scimmie.
Il fuoco non si spegneva: ardeva fra le macerie e divorava.
Era l’inferno caduto dal cielo.
Non era vero che il cielo era del paradiso.
Dal cielo nero continuava a piovere negra cenere umana. E fuoco in abbondanza.

Il crocefisso lo teneva stretto al petto: ma, nella tomba della sua anima, sapeva che non sarebbe servito a niente.

Qualcuno diceva che si sapeva che sarebbe successo: lo sapevano sì. E avevano lasciato che accadesse.
Chi lo sapeva?
Qualcuno lo sapeva: una settimana prima dell’11, gli uffici d’un’importante casa di telefonia mobile avevano ricevuto l’avvertimento. Si erano salvati quelli della telefonia mobile perché quel giorno, l’11, non c’era nessuno negli uffici.
Qualcuno diceva che era così.
Un pompiere era caduto in ginocchio: piangeva come un bambino, senza ritegno. Si passava le mani sporche di sangue non suo sul volto devastato dalla crudeltà del dolore: non riusciva a darsi pace di fronte a quel macello. Se gl’avessero puntato una pistola carica di sette pallottole alla tempia non avrebbe ceduto così.

Nel mare di fumo, di nuvole, qualcuno indicava con estrema sicurezza il nefasto volto del Signore delle Mosche.
Gli occhi di molti seguirono l’indice di chi per primo l’aveva individuato: e tutti in un baleno si convinsero che quello era proprio il Male manifesto.

Inciampò in qualcosa di viscoso. Non era sangue. Era una roba grigia, materia cerebrale.
Le venne di ricordare Kennedy mentre s’accasciava: la moglie gli raccoglieva il cervello in mano, quasi potesse così salvarlo da quella morte di cui non s’era neanche potuto render conto. Il cervello gl’era stato attraversato da una pallottola più veloce del pensiero.
Si pulì la scarpa con la stessa naturalezza con cui s’era pulita la vagina dopo che i due sconosciuti l’avevano violentata: ci andò giù con leggerezza, con un kleenex, era pur sempre solo un po’ di cervello sotto la suola d’una scarpa, niente di realmente pericoloso, soltanto disgustoso e basta.

In televisione giravano le immagini delle Twin Towers abbattute.
L’espressione uguale a quella d’un mocassino: il Presidente degli Stati Uniti non sapeva che dire.
La rivendicazione.
La rabbia.
Un nome, quello del Signore delle Mosche: Osama Bin Laden.
Il mondo occidentale tremava di paura terrore rabbia. Di impotenza.
Il mondo islamico gioiva. Quello occidentale piangeva e giurava vendetta.
Quello islamico rivendicava che era solo l’inizio d’un piano di distruzione assai più vasto.
Il Presidente non sapeva che dire, ma prometteva che gli Stati Uniti non sarebbero rimasti a guardare, che i colpevoli sarebbero stati stanati dai loro nascondigli e puniti.
Intanto i primi corpi senza vita venivano tratti fuori dalle macerie.
Quei due o tre sopravvissuti, sanguinanti, incapaci di capire cosa fosse successo, vagolavano fra cadaveri e lamiere tenendo un passo da zombie.
Le sirene delle ambulanze: rosse ma mai quanto tutto il sangue che sprofondava nelle vene della terra, del cemento, dell’asfalto. Un ispanico cantava, con voce avvinazzata, una poesia di Federico Garcia Lorca: “¡Qué esfuerzo!/ ¡Qué esfuerzo del caballo por ser perro!/ ¡Qué esfuerzo del perro por ser golondrina!/ ¡Qué esfuerzo de la golondrina por ser abeja!/ ¡Qué esfuerzo de la abeja por ser caballo!/ Y el caballo,/ ¡qué flecha aguda exprime de la rosa!,/ ¡qué rosa gris levanta de su belfo!/ Y la rosa,/ ¡qué rebaño de luces y alaridos/ ata en el vivo azúcar de su tronco!…” *
Ce n’erano molti altri, pregavano o gridavano come appestati: “¿Donde esta muerte tu victoria?” Gli rispondeva solo la loro eco inquinata, carica di cenere nera e spessa.
Tutta quella cenere nera più del nero era l’anima, era l’anima dell’umanità dilaniata e sconfitta, distrutta dal fanatismo religioso.

Due aerei di linea: non erano state le bombe. Gli aerei coi loro passeggeri erano stati dirottati sulle Torri Gemelle.

Il cielo era nero.
Il volto del Signore delle Mosche non si stemperava.
Il sole calava oltre la cortina di fumo.
I pompieri erano neri di cenere.
All’orizzonte una sfera infuocata contornata di fumo nero: un armageddon impossibile ma crudele e reale.
La scarpa l’aveva pulita proprio bene, ma non era servito a granché: dopo pochi passi entrambe le scarpe erano lerce di resti umani di fango di cenere.
La Montagna di Megiddo era lì, di cadaveri su cadaveri, di corpi così straziati che di umano gl’era rimasto poco o nulla.
Urla più forte delle sirene elettriche: da tutti e quattro i punti cardinali, urla su urla e pianti strazianti.
A gli sciacalli non importava niente di tutti quei cervelli scoppiati. Arraffavano tutto quello che potevano. Uno teneva in mano una mezzo braccio: bestemmiava, non gli riusciva di sfilargli l’orologio né gli anelli alle dita. Non c’era sangue in quel braccio amputato, la terra l’aveva già ingoiato tutto. Era un arto inerte ma prezioso.

Tremila morti? Quanti? Forse tremila. Forse di più. **
Chi poteva saperlo, nessuno, nemmeno il diavolo.

E poi la notizia bomba: anche sul Pentagono un aereo di linea s’era abbattuto. Un Boeing, il 757.
Non era così, era così: nessuno lo sapeva con certezza. Ma tutti ne parlavano.
La notizia s’era diffusa in fretta e furia tra i pompieri, tra i curiosi.
La smentita: no, era una bufala. Non il 757 sul Pentagono. Però l’avevano colpito. C’era però chi diceva che invece sì, proprio il 757 era stato fatto schiantare contro il Pentagono. I più azzardati dicevano, quasi con un sentimento di sollievo, che il Pentagono era stato distrutto fin dalle fondamenta per sempre.

Avrebbero dimenticato.
O non avrebbero dimenticato.
Commemorazioni, una all’anno. Lei lo sapeva che sarebbe andata a finire così.
E tutti si sarebbero commossi l’11 di settembre, tutti a distanza di anni.
I poeti avrebbero scritto poesie, gli scrittori racconti, i giornalisti, pure loro, una nutrita serie di racconti morbosi e fantasiosi. Tutta robaccia che non avrebbe riportato in vita un solo cane. Robaccia inutile, come la sua passera avvizzita e sterile irrorata da sangue vecchio e frigido.

Strinse fra le mani il crocefisso, lo chiuse nel pugno fino a farsi del male. Le scappò un mezzo sorriso. Gli occhi di tutti se li sentì addosso. Ebbe un fremito di paura. Forse non era ancora così frigida… se la sentiva bagnata. Sentendosela bagnata le scappò un secondo mezzo sorriso, inequivocabilmente lussurioso. Il rimprovero di tutti quegl’occhi su di lei la eccitava e le metteva paura nella carne. Strinse ancor più forte il crocefisso tra le mani fino a ferirsi i palmi delle mani, che presero a stillare rosso sangue, due rivoli sottili, quasi delle lacrime.

Si guardò intorno: gli sciacalli continuavano a scavare fra le macerie e pure i pompieri.
E c’erano anche dei necrofili: aveva l’occhio clinico, li avrebbe saputi riconoscere a chilometri e chilometri di distanza. Coi loro lunghi nasi affilati erano lì, non cercavano neanche di nasconderli i bigoli troppo turgidi e mal coperti dal cotone dei jeans.

Entro una settimana al massimo quel giorno, l’11, sarebbe diventato un bestseller in tutto il mondo. Tutti avrebbero scritto in fretta e furia un libro: e non avrebbero faticato affatto a trovare un editore e a far soldi.

* * *

Dick era in biblioteca per un tema: non avrebbe dovuto parlare in classe, non l’avrebbe dovuto dire che l’11 settembre 2001 era stato tutto un complotto. Il professore era andato su tutte le furie e l’aveva punito con una ricerca sull’11.
Aveva chiesto alla bibliotecaria un testo sull’11 e quella: “Quale vuoi? Ce ne sono almeno 15.753 in lingua inglese!” A Dick gl’erano caduti i coglioni sentendo quel numero. “Intendo dire che ci sono almeno 15.753 testi che nel titolo contengono 11 settembre 2001. Che vuoi fare? Hai in mente un titolo in particolare?”
La bibliotecaria, una carampàna oltre la settantina, con i suoi occhietti acquosi aspettava che Dick si decidesse a sputare un titolo o un autore.
Alla fine parlò: “Me ne dia uno qualsiasi.”
La bibliotecaria gli sorrise in maniera ambigua: “Ottima scelta.”
Poi, con passo stanco s’infilò tra gli scaffali stracolmi di libri.

* Muerte, VI. Introducción a la muerte, Poeta en Nuova York, F. G. Lorca
** Si parla di 2973 vittime accertate e di altre 24 persone di cui non si è trovata più alcuna traccia.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a L’anno della Jihād

  1. mariannapuntog ha detto:

    Quello che ho letto mi è piaciuto molto. ( hai capito in che senso ).
    Sarà che l’argomento mi interessa assai assai… per dei motivi ( al quanto ) personali. Quindi quando ho letto il Titolo, mi ci son fiondata subito, e l’ho letto fino alla fine…e ti dirò… “ti confesso che un pochetto gli occhietti rossi me li ha fatti venire questo racconto”….
    io – devo decidere tra lucidità e irrazionalità se andare o no al Cairo questo Novembre con biMba di tre anni, confesso: son un pochetto preoccupata –
    Iannozzi, davvero un bel racconto!

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Cara Marianna, di racconti intorno all’undici settembre ne sono stati scritti davvero un numero enorme, non parliamo poi di romanzi e saggi: sono migliaia e migliaia. In questo racconto, da indagatore della società, ho portato il mio punto di vista, null’altro che questo, ovviamente facendo riferimento ai tragici fatti occorsi. Ma ancor più tragico e drammatico è quanto accaduto dopo il crollo delle Twins Tower: l’Isis sta seminando il panico, poco ma sicuro. E’ un gruppo estremista che gli islamici e i musulmani illuminati rifiutano e combattono, anche a costo della loro propria vita, non si pendi dunque, sbagliando, che l’Islam sia violento: l’Islam moderno non ama la violenza e va invece incontro alla tolleranza e all’amore. Diversa cosa è l’Isis che è un organo terroristico e null’altro.
    Certo, decidere di andare in una zona come il Cairo non so quanto possa essere raccomandabile, giacché le minacce da parte dell’Isis si ripetono ogni giorno e ogni giorno il teatro dell’orrore è in prima pagina.

    Grazie, cara Marianna.

    Un forte abbraccio

    beppe

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