Vecchio sporcaccione

Vecchio sporcaccione

di Iannozzi Giuseppe

maniaco

Mi dicono sempre tutti che sono semplicemente un vecchio sporcaccione, che non ho diritto a una femmina né all’amore. Mi guardo allo specchio, alla scheggia che è rimasta appiccicata al muro, e mando a ‘fanculo chi mi rivolge la parola tanto per masticarsi la dentiera che tiene in bocca. Però Angelina non è come le altre e con quelli che mi dicono vecchio non gli sta addosso più di tanto. E’ che è ancora una bambina: pochi giorni e sarà il suo diciottesimo compleanno. M’ha confidato d’esser ancora vergine. Me lo voleva pure dimostrare che l’imene era intatto. Le ho detto che non importava, che sicuramente l’aveva già preso in bocca e nel culo: Angelina non ha battuto ciglio però quel suo silenzio significava ch’era proprio come dicevo. Poi, un giorno è venuta da me e m’ha mostrato il sederino e m’ha implorato di dirle la verità, se si vedeva tanto che era stato usato. L’ho rassicurata: “Sei una bimba, lo sfintere è elastico ancora, non sembri una vecchia troia sfondata”: lei ha tirato un sospiro di sollievo e m’ha cacciato la lingua in bocca. Rimasi scioccato, o meglio senza fiato. E lei: “Il giorno che compio diciotto anni te lo faccio io il regalo!”
Non m’ero mai interrogato su cosa potesse significare quella promessa o minaccia che fosse. Poi, oggi, dopo neanche troppo tempo, ho scoperto cosa intendeva Angelina.

E’ venuta da me, con il suo vestito migliore, quello rosso che pare di seta e che quando non mette le mutandine le fascia con gentilezza i fianchi e il monte di Venere che t’immagini tutto anche se sei mezzo cieco. M’ha preso da parte e m’ha sussurrato qualcosa, ma con tono così basso che solo la sensualità del suo respiro era ben percepibile. Quelli del Centro Sociale non ci stavano proprio che Angelina mi desse attenzioni: erano crudeli, erano per i pogrom quelli lì, la Falce e il Martello erano quelli di Stalin, dell’Uomo di Ferro. Quelli del Centro erano pazzi, odiavano i fascisti ma anche i leninisti e gli anarchici: a me mi facevano stare in un angolo di quella casa occupata perché col tempo ero diventato la loro mascotte ma, a dire il vero, di un po’ tutta la borgata. Però non mi volevano bene: aspettavano solo che tirassi le cuoia per farsi una grossa risata, o che qualcuno mi spaccasse tutte le ossa. Dicevano che ero vecchio: a quarant’anni per loro ero da buttare. ‘Fanculo, gliel’avrò ripetuto non so quante volte, ma non è servito mai a granché. Poi Angelina ha compiuto i diciotto anni.
Io non capivo più niente: sentivo solo il suo profumo, quello di donna. M’ha preso per mano e m’ha accompagnato fuori.
“Dove andiamo?”
“Ti piaccio?”
Le feci cenno di sì con la testa. “Ed allora stammi incollato al culo e non fare domande sciocche.” Non me lo feci ripetere: il suo bel culetto era tutto quello che i miei occhi volevano vedere.
Li vedo ancora quelli del Centro con i grugni duri, bavosi di rabbia, mentre io e Angelina ci allontaniamo insieme. Oramai Angelina non è più una bambina, e un po’ mi dispiace, è una donna e vuole me, anche se non lo so perché mi sia meritato una simile fortuna. Non lo so. E non le credo quando me lo dice, non le credo perché è una donna, perché non è più una bambina: “Tu sei un poeta. Un tempo scrivevi poesie. Le ho lette tutte.”
“Era molto tempo fa. Pensavo non si trovassero più.”
”Ti sbagli. Sono in tante antologie. E poi ci sono le ristampe.”
”Bastardi. Non m’hanno mai pagato un centesimo…”
“E tu perché non ti sei fatto più sentire?” Era un rimprovero. Me lo meritavo.
Angelina era fantastica, l’invidia e la gelosia fattesi carne da mordere.
Siamo andati in un alberghetto da due tacche, ha pagato lei la camera, siamo saliti su: giusto un letto, non c’era bisogno d’altro. Le ho sfilato il vestitino rosso, con poesia, piangendo di tenerezza per tutta quella tenerezza che così, con amore, mi veniva data senza che io avessi fatto nulla per meritarla.
Era vergine. La verginità me l’aveva data tutta, tutta quella che importava era il suo dono per me, di lei Angelina oramai diciottenne e donna. Perché proprio a me una simile fortuna?
Ancora sudati, dopo averlo fatto fino a sfinirci nel sesso e nelle carezze, me lo disse: “Perché voglio che torni a scrivere poesie. Voglio che i miei figli un domani ti possano leggere. Non sei un fallito come credi e vogliono farti credere. Sei solo un poeta. E io sono semplicemente una puttanella che ha raggiunto la maggiore età. Una storia tutta sballata ma non sbagliata.”

Sapevo che non ci sarebbe stata una seconda volta con lei: tutto quello che aveva me l’aveva dato.
Non capisco perché l’abbia fatto, perché proprio a me abbia voluto concedere la possibilità di tornare ad essere. So solo che non ci vivo più assieme a quegli stronzi del Centro. Ho una Bic, una risma di fogli bianchi, e un appartamentino in affitto. Scrivo poesie, molte le pubblico sui giornaletti di quartiere, altre su riviste più grandi: qualche volta me le pagano. Scrivo di notte. Di giorno lavoro, mi arrangio, svuoto le cantine per pochi dané, ma faccio un po’ di tutto, dall’imbianchino al lavavetri purché alla sera abbia qualche spicciolo e la possibilità di tornare a scrivere. Tutta colpa di Angelina.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Vecchio sporcaccione

  1. furbylla ha detto:

    a volte basta poco quel poco che mai avresti aspettato
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Non ho capito niente, Cinzia. 😦
    Che significa?

    beppe

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