Giovane prostituto

Giovane prostituto

di Iannozzi Giuseppe

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“Perché non sia la dura tenerezza a ucciderci, per un istante di apparente felicità goduta, perfetta perché mai fino in fondo sincera”, gli aveva lasciato scritto su un post-it Alessandro.
Quando Giuliano si era svegliato l’amara sorpresa era stata scoprire che accanto a lui riposava sol più l’impronta fredda del giovinetto.
Alzatosi in piedi, sudato, con il cuore in gola, presago d’una sconfitta totale, si era recato in cucina e sul tavolo aveva trovato il messaggio.

Aveva deciso di farla finita. Per impiccagione. Sarebbe stato un suicidio senza spargimento di sangue, drammatico al punto giusto. Non se la sentiva di spararsi a una tempia e rovinarsi la faccia per l’eternità; né gli sembrava conveniente buttarsi a letto e ingollare un tubetto intero di sonniferi, chi avrebbe poi scoperto il suo cadavere si sarebbe difatti trovato davanti a un morto addormentato e morta lì. E forse per lui un amen accompagnato da una risata, grottesca.

Alessandro era il più bel ragazzo che gli fosse riuscito di portarsi a letto. Giuliano ne era innamorato.

Rifiutato dalle donne, nell’omosessualità si era illuso di trovare la soluzione alla sua solitudine.
Ale era giovane, quasi imberbe, l’amante perfetto: darglielo in culo non era poi troppo diverso dal ficcarlo nella figa d’una femmina.
Giuliano aveva accettato Alessandro nel suo letto perché nemmeno le escort volevano farsi scopare da un mezzo uomo calvo, da un nano non povero ma nemmeno ricco. Aveva accettato il giovinetto nel suo letto a due piazze tanto per provare e alla fine se n’era innamorato: aveva bisogno del suo bel culo, lo ammetteva. Gliel’aveva anche confessato al ragazzo, che gli aveva risposto con un sorriso a trentadue denti tappandogli subito la bocca con il cazzo duro. Giuliano l’aveva ricevuto pregando di riuscire a ingoiare per tutta la sua lunghezza il frutto offertogli; quasi strozzandosi si era però dovuto limitare a ingoiare il seme di Ale.

Dopo che Alessandro sborrava in bocca al nano, continuava a sbatacchiargli il membro sulla faccia e sulla pelata, più e più volte, divertendosi non meno d’un monello di strada con la fionda in mano.
Giuliano accettava di leccargli i coglioni e l’ano, perché Alessandro sapeva esser crudele anche, per divertimento. Lui gli suggeva l’ano e il giovinetto gli mollava scoregge da far sembrare ridicole quelle delle trombe di Gerico. Giuliano, a quel punto, tentava indarno di levarsi; ma Ale subito lo batteva comandandogli di tornare a posare le labbra sul buco del culo e di cacciarsi nei polmoni la sua aria intestinale; gli raccomandava pure di far finta d’aver in bocca il bocchino d’un narghilè. Giuliano balbettava. Balbettava. E alla fine, obbediva rassegnato e il meteorismo dell’amante se lo ficcava nei polmoni vincendo il disgusto.

Lo aveva abbandonato.
Giuliano se lo aspettava. Non così presto però.
Gli aveva promesso tante cose, così tante che neanche più lui ne aveva memoria.
Su tutte una, il motivo per cui l’aveva lasciato; gli aveva promesso di far di lui una star. Gliel’aveva promesso con incoscienza, ben sapendo di non avere tutte le conoscenze adatte per introdurlo nello star system musicale. Alessandro voleva cantare. Voleva diventare un cantante acclamato e osannato dal pubblico. Voleva vendere milioni di dischi. Ale non aveva talento. Non un briciolo. Sentirlo cantare le prime volte era stato uno strazio. Poi l’amore e il sesso avevano offuscato la capacità di giudizio di Giuliano. Dopo aver preso gusto a penetrarlo godendo delle sue chiappe bianche e vellutate, Giuliano si era convinto che il suo Alessandro avesse una voce da far invidia allo stesso Farinelli se solo avesse potuto sentirlo. Tuttavia il nano era limitato nelle sue conoscenze e anche volendolo non riusciva a sfondare le porte giuste affinché il suo Ale diventasse una celebrità.

Un anno era passato. Ogni giorno Alessandro gli rammentava le promesse fatte; a Giuliano entravano da un orecchio e uscivano dall’altro. Non poteva dirgli che non sapeva come fare per farlo sfondare. Alla fine il nano si convinse che la sola cosa giusta fosse quella di farsi sordo. E dimenticò le promesse. Come un ossesso prendeva possesso del culo del giovane. Pompava. Pompava. Pompava. Non si risparmiava. In fondo al cuore lo sentiva che non sarebbe durato per sempre, doveva dunque approfittarne finché poteva.
Quando il giovane usciva per fare le “sue” commissioni, dall’ansia gli si chiudeva lo sfintere a Giuliano. Aveva una fottuta paura che Ale lo tradisse. O peggio che si smaterializzasse dalla sua vita.
Alla fine Alessandro si era rotto il cazzo e l’aveva piantato. Per andare dove? A Berlino, così gli avevano detto.
Adesso poteva confessarlo che la felicità di poco più d’un anno era stata contaminata dalla paura di ritrovarsi solo. Adesso che lo aveva abbandonato non c’era più ragione perché non ammettesse la tragica verità, almeno a sé stesso.
Adesso che era un mezzo uomo in completa solitudine sapeva che c’era un unico modo per guarire: morire.

Dalla libreria raccolse un po’ di volumi, li gettò sul pavimento e con essi costruì una montagnola maomettana. Terminò la sua opera con in cima una copia di lusso de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Odiava quel romanzo perché gli ricordava che “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi!”.

Il cadavere venne ritrovato dopo un mese buono.
Nessuno nel palazzo si preoccupò per il nano, scomparso da un momento all’altro, perché tutti lo consideravano un frocio e soprattutto un delinquente. Non trovarselo in mezzo alle gambe fu per i condomini un vero piacere, per cui non si interessarono.
Il nanetto era da tutti considerato un mafiosetto, losco e untuoso quanto basta affinché non ci si prendesse il disturbo di far troppe chiacchiere sul suo conto.
La notizia della sua morte fece dunque tirare una boccata di sollievo al condominio, che, da quando aveva ospitato Giuliano il nano, aveva vissuto nel terrore d’essere sempre sotto il tiro della Mafia organizzata. Non potevano certo immaginare che Giuliano era sì un mafioso ma di quelli proprio innocui, l’ultimissima ruota del carro, lo sfigato al quale veniva concesso di lustrare le scarpe agli autisti dei boss. Se avessero saputo che era giusto uno scalino più in alto d’un lustrascarpe non si sarebbero preoccupati affatto; e forse oggi che era morto stecchito, osceno nella putrefazione che l’aveva ghermito, avrebbero speso una mezza lacrima.

Aveva fatto tutto quanto era in suo potere per lasciar di sé un cadavere se non bello perlomeno intatto. Povero Giuliano, gli aveva detto proprio male. Dopo un mese attaccato alla corda il corpo era in avanzato stato di decomposizione: la pelle incartapecorita tra il grigio e il rossigno peggio che ustionata, il volto irriconoscibile, e il resto, per poco che fosse, puzzava e vomitava vermi.
Un ghigno feroce però si poteva ancora distinguere sul volto distrutto del nano, enigmatico eppur crudele senz’ombra di dubbio. Chissà a chi aveva pensato e in che maniera l’aveva pensato nel momento in cui la luce si era spenta nei suoi occhietti.
Il ghigno feroce sul volto corrotto del nanetto produsse un brivido elettrico lungo la schiena dei necrofori, che eppure la Morte la conoscevano bene. Meglio assai di tutti i libri aperti scompaginati, che innocui giacevano sul pavimento.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Giovane prostituto

  1. furbylla ha detto:

    non è proprio il tipo di racconto nelle mie corde.. mi chiedo forse era il ghigno feroce il suo vero scopo
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Lo so che non è nelle tue corde. E’ un racconto farsesco, che mette IN NUCE come la cultura sia stata ridotta a un mero rapporto di scambio, torpido e schifoso. I due personaggi sono solo caricature di una società culturale che sta scivolando sempre più in basso, dove non si premia la meritocrazia ma au contraire la balordaggine. Entrambi, il giovane prostituto e il suo amante sono due balordi di tutto punto, feccia dell’umanità. Null’altro che questo.

    Bacione, Mamma Lupa ❤ ❤ ❤

    beppe

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