Casta Diva, nuovo romanzo di Iannozzi Giuseppe. In esclusiva il primo capitolo online

CASTA DIVA

di Iannozzi Giuseppe

In esclusiva assoluta per i miei lettori, il primo capitolo del nuovo romanzo, Casta Diva. Chi poi fosse curioso, a questo link può trovare la sinossi del romanzo.

Iannozzi Giuseppe

Casta diva

Casta diva

Quella confusione la ricordava confusa, gioia e dolore si distillavano nella memoria di lei; lampi di casto pudore squarciavano la sua mente. Pioveva, incessantemente. Una coppia abbracciata. Pozzanghere riflettevano un cielo bigio. Lacrime si mischiavano alla pioggia degli amanti a passeggiare; e risa sparse nell’aria, e poi il vuoto d’un’assurda indefinibile sofferenza. Doveva essere successo qualcosa… qualcosa di indefinito.
“Sei tu il mio più dolce rimpianto// nascosto segreto nel cuore d’una rossa rosa;// tu, simile al sangue dell’anima mia straziata,// felice di perdere i petali nel turbinio del vento,// eco della tua lontana anima che alla mia un tempo si fuse,// amor mio.// Tu, il più dolce mistero,// non so però chi io sia.// E di te, anima transfuga,// non so dir se sei oggi buona o cattiva.”
La pioggia camminava accanto alla ragazza su l’avenue des Champs-Élysées.
La Place Charles-de-Gaulle, lontana non troppo, ma adombrata dalle lacrime in pioggia, sembrava una cartolina sbiadita di altri tempi… dimenticata nella tasca, inesitata, e in bocca la dolcezza del poeta francese più amato. L’Arc de Triomphe negli occhi di lei specchiato, i teneri cernecchi biondi bagnati abbandonati sulla pallida fronte, il seno in fiore, tenerezza in mezzo all’indifferenza di Parigi, di una Parigi di fuggitive ombre a correre per cercare riparo in un qualche dove, tranne che in lei, lei ragazza straniera, ferita non a morte purtroppo. E d’un tratto accorgersi d’esser ormai giunta davanti all’Arc de Triomphe, fissarlo e nell’intimo non provare alcun sentimento, non un senso di nostalgia, non un senso di smarrimento, non un moto di gioia o dolore, solo la ferita ancora esposta sotto la pioggia simile a una rosa spogliata dei suoi petali. Una mano bianca sulla fronte per scostare i capelli ormai fradici incollati sulla pelle; la ragazza recitava versi del più amato poeta francese, come una preghiera; si guardò intorno, vide se stessa sotto la pioggia simile a un fantasma in mezzo alla gente e subito si rese conto che la sua ferita non era altro che una invisibilità: per questo solamente era ancora viva, nonostante la pioggia romantica a spogliarla dei suoi teneri petali. Tutto aveva avuto inizio inaspettatamente e tutto era finito in un batter di ciglia. Si scoprì a recitar poesie senza comprenderne il significato; la voce, tiepida, si camuffava in nuvolette di alito nell’aria fredda, e lei disegnava specchi di se stessa riflessa in pozzanghere mille volte contaminate dalla fretta di ignoti frettolosi passanti.

“Qualcosa non va, signorina?”
Lo sconosciuto aveva tutta l’aria d’un bohemien: volto trasognato, incorniciato sul mento da una barbetta rossiccia a punta. Era uno dei tanti grigi personaggi d’una Parigi uccisa con arte, una città grigia come i suoi abitanti, tutti poeti mancati o al massimo minori.
“La pioggia”, rispose lei in francese.
“La pioggia cade perché qualcuno la possa dipingere.”
Silenzio. Entrambi riparati sotto l’Arc de Triomphe fissavano l’acqua incanalarsi nei tombini immaginando ognuno i propri sogni infranti.
“La pioggia, bella cosa!”
E lo sconosciuto sospirò. “E’ successo anche a me”, aggiunse con tono ambiguo.
“Sì, è così”, rispose la ragazza.
“Lei recitava i versi…”.
“Non me ne ero accorta. Qualche volta mi succede.”
L’intorno era diventato ormai grigio, all’inverosimile, e le sole sue rugiadose labbra di bambina triste avevano ancora su un timido colore rosa. Uscì da sotto il riparo dell’Arc de Triomphe a raccogliere sul corpo teso ancora un po’ di quella pioggia tanto romantica per il poeta, inutile all’uomo di strada: Parigi era grigia, completamente. Il bigio cielo sembrava averla abbracciata col suo sudario; la città non era proprio morta, era in coma profondo, cantata dalle gocce di pioggia a picchiettare su comignoli monumenti e cemento. Il sudario sarebbe presto scomparso; già in mezzo alla coltre di nuvole una lama di luce penetrava il cielo e si rifletteva sui vetri delle macchine e s’infiltrava ladro oltre gli scuri delle finestre.
Il bohemien, pure lui, era uscito a godersi un altro po’ di pioggia: “Finirà presto.”
Non si dissero altro.
La ragazza scivolò via, muta, per la sua strada; lo sconosciuto la fissò per un attimo e pure lui prese la via per un nessun dove recitando quei versi che aveva sentito in bocca alla ragazza.

Camminava lungo Avenue de Wagram: il sole era tornato a risplendere e le pozzanghere, scomposte come i suoi capelli bagnati, riflettevano luce. Non si sorprese a riconoscersi specchiata in una pozzanghera con il sole a farle da scenografia; era una sorpresa scoprire che la luce non riusciva a rendere più profonda la sua ferita fantasma, né a cicatrizzarla. Vagolò per un paio di ore senza una mèta, senza a nulla pensare; fece infine capolinea il tramonto, rosso e uguale a un frutto maturo, succoso di pioggia rafferma nelle pozzanghere. Non aveva idea di dove si trovasse, ma poco se ne curava: ricordava d’aver camminato, d’essersi mischiata nella confusione del Métro, d’esser uscita in superficie per pochi minuti per tornare di nuovo nel suo buio. In tasca aveva scoperto per caso d’aver una cartina della città accartocciata come una cosa sconcia; non la consultò.
Il sole ormai calato e lei sola a Place d’Italie, non sapeva altro, non sapeva come avrebbe passato la notte e nemmeno era certa che la notte sarebbe davvero venuta ad accoglierla con il volto della luna. “Selene!”, biascicò . E subito rise di se stessa; in un batter di ciglia si scoprì vestita del candore lunare, l’argento era sulla sua pelle. Un timido starnutire e la notte si dissolse con lei ripiegata in positura embrionale su una panchina: era mattino, ormai non poteva più procrastinare il ritorno a casa.

Parigi era stata una fuga momentanea, da cinematografo: di fughe ne aveva viste parecchie in televisione, tutte romantiche, tutte inevitabili e giuste. Aveva provato anche lei questa esperienza: arrivata a Parigi mille nomi si affollarono nella sua mente; Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, Stéphane Mallarmé, Victor Hugo, e il più amato e classico Jacques Prévert, le cui liriche aveva recitato fra le labbra come preghiere quasi senza rendersene del tutto conto. E Prévert era diventato il suo compagno di fuga a Parigi, un compagno simile a un angelo che parlò al suo cuore con voce delicata, invisibile; e alla fine quel compagno diventò litania fra le sue labbra e il poeta si fece da parte lasciando di sé solo le liriche, liriche senza un preciso significato… solo il dolce suono della lingua francese.

Adesso il treno fuggiva verso casa; ritornare non le sembrava nulla affatto assurdo; ogni fuga che si rispetti, alla fine, deve condurre a casa a dimostrazione che la fuga è stata reale e non un banale addio per sempre: la ragazza pensava che così fosse giusto. Nel suo intimo però già sapeva che quella prima fuga non sarebbe stata l’unica: ne sarebbero seguite altre e tutte si sarebbero risolte fuggendo nuovamente verso casa.

L’inquietudine: la confusione la ricordava confusa, gioia e dolore si distillavano nella memoria di lei, lampi di casto pudore squarciavano la sua mente, una confusione logica ora che la strada era indirizzata verso i suoi affetti anche se uno, forse il più importante, non avrebbe più fatto parte della sua vita. Si consolò pensando che certe cose accadono a tutti, ad adolescenti, a donne e uomini maturi, ad anziani, allo stesso modo in questo mondo. Cosa le era accaduto? Era un fattaccio che ancora indefinito che non riusciva a spiegare. Avrebbe potuto confessare questo fatto dicendolo amore: ma sarebbe stata completamente onesta con se stessa? Onestà: non aveva mai conosciuto nei suoi diciotto anni una persona completamente onesta con se stessa e con gli altri; eppure, radicata in lei era l’idea chimerica che in un qualche dove doveva pur esserci un santo, una persona che era riuscita a comprendere appieno se stessa e le inquietudini dell’umanità.
Il paesaggio scivolava veloce attraverso i finestrini; quasi non si aveva tempo d‘impressionare sulla retina dell’occhio le immagini, i paesaggi, i volti sporadici di contadini, semplici uomini e donne e bambini in attesa presso piccole stazioni dove il treno che lei ‘viaggiava’ non si sarebbe fermato. Lo sferragliare delle ruote sulle rotaie era un dolce quanto inquieto cullare: gli occhi vedevano e non vedevano attraverso i finestrini, un gioco sottile dell’inganno del vedere cose che un momento ci sono e quello immediatamente susseguente non ci sono più, gioco che le trasmetteva un’indefinita inquietudine. Per un breve attimo ebbe come l’impressione che tutto in lei si fosse calmato e che il passato non era mai stato; fu un piacere momentaneo, che subito si dissolse a pari d’una droga nella sua mente restituendola alla confusione di sé, una confusione logica che tutti prende e che lei rifiutava, lei che anelava a un qualcosa di indefinito, alla calma, all’amore… Ma più cercava di fare ordine nell’anima e nella mente, più le cose si facevano arzigogolate; smise di guardare fuori dal finestrino e dedicò brevi istanti alla contemplazione della sua cabina. Niente attrasse la sua attenzione: era una cabina di seconda classe di uno scompartimento uguale a tanti altri, una cosa che non meritava la sua attenzione, almeno non più di tanto. Chiuse gli occhi rassicurata dal fatto che era la sola cosa vivente in quello spazio di metallo e tappezzerie di second’ordine. Nessun altro era con lei a considerarla desiderata o molesta compagnia; voleva stare da sola, e il destino o la fortuna vollero che per tutto il viaggio di ritorno verso casa rimanesse da sola con se stessa.
All’improvviso spalancò gli occhi: essere sola con se stessa non significava che era completamente sola… qualcuno la spiava e questo qualcuno era il suo fantasma, il suo amor proprio, la sua pudicizia. In un batter di ciglia comprese che impossibile è riuscire a essere soli, anche quando ci si illude che sia così: sempre c’è qualcuno che si prodiga a spiare, un qualcuno che è il tuo stesso Io. Ritornò con la mente alle passeggiate lungo le vie parigine: il volto di Prévert, che aveva visto una volta in una fotografia in bianco e nero tra le pagine d’un testo scolastico, si stampò a fuoco nella sua mente. Il poeta taceva: non recitava le sue poesie e si limitava a osservarla con un’espressione vaga che avrebbe potuto significare tutto e nulla allo stesso tempo. Il tempo fuggiva con il treno e con lei, di questo ne era consapevole. In un primo momento provò quasi sgomento nel vedersi davanti la silhouette del poeta; ma accortasi che taceva, il fatto non le arrecò più fastidio. Le sembrò di rammentare che il poeta fosse ateo: lei amava le sue poesie, soprattutto quelle d’amore; tuttavia per quanto amasse le sue poesie, le dava fastidio sapere ch’erano state scritte da un ateo perché lei era credente, sapeva di credere in qualche cosa, anche se così, su due piedi, non avrebbe saputo dire in che chi o cosa credesse. Lei era certa che, da qualche parte, un Dio doveva esistere per forza, un essere perfetto, l’Amore.
Si nettò gli occhi dalle cispe del sonno e l’immagine del Prévert in bianco e nero si dissolse dalla mente; e cominciò a riflettere: com’era possibile che un ateo, un poeta per giunta, riuscisse a scrivere degli umani sentimenti? Forse perché era un poeta, uno che gioca con le parole? Una volta qualcuno le raccomandò di non fidarsi mai e in ogni caso dei poeti: che il poeta fosse per natura un diavolo buono o un povero diavolo? Non sapeva assolutamente spiegare il mistero che avvolge la poesia: semplicemente la poesia le era sempre piaciuta, sin da piccola, sin da quando la madre suonava al pianoforte e cantava arie wagneriane; riusciva a cantare con la stessa modulazione di voce per ore senza stancarsi, e lei, piccina, la ascoltava incantata. La musica era un’altra forma di poesia; le sarebbe piaciuto saper suonare qualche strumento; tuttavia si rese presto conto che il suo orecchio non era quello d’una musicista, così cercò rifugio nei versi, versi che spesse volte recitava solo per il gusto di assaporarne il suono e null’altro, non il significato.
Cominciò ad avvertire un dolore pulsante, leggero ma sicuramente sintomo d’un’emicrania: aveva preso troppa acqua piovana sulla testa e il dolore ancora forgiava pensieri, immagini e ricordi tradotti in fantasmi, fantasmi che rendevano fantasma anche la sua ferita. Non c’era bisogno che sbattesse la testa per comprendere che era punto e da capo. La fuga non aveva risolto niente, anzi aveva peggiorato la sua condizione di malata.
‘Sono malata’, pensò. ‘E non so neanche dire di qual è la malattia… e nessuno mi potrà aiutare a capirla se prima non guarisco! Ma come posso guarire dalla malattia senza aiuto, se l’aiuto lo devo trovare dentro me stessa? Io posso solo darmi un aiuto malato, una cosa che finirà con il farmi peggiorare…’. Chiuse gli occhi, nuovamente, e scivolò in un profondo sonno senza sogni, mentre, in un imprecisato dove, qualcuno stava sognando di lei tormentandosi nell’orgia delle vuote lenzuola virginali.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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3 risposte a Casta Diva, nuovo romanzo di Iannozzi Giuseppe. In esclusiva il primo capitolo online

  1. Rosy ha detto:

    Bellissimo Beppe, hai usato uno stile Hemingway… sei sulla buona strada. Direi che puoi ritenerti soddisfatto. ❤

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Bellissimo, non esagerare, Rosy, anche se sì, i complimenti mi fanno sempre piacere. Però vero è che all’altezza di Hemingway non lo sono e non lo sarò forse mai. Ogni scrittore vive e scrive anche delle sue esperienze e matura quindi uno stile e una sostanza che sono sempre diversi. Posso però dire che di questo lavoro sono soddisfatto e direi che è abbastanza. Poi se meriterà qualche cosa di più, beh, saranno i lettori a deciderlo. ❤

    beppe

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