Il lato B di questa sporca vita (racconti brevi, prose poetiche)

Il lato B di questa sporca vita

(racconti brevi, prose poetiche)

di Iannozzi Giuseppe

lato B

La faccia di Dio

Appena mi sveglio, devo controllare che sono ancora vivo. E’ un brutto vizio il mio. Ma sono certo, al cento per cento, che se dovessi morire non me ne accorgerei distratto come sono. E’ inevitabile, non posso davvero far a meno di guardarmi allo specchio, accertarmi che il riflesso è quello della mia persona in carne e ossa e non quello d’un fantasma, inforcare quindi gli occhiali, schiarirmi la voce e ritrovarmi stonato come una campana, e passare in ultimo al caffè. Arrivo in cucina, nudo – perché dormo nudo, senza pigiama – e metto sul fornello la mia moka: una volta che la moka comincia a sghignazzare aroma di caffè, allora butto l’occhio sull’inguine, sperando di vedere la faccia di dio. E in questo non sono mai rimasto deluso: la faccia di dio è sempre maledettamente incollata nelle mie parti basse, con un cachinno priapesco, che sembra voler suggerirmi, “Adesso t’inculo io per bene! E poi vediamo se sarai ancora capace di fare tanto lo spiritoso con la mia santità”. M’è d’obbligo di mandarlo a quel paese. E nell’intanto il caffè è pronto: lo centellino con piacere, bello caldo e zuccherato (non meno di due cucchiaini di zucchero). A questo punto la giornata può cominciare: sono fottutamente vivo, per vostra sfortuna, Signore e Signori.

In cerca di Cenerentola

Quand’ero adolescente – ormai molti ma molti ma molti lustri fa – attendevo la mia Cenerentola, ed ero convinto assai che ce ne fosse una anche per me. Poi sono continuato a essere adolescente e Cenerentola non l’ho trovata. Dovrei dirmi deluso. E forse un po’ lo sono, in fondo al cuore. Con gl’occhi spruzzati di polvere d’angelo, come tu ben dici, cara Amica mia. E io, io non mi son mai pensato Principe Azzurro, credevo però d’essere a pieno titolo Principe Nero, per Dio! E allora, io – diavolo e Belzebù! – mi chiedo perché mai non ci si possa accontentare d’un Principe Nero come me, con le pezze al culo, la testa pelata, la barba, un principio di pànza e un gran nasone! Cioè meglio restare zitella? No, domanda retorica: e poi credo d’immaginare quale la risposta. Queste situazioni mi mettono addosso tutta quell’angoscia esistenziale che è nei film di Woody Allen. Ecco, credo che sposerò mia figlia: devo solo adottarne una, in tenera età, poi quando sarà lei maggiorenne e io vecchio abbastanza per lei, convoleremo noi a giuste nozze. Non vedo altra alternativa. La vita è un film su una sedia a rotelle e la bombola d’ossigeno attaccata alla bocca; strani baci ci riserva la vita, questa cosa che ci ostiniamo a dirla tale e quale a noi, ai nostri vizi e sogni.

Sindrome da crocerossina

Non ho mai incontrato una tipa con la sindrome da crocerossina, soltanto belle topolone con la sindrome da portafogli gonfio, bene in carne e di più. Insomma, i tempi son cambiati, o forse son gli stessi di sempre: la patta, il gonfiore della patta d’un uomo è davvero cosa poco importante per la donna moderna; ma anche per quella donna ideale e romantica che gli uomini s’illudono sia esistita in tempi oramai remoti e per sempre perduti.

In un attimo

Sono un vizioso: per me un attimo deve durare per l’eternità, affinché possa dirlo di bellezza. Di vita.

Eri una bambina

E domani mi troverai sotto due metri di terra almeno e nemmeno un lamento dalla mia bocca ormai chiusa come le bare. E i cipressi commossi dal vento non ti faranno solletico, non ti daranno il brivido d’un’aritmia, e lacrime non sprecherai per il mio povero corpo in decomposizione, per te. Ti ho amata nonostante quell’aria da bambina spaurita. Quasi inoffensiva.

Occhiali da sole

Occhiali da sole: come un vampiro, il sole mi ferisce gli occhi. Non potrei mai uscire di casa senza i miei occhiali da sole. E nemmeno con la luna: sì, perché anche nelle ore notturne, se sono fuori, ho sul naso – che è bello grosso – i miei fidati occhiali neri. Perché? Perché il mondo di fuori è brutto, e io ho voglia e desiderio di guardarlo bene a fondo, con la maggior chiarezza possibile. Il buio si sconfigge solo con l’ombra che esso ha su di sé, e non con la luce dei lampioni né con quella della preghiera – o della paura.


Che barba!

Devo pettinarmi la barba, accuratamente. Devo sfoltirla nei punti strategici. Odio chi porta la barba e non se ne prende cura come dovrebbe. La barba è un simbolo di virilità, di classe, di nobiltà di spirito: siamo uomini e non scimmie pelose che della propria faccia non se ne curano. Odio che mi si stropiccino i baffi: sono sacri, intoccabili. Nemmeno i baci delle donzelle possono attaccarli; devono loro porre molta attenzione a dove e a come usano la lingua e le labbra: se sento che vanno sui baffi, mi sale il sangue alla testa. I baffi sono per me una simbolo (accessorio) sacro, come per Sansone lo erano i capelli lunghi. Dei capelli, quando ho cominciato a perderli non me n’è fregato niente. Ma i baffi sono parte di me, intoccabili.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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