Cadaveri freschi per l’amore

Cadaveri freschi per l’amore

di Iannozzi Giuseppe

cadavere

cadavere

Con inusata delicatezza lasciò cadere una rosa nera tra i seni della ragazza lunga distesa sul lettino.
La rosa cadde a piombo nell’aria e si posò proprio nel mezzo del petto pallido.
Candido rimase qualche istante con lo sguardo attaccato al corpo, incapace di credere che fosse vero.
Gli pareva impossibile che a breve quel cadavere si sarebbe arreso allo scempio del tempo. Gli sembrava ingiusto che la morte potesse disporre della bellezza e corromperla fino a ridurla a una cosa senza più forma, odiosa all’occhio e allo spirito. Candido sapeva bene che la putrefazione è una sorta di decomposizione delle proteine dovuta all’implacabile azione dei microrganismi anaerobici; ciò nonostante, ogni volta provava dispiacere, quasi che una lama gli penetrasse nell’anima. Il corpo che aveva davanti aveva perso l’afflato vitale nel giro d’un momento. Un incidente come tanti e Grazia aveva cessato d’essere. Una pastiglia di ecstasy e un drink di troppo a un rave party. Grazia s’era accasciata sulla pista da ballo in mezzo alla babele di voci di bassi sparati a tutto volume, di giovani illusi che nemmeno un dio avrebbe osato sfidarli. Era andata giù, come una bambola privata all’improvviso delle batterie. Avevano continuato a ballare fino all’alba intorno a lei, senza prestarle alcuna attenzione. Tutti erano dannatamente sicuri di non averla vista e chi l’aveva notata aveva pensato che stesse dormendo. La sua amica Luna, quando nel capannone cominciarono a filtrare i tardivi raggi d’un sole invernale, era inciampata nel corpo ed allora aveva gridato tirando fuori tutta l’anima, peggio d’una dannata: ma oramai non c’era più niente da fare, Grazia era fredda più del marmo nella sua minigonna e nel body di pizzo nero che le fasciava il corpo lasciandole nuda la schiena quasi per intero.
Candido lo sapeva che l’autopsia non avrebbe rivelato niente: s’era fusa le cervella, non c’era mica bisogno di aprirla come una trota per capirlo. Entro meno di ventiquattro ore il medico legale avrebbe effettuato l’esame post-mortem. Candido sospirò. Pulì come al solito, senza lasciare tracce: nel corso degli anni era diventato un esperto a levare le tracce di attività sessuale dalle vagine. Lui non era uno sprovveduto: usava sempre il preservativo. Le puttanelle: non si poteva mai sapere con chi erano state e se avevano qualche malattia venerea o l’Aids. Nessuno sapeva che era un necrofilo incallito: erano dieci anni buoni che si scopava i cadaveri che arrivavano: enterotomo, ago e filo, scalpello, forbici, forcipe dentato, sega manuale, sega vibrante, encefalotomo, costotomo, tutti strumenti che in quel buco aveva visto usare centinaia di volte dal medico patologo. Candido gl’era sempre accanto, per ogni evenienza. Dopo aver ripulito la cavità vaginale e la pelle del cadavere, finalmente si tolse i guanti. Con dita leggere come il battito di ali d’una farfalla strappò via la rosa nera per riporla subito in una delle profonde tasche del camice.

In bagno, dopo aver tirato giù un grosso stronzo alto e bello come la torre di Babele, con le braghe calate, tenendo lo sguardo ben incollato sulla bellezza appena cagata, Candido con la mano stretta sul pene cominciò a masturbarsi fino a farsi del male. Solo quando riuscì a imbiancare ben bene il cesso, depositando il suo seme proprio in coppa allo stronzo, si sentì appagato, percorso da un orgasmo elettrizzante. Candido era consapevole d’essere un necrofilo, d’amare la morte e tutto ciò che essa rappresenta.

Per Candido i giorni passavano tutti uguali: quando non c’erano corpi che valessero la pena d’essere penetrati, almeno una volta al giorno si masturbava in bagno, a volte cacciandosi due dita su per il buco del culo mentre con la mano libera lavorava sul suo uccello. I colleghi gl’avevano trovato un nomignolo, Cacarella. Tuttavia Candido era un solitario, uno che non legava coi propri simili, cosicché ben presto tutti smisero di chiamarlo o anche solo d’invitarlo a prendere un caffè: Cacarella non era uno di compagnia, e a ben vedere incuteva timore quel suo modo alieno di trascinarsi fra cadaveri e silenzi. Le uniche volte che lo si vedeva felice, con l’abbozzo d’un sorriso sulle labbra, era quando usciva dalla sala di medicina legale o dal cesso. Dal canto suo Candido non prestava attenzione ai colleghi: la sua sola preoccupazione, in tutti quegli anni, era stata una e una sola: non farsi beccare con le mani nel barattolo della marmellata.
All’inizio, molto all’inizio, quando Candido era entrato a far parte del personale in pianta stabile, una certa Candy s’era presa bene di lui; nelle sue fantasie di donna emancipata ma succube del cazzo Candido era per lei il tenebroso, quello da conquistare per essere conquistata. Non era brutta Candy, tranne per il fatto che non era neanche bella: magra, un bel culetto a mandolino, ma davanti piatta peggio d’una sogliola, così tanto che se solo avesse cambiato taglio di capelli e smesso il rossetto poteva essere fraintesa per un ermafrodita. Candido e Candy s’incontrarono al crepuscolo in riva al fiume, mentre il sole s’affogava nelle acque dolci e delle papere scivolavano sullo specchio d’acqua. Muti come pesci i loro occhi si studiavano di tanto in tanto, occhiate rapide. Lo stormire degli alberi si fece pian piano ossessivo e alla fine fu Candy a prendere l’iniziativa: gli strinse la mano. Candido rimase inerte, proprio come un morto. Poi quando lei lo baciò, semplicemente lasciò che lei cacciasse la lingua nel cavo della sua bocca. Fu una storia breve e devastante, per Candy però. Candido non l’amava, né la desiderava come oggetto sessuale. Per lui non era degna neanche d’esser considerata un trastullo. Quando Candy comprese la verità chiese d’esser trasferita altrove. Ma era già tardi: Candido era ormai un’ossessione nella sua mente, una malattia mentale che non riusciva ad asportare dalle pareti del cervello. Tuttavia non è del suo destino né del suo desio che ci interessa, pur ammettendo che in occasione più consona raccontare per intero la storia di Candy si rivelerebbe un’impresa ardua e non poco ricca di colpi di scena; e chissà che Candy non possa trovare accoglienza tra le pagine d’un racconto. Tornando a raccontare di Candido, bisogna ora sottolineare che l’uomo non aveva destato sospetto alcuno dei suoi appetiti sessuali: agiva con perfezione chirurgica e per quanto l’assistente del segaossa avesse da tempo preso su di sé il nomignolo Cacarella, per quanto alieno lo si potesse vedere, nessuno pensava seriamente a lui come a un pericolo immediato per la morale della società. Peraltro era difficile incontrarlo e non vedendolo in giro i colleghi sospettavano che fosse in bagno alle prese con una delle sue coliche, perché uno che sta tanto tempo cacciato nel cesso non può che avere problemi d’intestino.
Quel giorno sul tavolo c’era un quarantenne. Era stato preso in pieno da un camion mentre si trovava a cavallo della sua moto. Sbalzato in aria era atterrato senza rompersi neanche un osso e subito si era rialzato, sorpreso lui stesso d’essere tutto d’un pezzo. Forse gli riuscì di gridare nella sua mente “Miracolo!” e basta, non ci è dato di sapere con certezza, ma dopo aver dato due passi era crollato sui ginocchi; quando poi l’ambulanza era arrivata non si era potuto far altro che constatarne il decesso. L’uomo era belloccio e Candido, come sempre, era affamato. L’aveva girato in modo tale d’avere proprio davanti agl’occhi il suo bel culo che pareva gli sorridesse. Senza pensarci su, dopo aver espletato i controlli di rito che non ci fosse nessuno nei paraggi, gl’aveva esplorato l’ano riempiendoglielo di vaselina, dopodiché se l’era infilzato più e più volte venendo come un ossesso.

Accadde che un giorno stava per infilzarne un altro, quando si accorse che il cadavere era già stato usato: qualcuno l’aveva sodomizzato e non solo. C’erano evidenti tracce di sperma in bocca, nell’ano e sulle labbra della vagina. Non era quella sul lettino la vittima di uno stupro. Bellissima come poche, una modella della T****o bene, s’era sentita male dopo un festino in una villa collinare. Si era ripresa, almeno così gl’era stato detto ed era tornata fra gli amici. Non era difficile immaginare che s’era trattato d’un coca party e che quella stupida gallinella, con tutta probabilità, avesse tirato una pista di troppo; in ospedale c’era arrivata morta. Stando alle indiscrezioni ch’erano trapelate, i medici ne avevano constatato la morte e basta. L’avevano portata in obitorio e nel giro di dieci minuti subito la voce che si fosse sparata una dose che avrebbe messo al tappeto un elefante s’era fatta spazio. I familiari non avevano fretta, così gl’era stato lasciato a intendere. La famiglia voleva che qualsiasi possibile scandalo fosse messo a tacere prima di nascere. La ragazza era morta, non c’era nulla da fare, quindi perché montare su uno scandalo? Sarebbe forse servito a riportarla in vita? No. Ed allora la richiesta era d’osservare il massimo riserbo. La misura del riserbo doveva aver fatto venire allo scoperto qualcun altro, che aveva fiutato l’occasione per farsela, tanto nessuno avrebbe mai detto niente: era stato chiesto, con soldi che cantavano, che dall’autopsia non doveva emergere nessun particolare imbarazzante. La voce s’era sparsa: quel tocco di femmina era la figlia d’un’importante famiglia per cui i soldi sono più importanti di qualsiasi affetto e verità. Candido, anche uno come lui, era capace di fare uno più uno e arrivare a delle conclusioni plausibili: la ragazza se l’erano fatta, e non uno solo, dopo morta, forse quand’era ancora un poco calda, appena arrivata in ospedale. Candido non si sentiva d’escludere questa possibilità. Dentro di sé sbottò: non ci voleva, gl’avevano rovinato la festa, quel corpo era oramai più sporco di quello d’una puttana da marciapiede.
Quel pomeriggio aveva posato gl’occhi sulla tv accesa, mentre addentava di malavoglia un tramezzino. Il bar era tutto concitato, cadeva l’11 settembre e le Torri Gemelle erano ancora l’argomento principe dopo sette anni. Si parlava dei corpi rimasti fra le macerie e mai venuti alla luce, ma anche di quelli ch’erano finiti in poltiglia e di cui non era stato possibile nemmeno ritrovare i corpi. Sul teleschermo sfilavano le immagini dell’abbattimento delle Torri Gemelle, immagini di repertorio che come ogni anno facevano venire la pelle d’oca ai più. Candido provò a immaginare che cosa avrebbe fatto lui se fosse stato uno dei soccorritori: un guizzo d’ebrietà maligna gli penetrò la testa. Si sentì avvampare, la faccia in fiamme. Pregò che nessuno l’avesse notato in quello stato, perché non aveva voglia di dare spiegazioni: qualcuno poteva equivocare e scambiare quel suo rossore per rabbia, mentre era invece vero il contrario, tutti quei morti lo eccitavano. Se qualcuno gl’avesse però chiesto avrebbe dovuto fingere, non era difatti consigliabile partorire la verità circa i suoi reali sentimenti: l’avrebbero linciato lì sul posto, senza neanche lasciargli il tempo di finire lo schifoso tramezzino che doveva essere il suo pranzo. Imbarazzato al pensiero che fosse stato notato, sgomitò tra la gente, tra gli infermieri e i dottorini di primo pelo e a fatica conquistò la cassa: trasse fuori dalle tasche qualche spicciolo, una manciata di monete da cinquanta centesimi che buttò sul piattino proprio sotto il naso della cassiera, una donna in carne, flaccida con gli occhi porcini. Non contò neanche le monete, gl’interessava solo pagare e uscire all’aperto. Aveva ormai conquistato la porta quando si sentì chiamare: era la voce impastata di nicotina della cassiera che lo invitava a ritirare il resto. La donna gridava come un maiale al macello: “Il suo resto, Signor F***** Si è sbagliato…”. Candido non si voltò. Respirò a fondo e urlò che il resto era mancia, posò poi la mano sulla maniglia e dentro di sé esultò, troppo presto però, perché quella gridò che la mancia lui non l’aveva mai lasciata, che non era abitudine del locale accettare mance dai clienti e che in ogni caso era davvero troppo. Suo malgrado Candido fu costretto a fare dietrofront, se non altro per mettere a tacere quella vacca grassa che non ne voleva che sapere di quietarsi. Raccattò il resto dalla mano grassoccia della donna trafiggendola con lo sguardo, poi sotto le occhiate degl’astanti si trascinò fuori. Solo una volta all’aperto si rese conto d’essere agitato come non mai: quella donna, quella donna… ma gliel’avrebbe pagata cara, tutto quel lardo che si portava addosso non sarebbe servito a salvarla. Rimuginava una vendetta, come in altre occasioni gl’era già capitato, anche in giovane età, ma era lui il primo a sapere che non avrebbe ammazzato nessuno perché in fondo in fondo era un vigliacco, uno che i morti se li infilzava perché inanimati e pronti alla corruzione della morte.
Candido fissava il cadavere, quel corpo tanto bello e imbrattato dal seme di altri necrofili. Dalle tasca del grembiale trasse fuori la rosa nera. La tenne fra pollice e indice, per lo stelo, e ne contò i petali uno a uno, una cosa che non gl’era mai passata per la testa di fare. Li contò più volte, quasi non riuscisse a convincersi che il loro numero fosse proprio trentatré.
Il medico legale arrivò trafelato, a testa bassa, quasi vergognoso. Candido aveva ripulito il cadavere: non si sapeva mai che cosa avrebbero potuto inventarsi, non era il caso di correre rischi inutili, tanto più che pulire i corpi era diventata la sua specialità in tutti quegli anni. Era un necrofilo, non era uno stupido: sapeva bene che quelli come lui venivano beccati per colpa dell’imprudenza che troppo spesso dimostravano. A malincuore quel corpo tanto bello, di cui troppi avevano già goduto, lo ripulì e basta.
L’autopsia fu condotta con estrema serenità, ovvero con la più preoccupata superficialità nel silenzio più assoluto: con egoistico abbattimento Candido si rese conto d’esser circondato da una società necrofila. La scoperta non lo rese affatto felice, come qualche avventato lettore potrebbe pensare: la concorrenza è il male per un necrofilo incallito e Candido voleva godere d’ogni cadavere in buone condizioni. Fu per lui una scoperta terribile: tutti quei benpensanti che giorno dopo giorno lo circondavano facendo finta di nulla, impetrando Dio e sbraitando contro i mali della società, contro pederasti fascisti e guerrafondai, in realtà non erano diversi da lui Candido che preferiva di gran lunga il silenzio al teatro del perbenismo.

Candido portò le chiappe in riva al fiume: le acque sporche e placide come sempre affogavano un sole paglierino. Sull’altra sponda erano visibili alcune figure, probabilmente pusher e zingari, rasta e anarchici, la feccia della società insomma. Forse c’era anche qualche necrofilo in incognito fra loro, non era da escludere. Una foglia si staccò da un albero e gl’accarezzò la guancia prima di posarsi sul pelo dell’acqua. Tirò fuori la rosa nera, la fissò commosso quasi fino alle lacrime, poi la lasciò cadere in acqua. Era superba, una macchia nera, e poco importava che fosse sintetica: una naturale non sarebbe durata che poche ore. Quella rosa sintetica invece era stata con lui per anni e anni senza mai corrompersi. Era stata la sua silente bellissima complice. Ora la corrente del fiume l’avrebbe portata lontano lontano, chissà dove. Continuò a tenere lo sguardo incollato sul punto nero ch’era diventata cantando Tenco con voce bassa e rauca: “E lontano lontano nel tempo/ l’espressione/ di un volto per caso/ ti farà ricordare il mio volto/ l’aria triste che tu amavi tanto/ E lontano lontano nel mondo…”.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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