Adone e Venere in amore

Adone e Venere in amore

di iannozzi Giuseppe

Valeria Chatterly Rosenkreutz

Self-Portrait è Opera originale di Valeria Chatterly Rosenkreutz

In un unico puro atto, due scene e un monologo.
E due personaggi.

Nota dell’Autore: Opera erotica scritta milioni di anni or sono. Non fossi io centro dell’Universo et ancora sì profondamente innamorato del mio lavoro altamente dannunziano esso oggi cenere sarebbe e null’altro. [ i.g. ]

Personaggi:

Adone: Adone è semplicemente Adone.

Venere: Venere è semplicemente Venere.

SCENA I:

Ambiente: Adone è al cospetto di Venere orocrinita. Nelle sue stanze, quattro pareti vestite di nudità.  Solo una finestra porta luce crepuscolare nella camera.

Adone: (con piglio romantico) Non sentite soffiare il vento? Tra le alte chiome indarno tenta d’innamorare noi col suo stormire.
Oh Venere! Voi non sentite nulla se non il fiato di noi racchiuso entro queste quattro anguste nude mura. Ed è dolore amore tormento sapere che gli occhi bassi, che i Vostri occhi non incontrano Vostro riflesso nelle mie pupille. Un simile riflesso vorrei vedere per inebriar l’anima mia. Nella bocca vorrei stringere le Vostre mute parole con un bacio che sia soffocamento lieve. (quasi disperato) Che senso ha questo stormire che innamora, questo vento tempestoso, inquieto? Che scopo ha il vento di fuori a spazzar via il bruno dell’autunno nelle foglie se Voi, Venere, non dite, non sorridete, non baciate?

Venere: (regale, dura come cuore di diamante) Oh Adone, mettete a freno i Vostri ardori! Non si conviene ad una Signora che dica un ma o un forse solo per nutrir la contentezza che sento nel Vostro favellare tutto preso dalla sola voglia d’amare. Per Giunone, un minimo d’orgoglio dovreste averlo!

Adone: (insistente ma lievemente scoraggiato) Venere, Signora, senza pretesa di voler strafare, le parole prendono peso di pietre scagliate addosso a chi già s’è già crocifisso nella Vostra imago.

Venere: (quasi ridendo) Che buffa commedia la Vostra. Buffa, tragica come la morte che impetra un dio che non conoscete.

Adone: (sconcertato) Non Vi seguo.

Venere: (ironica) Ah, Voi, Voi giovane non mi seguite. Eppure dietro ai Vostri sentimenti, sciorinati come fazzoletti abbandonati al vento, riuscite comunque ad offrire gli occhi per nettar le lagrime Vostre, che io mica so dire sincere.

Adone: (ironico pure lui) Mia adorata, io non Vi seguo. M’è fonte di profondo turbamento il Vostro favellare strano. Par quasi ricusiate l’evidenza che occhi non ho se non per Voi.

Venere: (quasi arrabbiata) Fede, la fede v’acceca. Vedete me ed è come se non mi vedeste.

Adone: (piccato) Voi, Signora, osate prendervi gioco di me! Quale triste ludibrio deve soffrire un’anima innamorata perché possiate capire che solo la sincerità mette sangue nel cuore che batte e non batte, a comando Vostro?

Venere: (autoritaria, quasi tiranna) Inginocchiatevi! Ve lo ordino. Se m’amate tanto come dite con le Vostre abusate parole che ho in dispregio, allora in ginocchio da me.

Adone: (fintamente remissivo) Obbedisco.

Venere: (completamente tiranna, con voce dura che non ammette repliche) Raccogliete il mio piede e baciatelo!

Adone: (accondiscendente) Obbedisco.

Venere: Subito!

Adone: In ginocchio, Vi obbedisco Signora.

Venere: (ironica) Non ho sentito ancora il bacio.

Adone: (seriamente ironico) Ma sentite le mie tremanti mani che tengono raccolto il Vostro piedino gentile pallido come bianca colomba.

Venere: (sprezzante) E questo lo dite amore?

Adone: (con voce ridotta a un quasi pigolio) Che tenero malleolo! Sì roseo, incute tenerezza. Non mi oso di baciarlo per dar sfogo alla rozzezza delle labbra.

Venere: (turbata ma non troppo, sempre autoritaria) Non temete. Baciatelo. Sarò io a giudicare se le labbra saranno velluto sulla mia pelle delicata o rozza cartavetrata.

Adone: (goduto) Le labbra suggono l’amore offertomi… Dolcezza sì grande non m’era mai toccata.

Venere: (nervosamente) Lasciate! Lasciate! Siete un bruto!

Adone: (accondiscendente) Un bruto, sì. Sì, Signora. Un bruto. L’amore è scabroso a chi non lo conosce.

Venere: (con tono mellifluo) Che insinuate, villano!

Adone: (con tono arrogante) Insinuo il mio amore per Voi e lo costringo fra le mie mani. No, non lascerò questa tenera colomba ora mia. Non la lascerò libera di fuggire in volo, da me lontana. Se Vi reco oltraggio, Signora, sappiate che è la bocca mai sazia di Voi a farVi prigioniera. No, non le mie mani. Sola la mia bocca.

Venere: (sospirando, quasi lusingata) Voi costringete il mio piedino nella brutalità delle catene che dite mani d’uomo innamorato. E la bocca, la bocca, rude come pomice, è vile strumento sulla delicatezza della mia pelle.

Adone: Vi libero dalle catene. Ma non dalla bocca!

Venere: (scandalizzata) Dio! Che fate? Voi inseguite la linea proibita della gamba con l’arroganza della bocca Vostra. Oltraggio! Vi farò impiccare, Signore. Sì, impiccare.

Adone: (temerario) Si muore una volta sola, e una si nasce. Meglio morire sazio del sapore di Voi, Signora, con la bocca piena di donna piuttosto che con il rimorso di non aver almeno osato.

Venere: (quasi con dolcezza) Spudorato!

Adone: (divertito) Il ginocchio risponde. Non m’inganno! Non è trucco il sentire che sento invadere la vostra gamba. Signora, non posso fermarmi ora. La morte comminata non saprebbe che farsene d’uno come me se ora mi allontanaste dall’oggetto del mio tremendo desiderio.

Venere: (accondiscendente) Allora continuate. Il pudore Vi manca, ma colpa forse non è tutta in Vostra natura. Voi, dell’Educazione Sentimentale, non seguite le regole perché nessuno Ve l’ha insegnate. Di ciò colpa non posso farvene, ma la bocca insolente, quella non la potrò perdonare.

Adone: (insolente e divertito) Signora, la mia bocca ha travolto il ginocchio in un impeto di fresca gioia, e ormai lontana s’è addentrata.

Venere: (quasi distrattamente) Non crediate che il gemito unico che mi sentite sia commozione. E’ come una piuma indesiderata inesperta che…

(fintamente scandalizzata) Che s’è infiltrata nel proibito seguendo una strada che non sapeva.

Adone: (dolcemente) La strada della vostra gamba, Signora, la si può imparare solo inseguendola con ardore.

Venere: (imperativa) Non osate oltre!

Adone: (con romantica testardaggine) Inutile comandare. Vi ho obbedito all’ordine primo. Ora potete solo subirne le conseguenze.

[un silenzio prolungato che si può solo immaginare]

Adone: (dolcemente) Suggere l’ambrosia sarà il ricordo eterno che avrò di Voi una volta impiccato come crocefisso davanti alle porte del Vostro maniero. Le labbra timide non m’è riuscito di rubarVi, ma l’amore è imperfetto e l’uomo, per quanto troppo uomo si senta, alle volte deve accontentarsi.

MONOLOGO DI VENERE:

(austera)
E’ un villano quello che ora riposa il capo nella culla del mio nobile ventre.
Mai avrei dovuto accoglierlo nelle mie stanze.

Per un errore comune, per un vezzo che avevo voglia di togliermi, più per curiosità che non per altro, ora dovrei carezzare questa testa che sento sì tanto straniera? Dovrei forse rimettere la mia femminilità alla quiete che ha addormentato la sazietà di quest’uomo che dice d’amarmi? Io non lo conosco. M’è straniero.

(quasi commossa, quasi eccitata)
Eppure come negare che m’ha fatta arrossire?

(solo eccitata)
Non dico che sia amore. Ma adesso la carne vuol sapere.

Solo la carne fragile mortificata dai baci di questo straniero vuole conoscere. Non le mie labbra.

(con desiderio rattenuto, ma anche con rabbia indefinita)
Straniero, io Vi odio, Vi odio perché m’amate e nulla sapete di me.
Voi, Adone, siete la mia vergogna.
Che dico?
Siete oltre. Siete orgoglio che non posso soffrire.
Così sicuro di Voi, avete osato là dove altri hanno trovato per molto meno insanabile mortificazione.

(con finta sorpresa)
Che fate?
Aprite gli occhi? E per incontrare chi?
I miei occhi, le mie labbra, mai!

Sì, aprite pure gli occhi ma non incontrerete il mio sguardo a spiarvi.
Questa soddisfazione mai ve la concederò.
Le mie labbra cucite saranno.

SCENA II:

Ambiente: La stanza che sappiamo, quattro pareti vestite di nudità.  Solo una finestra porta luce crepuscolare nella camera.

Adone: (pacificato dal breve sonno, con voce quasi molla) M’è parso di sentire la ninna nanna del Vostro cuore sul mio per svegliarmi dal breve letargo in cui ero caduto…

Venere: (dando in uno sbadiglio teatrale) Vi sbagliate. Io sempre muta rimasi.

Adone: (completamente sveglio) Devo aver sognato. Ma quanto reale!

Venere: (sarcastica) Il sogno è un fantasma che accarezza altri fantasmi, ebrietà dell’animo se volete. Ma niente di cui potete gioire nello spazio offertoVi dalla realtà.

Adone: (innamorato) I Vostri occhi!

Venere: (arrossendo) Li allontano.

Adone: (dispiaciuto) No…

Venere: (sicura di sé) Una distrazione, nient’altro fu.

Adone: (sicuro di sé) Ma fu realtà distratta, non sogno.

Venere: (arrossendo) Non temete: non accadrà più.

Adone: La realtà si distrae per favorirci e così stornare i sogni.

Venere: Mai i miei desideri hanno addomesticato i Vostri sogni. (decisa) Solo Vostri!

Adone: (innamorato) Ma gli occhi Vostri m’hanno guardato. Ne sono sicuro.

Venere: (confusa ma con durezza) Fu una distrazione, nient’altro fu. Ve lo ripeto. Un caso che subito è stato consegnato a quel tempo che si dice passato.

Adone: (recitativo) Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi. Le rose che non erano le nostre rose. Le mie rose le tue rose. E così dimenticammo le rose.

Venere: (confusa con tenerezza) Cosa andate farneticando?

Adone: (insolente) Basterebbero forse due petali rossi per nascondere ad occhi indiscreti la turgidezza dei Vostri seni?

Venere: (fintamente scandalizzata) Impudente che siete! Insinuate… Insinuate…

Adone: (con tenera insolenza) E che mai dovrei insinuare? Ho riposato sul Vostro grembo, ma ancor manca la dolcezza d’un riposo sul cuscino dei Vostri seni.

Venere: (sorpresa ma non troppo) Dunque vorreste provare come si riposa?

Adone: (con sicurezza imperativa quasi) Sì, vorrei.

Venere: Signore, Voi avete un concetto assai strano dell’amore.

Adone: Strano?! No, non mi pare. Solo quello che l’istinto mi fa sentire.

Venere: Sentire? (scoppiando in una risata commossa di alterigia) Così avreste bisogno, delle mie labbra, del mio seno… per sentire l’amore…

Adone: (tristemente) Ma le labbra mi sono proibite…

Venere: (con durezza teatrale) Tutto Vi è proibito di me.

Adone: (con dolcezza naturale) Eppure il Vostro ventre ha fatto da culla al mio capo. Qualcosa mi avete dato. Poco, ma qualcosa mi avete lasciato.

Venere: (piccata, ma con dolcezza) Vi correggo, Signore. Avete preso. Con impudenza. Ma presto la Vostra audacia che mi è onta sarà lavata col Vostro sangue.

Adone: Non posso credere che gli occhi che poc’anzi mi hanno incontrato possano reggere la vista della morte comandata da Vostra velle.

Venere: Voi mi mettete alla prova.

Adone: (impudente) Allora, se prova dev’essere, che sia almeno il mio capo a morire fra i Vostri seni.

Venere: (accomodante) Se è la morte che agognate, non farò nulla per trattenerVi. Al condannato nulla si nega, o quasi. Riposate pure il capo. Fate! Osate! Sarà il ricordo ultimo che vi accompagnerà nell’Aldilà. Signore, accomodateVi!

[un altro silenzio prolungato che si può solo immaginare]

Adone: (mezzo felice, mezzo triste) Ora potrei quasi morir di felicità.

Venere: (quasi teneramente) No, Voi, Signore morirete e basta. Ma non di felicità.

Adone: (profondamente turbato) Avete ragione Voi, Signora. Infatti non ho colto il fiore più bello, le Vostre labbra. Potrei rubarVi un bacio, ma non sarebbe lo stesso. Sì, Signora, avete ragione Voi. Non di felicità morirò. Semplicemente mezza sarà la felicità.

Venere: (sconcertata, incredula) Mezza felicità! Morireste felice se un bacio fosse?

Adone: (cantando con allegria triste) La donna è mobile | qual piuma al vento | muta d’accento | e di pensiero…

Venere: Che fate? Cantate?

Adone: (con passione) L’amore canta. Non io. L’amore così strano, inconcepibile, ci illude, ci dà, ci toglie. Ma siamo noi che amiamo. E la donna è l’amore, mutevole nel pensiero, ma uguale sempre nel cuore.

Venere: (dolorosamente) Illuso che siete!

Adone: M’avete offerto un bacio.

Venere: (sempre dolorosamente) Vi ho offerto di rubarmi un bacio. E’ ben diverso.

Adone: (con profondo dolore nella voce quasi rotta in pianto) Ma è pur sempre una offerta. Un bacio offerto alle mie labbra, al mio cuore, non è prova d’arroganza.

Venere: (accomodante) Allora perché esitate?

Adone: (con ebrietà lussuriosa, sentimentale) Non esito. Aspetto il Vostro silenzio perché il bacio sia Vergine, mia Venere! Un bacio, uno solo, perché non sia retorica del sentimento. Sarà sulle vostre labbra miracolo di Verginità Venerea. Sì, di Verginità Venerea.

Venere: (accondiscendente, ma non completamente arresa alla velle dello spasimante) Quale arroganza! Ma taccio. Taccio. Spremete pure le Vostre labbra sulle mie e sperimentate da Voi la falsità del Vostro amore.

[ancora un altro silenzio prolungato, quello che conosciamo perché possiamo solo immaginarlo]

Venere: (con voce quasi ubriaca) M’avete stordita.

Adone: (dolorosamente) Vi ho amata.

Venere: (anche lei dolorosamente) E ora che dovrei farmene di Voi?

Adone: (arreso) Darmi alla morte!

Venere: (sconvolta) No! No, non è possibile. Non più.

Adone: (con voce ebete) Perché?

Venere: (terrorizzata) Perché avrei orrore di ricordare il sapore del Vostro bacio sapendolo muto nella carcassa d’un morto.

Adone: (deluso) Solo per questo futile motivo! Il sapore sarà sempre con Voi, vivo.

Venere: (con voce tremante dolore) No, dico che non è possibile mortificarVi con la morte. Avrei orrore di saper il sapore vivo del Vostro bacio nella mia bocca mentre le labbra che l’hanno creato non sarebbero più.

Adone: (rabbioso) Orrore, solo per questo orrore che potreste nutrire dimenticate d’avermi comminato morte. No, non è amore il Vostro. Lo riconosco. Avete vinto Voi, Signora. M’avete fatto provare la falsità del mio amore lasciandoVi rubare un bacio. (cantando mestamente, fortemente drammatico nel tono) E’ sempre misero | chi a lei s’affida | chi le confida | mal cauto il core…

Venere: (quasi in lacrime) Che dite?

Adone: (quasi in lacrime pure lui) Il vero, solo il vero. Avevate ragione Voi, Signora. Tenete gli occhi bassi. Ancora i Vostri occhi incontrano il pavimento ma non me. Nutro orrore io per aver baciato la bellezza Vostra e riconoscerla dedicata a Voi sola. Non c’è spazio per il mio amore nel Vostro core.

Venere: (fintamente arrabbiata) Signore, Voi ritrattate il bacio rubato.

Adone: (ormai arreso, convinto che sia stato tutto vano il suo amore) Sì, lo ritratto. Non è stato Verginità come m’ero illuso che potesse essere.

Venere: (duramente ma con tenerezza amorosa) Vigliacco.

Adone: (completamento arreso, con voce rotta in un pigolio vagamente virile) Signora, datemi la morte che merito. Solo questo Vi  chiedo, un bacio dalla morte perché possa lavar l’onta che ho portato in Voi e nell’ostaggio che sono nella carne, nello spirito, nell’anima che dico esser vita. No, la vita più non mi appartiene.

Venere: (alzando gli occhi su Adone) Ma che dite?

Adone: Ora mi fissate. Mi guardate. Finalmente. Negli occhi. Ma è tardi.

Venere: (tristemente) E’ tardi.

Adone: (con voce sconfitta) Usatemi questa cortesia, l’ultima. M’accoglieste nelle Vostre camere, per sbaglio! Per soddisfare una curiosità. Ora, Vi prego, in ginocchio (inginocchiandosi)… Sì, in ginocchio, io Vi prego di darmi la morte. La felicità che credevo d’aver assaporato dal Vostro fiore di seta, dal Vostro seno vellutato, non è più tale, non è più neanche una mezza felicità. Annientata, sì, col bacio che ho osato rubarVi su invito.

Venere: (cantando dolcemente) Pur mai non sentesi | felice appieno | chi su quel seno | non liba amore |  La donna è mobil | qual piuma al vento | muta d’accento… (smettendo il canto, poi parlando gravemente) E di pensiero. (una breve pausa, poi con piena onestà sentimentale) E di pensiero. E di cuore.

Adone:

Venere: (teneramente innamorata) Vi darò la morte come la chiedete. (avvicinandosi ad Adone) AlzateVi. Ve lo ordino.

Adone: (rassegnato) Obbedisco.

Venere: (guardandolo negli occhi) Chiudete gli occhi e avrete la morte desiderata.

Adone: (chiudendo gli occhi) Obbedisco mentre Voi m’osservate, unica mia debole consolazione.

Venere: (con trasporto d’amore) E sia! (bacia Adone ad occhi chiusi, col volto in fiamme, lungamente)

Adone: (felice come non mai) Voi m’avete baciato… O Verginità Venerea!

Venere: (felice come non mai) Vi ho ucciso. Tacete. E lasciate che Vi baci.


La stanza che sappiamo, quattro pareti vestite di Adone e Venere.  Solo una finestra porta luce virginea nella camera.

[FINE]

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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