Angela bruno miele. Un racconto erotico di Iannozzi Giuseppe

Angela bruno miele

di Iannozzi Giuseppe

woman in love

woman in love

La giornata era passata. Niente che avesse turbato l’animo dell’uomo, ormai abituato a vivere la serenità dei giorni sempre uguali. Ad attenderlo nel suo monolocale poche cose, e un letto su cui riposare il corpo, la mente. Qualche volta si era sorpreso a pensare che forse la vita che stava conducendo fosse poca cosa, ma poi, sempre, si guardava intorno e tornava a essere un muro infrangibile di sicurezza, quella che si ottiene non alimentando né sogni né grandi speranze. Non che fosse nichilista, ma la vita la accettava per il poco che era e da essa non pretendeva nulla, né lasciava che un particolare estraneo al suo modus vivendi turbasse la sua pace. Se guardava in strada, sporgendosi appena un poco dal balcone, vedeva coppie affannate e baci consumati sotto un lampione: non sospirava mai per quegli amori che sapeva si sarebbero presto consumati o nella vecchiaia o nell’abbandono. Trovava futile spendersi per cercare di eternare un affetto che, inevitabilmente, si sarebbe spento nella monotonia o nell’incomprensione. C’era già passato e quando la sua ultima ex gli aveva detto “Ora, basta!”, lui aveva reagito come se nulla fosse, lasciandola andar via fra le lacrime. Solo dopo qualche giorno aveva realizzato d’esser rimasto solo e che, forse, avrebbe potuto rincorrerla per abbracciare le sue spalle, per pregarla di rimanere. Non l’aveva fatto e ne era felice: non sarebbe servito a nulla mettere una toppa, dirle che l’amava, che non poteva vivere senza di lei. Magari avrebbero continuato a vivere ancora insieme, almeno per un po’ di tempo, poi però si sarebbero uccisi a letto nei graffi lasciati dalle unghie sulle spalle o in cucina, sul tavolo, con uno stupro. Qualche volta si masturbava, senza però pensare a un corpo femminile o a una scena erotica: molto più semplicemente scaricava via l’eccedente, il seme contenuto negli scroti, perché non voleva avere problemi di alcun genere, e soprattutto non desiderava il desiderio d’una vita di coppia, fosse anche solo immaginata nella foto d’un giornale porno. Ogni mattina si radeva guardandosi allo specchio, poi usciva e si recava al lavoro. Era un uomo di poche parole, e anche coi colleghi non attaccava bottone: nulla era veramente interessante se non restare nella sua pace all’oscuro di tutto e di tutti. Anche in casa aveva fatto fuori i pochi libri che aveva, e il televisore l’aveva buttato in un cassonetto dell’immondizia. Il telefono era ancora allacciato, ma quando lui era in casa sempre metteva su la segreteria telefonica, come se non ci fosse. Il mondo che aveva visto gli bastava e non bramava di conoscere altri confini: che le bellezze, che le brutture restassero pure fuori dal suo microcosmo. Il giorno del suo quarantesimo compleanno si scompose in una riflessione solitaria: ‘Mezza vita è andata. Te ne rimane ancora metà, Andrea!’. Non fu triste quel giorno: vide solo il bicchiere mezzo pieno. Un osservatore esterno avrebbe potuto dirlo un uomo felice; ma Andrea non sapeva cosa fosse la felicità, quindi per lui il bicchiere mezzo pieno era solo mezzo pieno, un dato di fatto e null’altro.

Non faceva particolari sforzi per mantenersi in forma: da più di vent’anni aveva smesso di fumare, e solo alla sera si concedeva un bicchiere pieno di vino rosso, poi rimaneva seduto ad aspettare che l’orologio muovesse le lancette sulla mezzanotte. Quando la piccola e la grande erano l’una sull’altra, solo allora andava in bagno, si sciacquava la bocca con la pasta dentifricia, e si buttava poi a letto. Subito cadeva in un sonno senza sogni e al mattino si svegliava senza che avesse bisogno della sveglia: puntuale alle sette, i suoi occhi si aprivano. Si vestiva e ingollava un caffè d’orzo, poi al lavoro. Passava otto ore in un bureau ad accatastare pratiche burocratiche; qualche volta gli toccava una vidimazione… sostanzialmente la sua attività era questa e basta. Non spendeva particolare affanno nel suo compito, lo portava però avanti bene; e quando il capoufficio lo chiamò in ufficio per una promozione, Andrea declinò l’offerta, e tornò alle sue carte. A quarant’anni era solo leggermente stempiato, i capelli erano ancora fortemente neri, e gli zigomi non recavano segno alcuno di rughe. Non era affascinante né bello: vestiva sempre i soliti vestiti, pantalone, camicia e una giacca. Le donne non lo trovavano interessante e lui non trovava interessanti loro, anche perché non le degnava d’un solo sguardo. Le poche volte che qualcuna aveva provato ad avvicinarlo, lui si era sentito quasi offeso: una volta che tutti ebbero capito che Andrea non legava né con le donne né con gli uomini, tutti si convinsero che era meglio lasciarlo perdere.
Quando era la domenica, Andrea rimaneva in casa sino al primo pomeriggio, poi usciva un po’: infilava le strade con passo quasi stanco, faceva il giro dell’isolato, poi se ne tornava a casa. Così, ogni giorno della sua vita era questo vivere. La sua vita sarebbe stata la stessa per il resto dei suoi giorni se un giorno non avesse ricevuto una visita inaspettata: la cugina bussò alla sua porta, piangendo. Gli raccontò che si era lasciata col marito e che non aveva un posto dove andare: Andrea stette ad ascoltarla, ma le parole di lei da un orecchio gl’entravano e dall’altro gli uscivano. Alla fine la invitò a dormire a casa sua: le lasciò il letto, e lui si stese a terra, sul pavimento della cucina. Si addormentò, come al solito a mezzanotte. Intorno alle tre si svegliò: il cuore gli martellava in petto e non sapeva perché. Si alzò e andò in camera da letto dove riposava la cugina: anche se era buio, Andrea vide le curve di Angela, che dormiva completamente nuda. Attraverso l’oscurità i loro sguardi s’incontrarono: bastò un attimo, e Andrea fu subito sopra Angela. Lo fecero, selvaggiamente, senza precauzioni, come due animali: la prese e lei si lasciò prendere nell’abbraccio, mentre i lombi del cugino pompavano nella figa il seme e solo quello, non l’amore. Al mattino non si dissero niente: Andrea uscì di casa e tornò al suo lavoro. Non un sentimento era disegnato sul suo volto. Tornò a casa: Angela non l’aspettava, e lui non si stupì di trovarsela ancora fra i piedi. Mangiarono insieme, allo stesso tavolo. E andarono a dormire in letti separati come la sera precedente; tuttavia alle tre Andrea, di nuovo, si svegliò: non voleva andare da Angela, anche se sentiva che il corpo di lei lo desiderava. Provò a masturbarsi per allentare la tensione, ma niente. Si alzò e aprì la porta della camera da letto: il buio era totale. S’infilò nel letto, ed ancora una volta la prese, la fece sua. E venne. E anche lei insieme a lui. Il mattino dopo il cuore gli batteva ancora per l’eccitazione. Angela teneva lo sguardo basso mentre sorseggiava il caffè d’orzo, non Andrea però. Alla fine si costrinse a dire: “E’ successo. Di nuovo”. Lei non disse nulla, solo arrossì. E vedendo il rossore di lei, Andrea arrossì pure lui. Andarono avanti così per qualche giorno, quasi senza parlare, solo scopando, tutte le notti. I giorni divennero settimane, e oramai Andrea non poteva più rinunciare ad Angela. Se ne era innamorato, anche se faticava non poco ad ammetterlo a sé stesso. Un giorno rincasò, dopo il lavoro, con un mazzo di rose rosse in mano: lei le prese e le mise in un vaso perché non si sciupassero subito. Angela era sui trentacinque, bruna come il cugino, un corpo sodo, non particolarmente intelligente, con un grande cuore fra le gambe però. Accettando le rose, Angela comprese che anche lei provava qualcosa per il cugino. Se la prima volta l’avevano fatto per dar sfogo a un istinto animale, quelle successive Andrea venne in lei con amore, e lei, Angela, gl’aprì il cuore ch’era fra le gambe e venne perché lui l’amava, perché lei voleva un uomo.
Fu così che in molti si resero conto del cambiamento, non radicale, ma comunque sostanziale, di Andrea: aveva preso a curare la sua immagine, lasciandosi crescere i capelli e tenendo una curata barbetta. E anche l’abbigliamento, prima scialbo, divenne, tutto a un tratto, elegante: se prima non rideva coi colleghi di lavoro e mai partecipava alle conversazioni, adesso prendeva parte, diceva la sua, si arrabbiava e rideva quand’era il caso. E gli occhi, prima spenti, adesso erano due fiamme nere: e le donne non poterono far a meno d’accorgersi che Andrea era sempre Andrea, ma diverso, affascinante, addirittura bello. E con loro sorpresa, scoprirono, parlandoci insieme, che era un amabile conversatore. E tutti si domandavano cosa potesse essere mai accaduto nella vita di Andrea. Non uno aveva però una risposta. Solo sapevano che la cugina si era trasferita a vivere nel monolocale di Andrea; ma lei era così casta, almeno in pubblico, che nessuno sospettò potesse esserci del tenero erotismo fra i due.

Un anno passò veloce e Angela smise la castità che usava portare in pubblico, forse per colpa di Andrea che la voleva al suo fianco bella e provocante, ma guai a quell’uomo che avesse osato metterle gl’occhi addosso, perché Andrea si era scoperto non poco geloso.
Al mattino, il rito era Angela che gli sorrideva maliziosa carezzandosi l’interno delle gambe, solo coperte da una delicata trasparente sottoveste di seta: “Se fossi mio, ti farei impazzire con un morso, uno solo!”. E Andrea le rispondeva: “Se fossi mia, ti scoperei come una cotoletta impanata e fritta!”. Finito il rito, s’accoppiavano, irresistibilmente attratti: Andrea la spogliava della sottoveste e scavava fra le curve di lei, posando baci e morsi lungo tutto il corpo della donna. Nascondeva il volto fra le gambe di lei e le faceva l’amore con la lingua, succhiando il sapore di lei, mentre le carezzava le natiche spingendosi dentro con un dito nel ‘proibito canale’. Era un tocco lieve il suo, appena accennato, perché non voleva farle male, solo eccitarla, prepararla, farla bagnare. E quando lei gli veniva in bocca, lui prendeva il sapore di lei nella sua bocca maschia e lo masticava, quasi piangendo commosso, lasciando poi riposare il capo come un bambino sul depilato pube estatico di lei. Riposava alcuni istanti sul sesso di lei, godendo il sapore del sesso, dell’amore, poi le schiudeva dolcemente le gambe e la penetrava rifugiando la testa fra i seni, mordendo bramoso, carnale, le aureole dei turgidi capezzoli di lei. Suggeva il sapore di buono, di donna dal seno e glielo rimetteva in bocca baciandola, lasciando che la lingua scavasse nella profondità della bocca di lei, di lei donna. Lei lo stringeva fra le gambe, perché la penetrasse meglio, nonostante non fosse capace di rinunciare alla bocca dell’amante saporosa di sesso e amore. Quando lui le veniva dentro, allora lei allentava un poco la presa, lasciava la gamba destra libera di allungarsi, prima contraendo le dita del piedino, poi facendole esplodere come un fiore colto dal sole, mentre la gamba sinistra rimaneva come un serpente incollata al bacino dell’uomo. E intanto si accarezzavano i volti e le schiene nude, continuando a baciarsi, a graffiarsi. E allora lei lo rivoltava, e lo prendeva nella posizione del papa flettendo la schiena, raccogliendosi i capelli con le mani, chiudendo gl’occhi, alzando il capo, mentre le mani di lui si chiudevano su i seni di lei, di lei che lo spremeva e lo faceva venire in lei, lentamente, quasi facendolo soffrire. Poi, quando sentiva che era venuto, allora s’abbandonava quasi a corpo morto sul corpo di lui sudato, appoggiava la testa sul petto dell’amante e ascoltava il cuore di quel maschio che batteva, mentre lui, stanco, ancora non pienamente soddisfatto, continuava ad accarezzarla, infiltrando le dita nel solco del fondoschiena. Era il loro un erotismo perfetto, insospettato: mai più avrebbero pensato di finire a letto assieme. Forse l’avevano sperato inconsciamente, ma né lui né lei avrebbero potuto dirlo con assoluta certezza. Tuttavia c’era che si amavano eroticamente, e non potevano negarlo né a loro stessi né alla società: ormai tutti dicevano che erano amanti. Tuttavia delle chiacchiere poco o nulla si curavano. Che dicessero pure. Erano cugini e amanti, innamorati. E allora? Erano stati entrambi troppo tempo soli perché non si abbracciassero nella comunione dei corpi: Andrea aveva fatto la vita d’un vegetale, Angela quella d’una donna invisibile al marito. Adesso meritavano qualche cosa di più, qualcosa che fosse loro per sempre. Andrea andò completamente in estasi quando lei, timidamente, gli annunciò che aspettava un figlio: la prese così, su due piedi, e le fece l’amore, sul pavimento, piangendo felicità.

Andrea e Angela pensarono che fosse meglio scollare le chiappe dalla città, dalla soffocante ipocrisia, però non gli era possibile almeno per un buon motivo: anche mettendo assieme i loro pochi risparmi, non sarebbero riusciti a trovare un economico dove, una cascina in campagna, una cascina idilliaca com’era nei loro sogni. Come se ciò non bastasse, entrambi non sapevano nulla della campagna e come viverla: avrebbero potuto occupare la cascina, se solo avessero avuto i soldi necessari. Almeno avrebbero potuto provare a provare! Intanto le chiacchiere sul loro conto continuavano a crescere a dismisura: tutti inventavano particolari scabrosi e li spacciavano per verità. Fu inevitabile che buona parte di queste dicerie arrivassero all’orecchio del capoufficio di Andrea; fu subito convocato per una chiacchierata ‘amichevole’ vis-à-vis. Il capoufficio non era una persona crudele, non per natura in ogni caso; purtroppo era il tipico uomo educato in un ambiente conservatore e soffriva dell’educazione ricevuta. Non gli occorsero troppi giri di parole per inquisire il suo dipendente, che non fece nulla per smentire le cattive parole che gli furono vomitate addosso. Alla fine si congedarono, entrambi stanchi, non prima che il capoufficio comminasse ad Andrea severa punizione e la perdita del lavoro. Seguirono giorni infuocati in ufficio: quando Andrea passava, tutti gli occhi erano puntati addosso a lui. Alla fine fu il licenziamento. Andrea non se la prese: in fondo il lavoro non era tutto nella vita, e quello che aveva tenuto per tanti anni era a dir poco fantozziano, senza alcuna possibilità di emergere. Certo, un tempo gli era stato accordato un avanzamento di grado, ma lui l’aveva rifiutato. Adesso non era più possibile tornare indietro, e, sinceramente, non avrebbe scambiato la sua nuova vita con quella che usava vivere solo un anno prima o giù di lì. Tornò a casa: Angela era lì ad accoglierlo con il suo abbraccio.
“Sono stato licenziato!” – disse mentre stavano desinando.
Angela non batté ciglio: si limitò a chiedere perché.
“Sembra che le cose non funzionino troppo bene. Tagli al personale”. Andrea non le disse il vero motivo: riteneva che non fosse necessario.
“E ora…?”
“Cercherò un nuovo impiego.”
Angela lo fissò qualche istante, poi tornò a rovistare con la forchetta, nervosamente, nel piatto.
Quella notte scoparono; purtroppo Andrea percepì qualcosa di diverso. Era come se Angela fosse assente, o quasi. Si disse che era una impressione sbagliata e continuò ad amarla come sempre, con amoroso erotismo.
I giorni che seguirono, invano Andrea cercò di trovare un nuovo impiego, e intanto la pancia di Angela continuava a diventare più grossa. E i pochi risparmi che avevano da parte si ridussero all’osso.

Un giorno, come tanti, tornando a casa, non trovò Angela ad aspettarlo: gli aveva lasciato solo un laconico messaggio sul tavolo. Andrea lo lesse più e più volte. Non capiva. Non voleva capire. Non riusciva a capire dove avesse sbagliato. Invano cercò di rintracciarla presso i parenti: tutti gli sbatterono la porta in faccia. Dopo due mesi d’inutile cerca, si arrese ormai stanco e sconfitto. Disperato cercò la compagnia d’una puttana: non riuscì a venirle in bocca, ma pagò lo stesso la corsa con gli ultimi spiccioli che gl’erano rimasti. Era ancora innamorato, e si ripeteva che lui ‘non aveva bisogno di Amore, solo di Bruno Miele. Ma il Bruno Miele era scomparso insieme ad Angela e al figlio che lei aspettava, un figlio che lui, Andrea, non avrebbe mai imparato ad amare. Pianse, per la prima volta pianse un giorno intero fino a non avere più lacrime né forza. E fu come scopare la sua Angela, il suo Angelo. Ma mancava il Bruno Miele.

S’incontrarono, per puro caso, qualche anno più tardi: Angela era a braccetto d’un signore di mezza età, e lei teneva la manina d’un bambino. Andrea era visibilmente invecchiato e trasandato, Angela no, era la stessa se non addirittura più bella di come Andrea amava ricordarla. Lei tentò di abbozzare un sorriso, quasi un saluto, ma Andrea passò dritto, avanti: era tornato ad essere l’Andrea sterile di quando non aveva ancora conosciuto Angela, ed era diventato anche consapevole d’essere ormai condannato al nichilismo più assoluto. Ormai, per lui, che l’umanità continuasse ad esistere, con o senza di lui, era cosa che non lo riguardava. Aveva trovato un lavoro, era un operaio: e alla sera una puttana di quart’ordine che gli staccava un pompino o due col profilattico la trovava sempre. Qualche volta, quando la puttana gli toccava il pene con le labbra per eccitarlo, pensava ad Angela, a quella che aveva amato, e s’illudeva di venire nella bocca dell’Angelo, di Angela, per un breve istante solamente, poi la cruda realtà si parava subito di fronte a lui: smetteva d’illudersi, e rabbioso glielo ficcava fino in gola, quasi volesse farglielo ingoiare. O forse solo desiderava che la puttana glielo staccasse via per sempre con un morso.

Andrea morì il giorno del suo cinquantesimo compleanno: era ormai sol più l’ombra di sé stesso. Lo trovarono con i calzoni calati e il sesso moscio fra le gambe: il glande era ricoperto di cicatrici, e una recente era ancora sanguinante. Sorrideva, pareva quasi felice, adesso che era morto, adesso che riposava in una fratta ricca di profilattici e di siringhe usate. Un particolare attirò i paramedici che erano venuti a portarsi via il cadavere: un tatuaggio poco al di sopra del pene, “Angelo, non darmi Amore, solo Bruno Miele”. Non sapevano cosa potesse significare e ormai tutti – o quasi – avevano dimenticato che se la faceva con la cugina, Angela.

Il giorno del suo compleanno, ogni anno, puntualmente, una rosa nera viene deposta sulla sua tomba da una Signora tanto tanto triste. Da un Angelo.


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Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Angela bruno miele. Un racconto erotico di Iannozzi Giuseppe

  1. furbylla ha detto:

    si hai ragione lo ricordo e bene . La nuova versione è più bella parecchio direi
    Cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E lo so che lo ricordi bene. Questo racconto lo scrissi 12 anni or sono. Ricordi? Fu uno dei primi racconti che pubblicai sul vecchio blog. A distanza di tanti anni ho deciso di aggiustarlo nello stile, non nel contenuto e nella sostanza: è uno dei racconti più tristi che abbia mai scritto, d’una solitudine infinita per entrambi i personaggi coinvolti. Fu uno dei tanti che scrissi ascoltando Luigi Tenco. A quel tempo ascoltavo Tenco, non che oggi non lo ascolti, è un cantautore Supremo. L’ispirazione nacque da due brani “Angela” e “Vedrai vedrai”, due canzoni tristissime e però così poetiche, così infinitamente poetiche e strazianti. Questo racconto, più che erotico è la fotografia d’una tristezza che non conosce confini. E’ valsa la pena davvero aggiustarlo nello stile. A me piace parecchio, davvero tanto: perfetto quadro di una solitudine che non si può combattere, Mamma Lupa. ❤

    beppaccio

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