Whiplash. Il jazz è un modo di vivere

Whiplash. Il jazz è un modo di vivere

di Iannozzi Giuseppe

Whiplash

Whiplash

Whiplash l’ho visto tre volte. Tre. Perché? Ricorderete sicuramente “L’attimo fuggente”, romantico e drammatico con Robin Williams nella parte del professor John Keating, quel tipo di professore che tutti noi, da adolescenti, vorremmo avere in classe perché ci sia amico, perché comprenda i nostri turbamenti e ci allunghi la sua mano. Whiplash (2014), per la regia di Damien Chazelle, con Miles Teller nel ruolo di Andrew Neiman, giovane batterista jazz, e J.K. Simmons nel ruolo dell’insegnante Terence Fletcher, è un film cattivo, pericoloso, pericoloso perché pulsante di vita reale non assoggettata ad alcuna regola buonista.

Terence Fletcher, l’insegnante interpretato in maniera magistrale da J.K. Simmons, è duro, è severo, non ti allunga la mano se ti trovi in difficoltà. Se sei un incapace, se sei un cuore tenero, allora ti spinge a fondo e ti fa abbandonare l’idea di poter un giorno diventare un artista, perché di artisti mediocri il mondo non sa che farsene. Fletcher è un perfezionista, ti guarda dritto negli occhi e te lo dice secco: “Non esistono in nessuna lingua del mondo due parole più pericolose di ‘bel lavoro’!”. Ecco, ragazzi, se qualcuno vi dice che avete fatto un “bel lavoro”, vi sta in realtà dicendo che siete dei mediocri, che non avete né arte né parte, che non c’è nessun futuro per voi, in pratica rientrate nella media, fate parte del mucchio, siete degli artistoidi e non degli artisti con del sangue nelle vene da versare in onore dell’Arte.
Fletcher, verso la fine del film, esplica quella che è la sua filosofia: “Ero lì per spingere le persone oltre le loro aspettative: era quella la mia assoluta necessità”. Spingere le persone oltre le loro aspettative, è questa la chiave: solo chi ha il coraggio e la forza e il talento di andare oltre le proprie aspettative può sperare un giorno di diventare un artista completo e non un artistoide, vale a dire un fallito.
Andrew vuole essere un grande batterista jazz, uno come Buddy Rich, uno che lascerà il segno. E’ determinato, ha del talento, ma ha paura di esibirlo in tutta la sua potenzialità; per questo Fletcher lo punzecchia, gli fa male, lo porta sul baratro della morte. Fletcher non conosce pietà: è un bastardo, è quel tipo di insegnante capace di farti detestare quanto più ami. Andrew cede, a un certo punto cede, getta la spugna, abbandona la batteria e il jazz. Per colpa di Fletcher ha rischiato di morire, di morire nel corpo e nell’anima. Si salva per il rotto della cuffia e abbandona. Fletcher viene denunciato da Andrew e subito viene allontanato dall’università dove insegna. Le strade di allievo e maestro sembra si siano divise per sempre, ma a un certo punto Andrew comprende che era per il suo bene che Fletcher lo spingeva a guardare in faccia la vita, la morte, perché soltanto conoscendo entrambe sarebbe riuscito a osare, a tirare fuori senza riserve il suo talento.

Whiplash
non è una pellicola tenera perché il jazz non lo è e il jazz è un modo di vivere, e di morire anche, sul palco se necessario ma non prima d’aver dato il meglio di sé.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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