Satana. Racconto dark e surreale di Iannozzi Giuseppe

Satana

di Iannozzi Giuseppe

nano assassino

Non capita tutti i giorni di finire faccia a faccia col proprio boia, no davvero. E’ una delle poche cose certe a questo mondo, forse l’unica. E’ sì vero che c’è chi blatera che una volta morti per i buoni ci sarà il Paradiso mentre per tutti gli altri l’Inferno, ma chiunque con un pizzico di sale in zucca capisce da sé che son chiacchiere e basta.

Prima d’aver la testa sotto il filo dell’ascia, ero un filosofo. Non pensiate però che facessi il peripatetico con schiere di efebi alle costole o che girassi a chiappe scoperte libero prigioniero di camere principesche; e sarebbe ingiusto immaginarmi con il saio il cappuccio calato sulla testa e le pianelle ai piedi, oppure povero e pulcioso e chiuso a chiave in una cella d’un’abbazia. Niente di tutto questo. Per me nessun efebo pronto a scrollarmi il bigolo a comando, né dame di corte voltariane pronte a donarsi, con l’anima e non solo, al vero e unico corpo della filosofia. Dimenticavo: non pensate a me come a un barbagianni occhialuto pronto a far la concione a degli studentelli brufolosi nel vano tentativo di dar lustro a una cattedra universitaria o al pulpito d’un più tristo falansterio leninista.
Ero. Punto e basta.
In sincerità non ero che uno fra tanti. Se mi aveste incontrato al supermercato con il carrello della spesa, non m’avreste degnato d’uno sguardo e io avrei ricambiato la vostra indifferenza con uguale conio, per cui non c’è da stupirsi se non avete mai sentito parlare di me.

Per non rendere questa storia troppo noiosa, sono costretto a tornare indietro con la memoria di qualche giorno, quando avevo la testa ancora ben attaccata al busto e non mi sfiorava l’idea che potessi perderla per mio capriccio (cioè per un improvviso e non curabile attacco di pazzia) o per avverso destino.
Vivevo come chiunque altro in un condominio di sette piani, un palazzo costruito negli anni Cinquanta, insieme ad altre tredici famiglie. Il mio appartamento era tutto per me: ingresso, un paio di camere stipate di libri, una camera da letto vuota di femmine, bagno e cucina. E liti condominiali in abbondanza, tutto qui. Nessun viavai di donne. Di tanto in tanto sull’uscio soltanto il postino con le mie bollette, e morta lì.
Le giornate le passavo leggendo. Scrivevo sì e no un articolaccio al mese per una di quelle riviste esclusive che nessuno legge e che sono introvabili. Mi pagavano bene, ero una griffe della carta stampata per gli editori, quindi potevo permettermi di fare io il prezzo. Con un pezzo al mese, coi soldi che intascavo ci campavo da nababbo e me ne avanzavano pure: forse perché non avevo pretese né fanciulle che reclamassero regalie, ricostruzione dell’imene, tette di silicone. Sia come sia, ero un perfetto uomo domestico, insignificante, e mi stava bene così.

Un giorno si presentò alla mia porta uno sconosciuto. E fu la fine di quella cosa che per me era la pace.
Leggevo Rabelais per l’ennesima volta. Mai più immaginavo che la mia vita fosse giunta a una svolta, o per essere più precisi al termine.
Sentii bussare alla porta.
Non aveva idea alcuna di chi potesse essere.
Non avevo invitato nessuno. A dirla tutta, in vita mia mai mi sono sognato di far accomodare gente in casa.
Chiunque fosse, bussava col pugno chiuso.
I colpi portati erano violenti, troppo anche per un rompicoglioni di professione. Pareva che l’uscio venisse preso a calci. Per questo solo motivo decisi di aprire, convinto che chiunque ci fosse dietro la porta poteva sol essere un delinquente. Ero eccitato all’idea che mi sarei trovato faccia a faccia con un tipo poco raccomandabile da far ruzzolare giù dalle scale a calci in culo. Mi figuravo eroe martire e salvatore, questo fu il mio peccato e la mia condanna.
Quando aprii, mi trovai di fronte a un mezzo uomo, un nano. Era talmente brutto che per un momento mi balenò l’idea che doveva trattarsi d’un’allucinazione o d’uno scherzo di pessimo gusto. Posso dire ch’era disumano oltre ogni dire, testa grossa, troppo anche per un nano, calvo con un riporto che faceva ponte da orecchio a orecchio, un naso schiacciato e dalle nari oltremodo larghe, labbra sottili simili a un’orrida ferita da taglio. Fu questo Essere che mi trovai a dover affrontare. Sibilò ch’era un venditore di Bibbie, roba dell’altro mondo sul serio!
Chi oggi vende ancora Bibbie bussando di porta in porta? Nemmeno il diavolo.
Tuttavia feci un cenno con il capo, quasi a confermare che avevo capito.
L’avessi preso a calci in culo non ci avrei fatto una bella figura con il vicinato e nemmeno coi giornali: non era mia intenzione finire nella cronaca locale per aver dato il benservito a un handicappato, per cui sospirando feci per sbattergli la porta sul muso. Troppo tardi mi accorsi che quel “coso” aveva cacciato il suo piedino dentro casa mia, impendendomi così di chiudere. Tentai di scacciarlo, ma quel piede caprino era fermo e duro come uno zoccolo, fui dunque costretto a vedermela col nano. Subito gli gridai di levarsi dalle palle, ma quello invece d’obbedire si cacciò dentro casa mia passandomi sotto le gambe.
Una volta che occupò il mio spazio vitale, solo allora mi resi conto che non era un nano normale, per così dire: era anche focomelico. Aveva due moncherini con quattro dita al posto delle braccia.
Con calma quasi, gli aprii la porta spingendolo con le buone a levarsi di torno.
Mi sorrideva e agitava le orride manine, come in segno di saluto.
Mi prendeva per il culo.
E allora decisi che un bel calcione nel deretano non avrebbe potuto fargli poi troppo male.
Glielo sparai, con forza.
Fu come tirare un calcio contro una quercia secolare.
Per un momento temetti d’essermi fratturato il piede.
Quel nano focomelico era una delle tante incarnazioni di Satana, non poteva che essere così, anche se in qualità di filosofo illuminato mi rifiutavo di credere nelle forze del Male.
Decisi subito che se non era il diavolo incarnato, quello a cui il popolino crede perché i preti dicono che esiste e che fa la bella vita fra di noi; per forza di cose non poteva che trattarsi d’una mostruosità della Natura. C’era una spiegazione: il torto che Madre Natura aveva voluto infliggere a quell’Essere infelice l’aveva in parte corretto donandogli una forza sovrumana. Però rimaneva sempre un freak, uno dei più brutti confezionati dai tempi di Adamo e Eva.
Zoppicando imprecai pur non avendo fede in alcuna deità.
Il nano focomelico agitò i moncherini divertito.
Bestemmiando gli ordinai di andarsene. Ma quello, niente. Prese invece a ballare, come sotto l’orrida influenza del ballo di San Vito.
Rimasi un minuto buono a fissarlo ipnotizzato.
Dire che era osceno non corrisponderebbe a piena verità. Era molto più che osceno. In quel momento realizzai che facevano bene gli Spartani a gettare in un dirupo i neonati malformati.
Non lo so il perché, ma di punto in bianco gli dissi proprio così: “Le Bibbie… sei un venditore, sì o no?”
Il nano – che non aveva mai smesso di sorridere da quando s’era intrufolato in casa mia – accennò di sì con il capoccione. E aggiunse: “Ce l’ho in tasca”.
Scoppiai a ridergli in faccia, nervoso e disgustato, non so però dire in che misura, se ero più coi nervi a fior di pelle o lì lì per rimettere l’anima addosso a quello schifo di mezzo uomo e nemmeno.
“Tirale fuori”, ordinai.
Non l’avessi mai fatto.

Ora sono qui, con la testa adagiata su un mucchio di Bibbie e il boia alto e nero sopra di me pronto a tagliarmi la vita.
Regge l’ascia con il suo moncherino.
La lama scintilla, ma è vecchia. Non è la prima volta che viene usata.
Vorrei fosse un incubo. Non è così. Non mi risveglierò, né mi ritroverò altrove, in un mondo chiamato Paradiso o Inferno. La verità è che non c’è niente dopo la vita che conosco. Il nano focomelico, il mio nero boia, lo sa bene che una volta morto il corpo è meno d’un manichino di pessima fattura. E’ per questo che va in giro bussando di porta in porta dicendo di vendere Bibbie. Lui lo sa bene quanto me che la Morte è definitiva. Provate a immaginare una lampadina accesa. Illumina la vostra stanza e voi siete sicuri che continuerà a farlo finché ne avrete bisogno; all’improvviso però la luce si fa più forte, una luce bianca e vivida che dura meno d’un secondo. Poi il buio per sempre: il filo di tungsteno bruciato, rotto, in uno o più punti, in ogni caso impossibile da riparare. La lampadina non serve più al suo scopo, dev’essere sostituita per forza, non la si può riparare.
A me accadrà la stessa cosa.
Quando l’ascia del boia calerà sul mio collo e la mia testa rotolerà a terra, per un secondo, per un secondo soltanto, vedrò la luce bianca, quel tunnel bianco che tutti vedono prima che sia il buio per l’Eternità.

Dunque la testa rotolerà, con tutta probabilità, in mezzo alle gambe del pubblico, perché sì, c’è tanta gente venuta ad assistere alla mia esecuzione. Non c’è un cielo coperto di nuvole, c’è invece un sole che spacca le pietre e i porci con le ali volano felici da un comignolo all’altro. I più belli sono i porcellini d’India: non sono meno aggraziati e giulivi dei passerotti. Quel che voglio dire è che l’atmosfera non è cupa, solo il sole è forte, dà il mal di testa. Ci devono essere come minimo 40 gradi all’ombra.
Posso girare la testa di trecentosessanta gradi in tutta libertà, ma non posso sfilarla dal collare di ferro inchiodato alle Bibbie che fanno da cuscino alla mia testa.
Lo guardo negl’occhi. Il nano focomelico tiene l’ascia ben stretta tra le piccole dita. E’ incredibile quanta forza ha questo freak. Madre Natura quando vuole sa davvero essere una gran puttana.
Ci dovremmo essere…
Si dice che la testa, una volta staccata dal busto, spenga l’attività cerebrale solo dopo qualche secondo. E’ un peccato che non sia vero. Vi posso assicurare che è solo una frottola messa in giro da alcuni maniaci vittoriani con il vizio di scrivere sanguinosi romanzetti per il popolino.
I porci svolazzano felici e grassi in un cielo così limpido da far male agl’occhi.
Un mucchio di merda mi colpisce dritto in faccia coprendomi di brutto gli occhi. Un maiale volante l’ha sganciata grossa e puzzolente. Ce l’ho tutta in bocca, nelle nari e negl’occhi. Per quanto giri la testa come una ruota impazzita, la merda del porco non vuole che saperne di staccarsi dalla mia faccia. Sono mio malgrado costretto a tenermi la merda, orrida maschera sul mio volto. Avrei davvero voluto veder l’ascia calare sul mio collo. Si vede che non era destino.
Mia sola e unica consolazione è di conoscere il boia in tutta la sua altezza.
A differenza delle mani che sono ben ammanettate dietro la mia schiena, la testa è invece libera di girare a trecentosessanta gradi. Dio!, avrei potuto scambiarlo per un gigante, per un gigante il nano focomelico venditore di Bibbie. Avrei potuto…

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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