Perché non sono un poeta

Perché non sono un poeta

di Iannozzi Giuseppe

 

Hastur

Hastur

Quando mio malgrado sono cresciuto un pochetto, fingendo d’essermi lasciato alle spalle il brutto che la vita m’aveva riservato, come tutti i bambini presi ad andare a scuola. Ricordo che intorno a me ronzavano sempre preti neri più del carbone e strane suore con occhiali esageratamente grandi e spessi. In classe non si sentiva volare una mosca. I bambini tenevano tutti il capo basso sul banco. L’insegnante, uno spilungone d’un giallo cadaverico senza un capello in testa, più d’ogn’altra cosa amava bacchettare gli alunni sulle mani. Per lui era divertimento non da poco aggirarsi fra i banchi e squadrarci uno a uno. Non gli piacevamo e lui non piaceva a noi. Da tempo avevamo imparato che anche se ci avesse bacchettati sulle mani, noi non avremmo dovuto mostrare segno alcuno di debolezza, perché altrimenti la tortura sarebbe stata doppia e tripla. Lo spilungone disprezzava altamente la debolezza. Un giorno, da dietro la cattedra, disse: “I deboli muoiono presto.” Non aggiunse altro. Però sul piano della cattedra c’era uno scarafaggio grosso e nero, che si faceva i cazzi propri. L’insegnante lo fissò per un momento, poi lo afferrò pinzandolo fra il pollice e il medio, e senza pensarci su spalancò la bocca vuota di denti e lo inghiottì.

Battezzammo il baccelliere con l’infelice soprannome di Hastur, solo per scoprire che il suo vero nome era proprio quello e non un altro. Non facemmo in tempo a battezzarlo che subito lui lo venne a sapere. “Sono Hastur. Pensavate forse di farmi dispetto chiamandomi per nome!”, berciò. “Fareste però bene a non pronunciare mai il mio vero nome, neanche per scherzo.” Ce lo gridò in faccia, squadrandoci per bene uno a uno, poi passò tra i banchi e da ognuno di noi si prese il suo piacere, facendoci calare i pantaloni.
Durante le sue lezioni nessuno osava fare domande e, ovviamente, nessuno lo chiamava per chiedere chiarimenti.
Un giorno Hastur mi puntò.
“Tu.”
Deglutii.
“Sì, proprio tu.”
Deglutii un’altra vuota.
“Tu potresti essere un poeta.”
Scossi il capo.
“Non mi piace la luce che hai negli occhi”, osservò. “Potresti essere un poeta, un giorno, non oggi ovviamente. Un poetastro, non un vate però.”
Hastur mi fissava in attesa che scoppiassi a piangere o che dessi in escandescenze.
“Un poetastro, non un vero poeta. Non piangi?”, continuò.
Non piangevo.
“Recita una tua poesia. E’ un ordine.”
Piano piano scossi il capo.
“E’ un ordine.”
“Non ne sono capace”, pigolai.
“RECITA UNA POESIA, PORCO CANE!”
Non potevo non obbedire. Non sapevo che cosa fosse una poesia. Inventai sul momento: “Il giorno dei morti/ è dei morti/ che la vita hanno perso/ insieme al nome e all’onore./ Il giorno dei morti/ appartiene a loro soltanto.”
Hastur mimò un applauso e ben forte emise l’inappellabile giudizio: “Un poetastro. Non sbaglio mai.”
Convinto che mi avrebbe percosso in malo modo, chiusi gli occhi.
Aspettai che me le suonasse prima sulle mani, poi sul sedere e…
Con mia grande sorpresa invece non lo fece, ordinò invece ai miei compagni di classe di tributarmi un lungo e scrosciante applauso.
Da quel giorno fui il più odiato della classe. I miei compagni presero a evitarmi. Potevo capire il loro disappunto, l’esser stati umiliati, l’esser stati costretti a tributare un applauso a un poetastro.
Dopo che Hastur mi costrinse a calarmi nella parte del poetastro, dentro di me presi a covare un odio indicibile… Promisi a me stesso che, un giorno o l’altro, lo avrei ucciso, senza alcuna pietà, per diventare un eroe.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Perché non sono un poeta

  1. furbylla ha detto:

    in realtà ho sempre trovato strano questo tuo accanirti nel non voler essere chiamato poeta credo che hastur sia tu
    buongiorno
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Non è strano e non è un accanimento. E’ che non lo sono un poeta. Tutto qui. Poi, ovviamente, le poesie le scrivo e se piacciono non è colpa mia. E’ che dalla poesia pretendo una grandezza che sia perlomeno vicina a quella di Dio. Il racconto è chiaramente surreale, nonostante confluiscano in esso degli spunti autobiografici. In realtà ho avuto insegnanti che, a ragione o a torto, hanno sempre lodato i miei scritti, anche quelli più acerbi e adolescenziali. Non ho avuto un insegnante come Hastur. Hastur è una entità soprannaturale che si ritrova in diversi scritti della letteratura gotica, in particolare in “The King in Yellow” di Robert W. Chambers, una raccolta di racconti che hanno fatto storia e che continuano a farla. Chambers ha influenzato H.P. Lovecraft e tanti altri scrittori, non da ultimo Stephen King. Con il nome Hastur, bene sottolinearlo, si può intendere sia una entità (un Grande Antico) che un luogo geografico imprecisato. Hastur è presente persino in Harry Potter. Pensa un po’ quanta e quale importanza ricopre ancor oggi il lavoro di Robert W. Chambers.

    Hai ragione, potrei essere io Hastur. E’ una chiave di lettura che non mi dispiace affatto.

    Bacione ❤ ❤ ❤

    beppe o Hastur 😉

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