Le donne del diavolo. Racconto horror di Iannozzi Giuseppe illustrato da Valeria Chatterly Rosenkreutz

Le donne del diavolo

di Iannozzi Giuseppe

Martedì 13 by Chatterly

Martedì 13 by Chatterly

Chi pensa che questo mondo sia sotto la sferza del Bene è in ragionevole torto.
Quella che voi chiamate umanità altro non è che il seme sparso in Terra dalla Bestia.
Non c’è alcunché di divino nell’uomo. E’ però vero che l’umanità è a immagine e somiglianza di chi l’ha creata. Ma non di Dio, per il semplice fatto che un dio buono non è mai esistito. E nemmeno Cristo è mai esistito, o meglio sì, è venuto come dicono le Scritture, ma solo per morire in croce sul Golgota, per sempre. Se nascesse oggi un tipo così, sicuro è che finirebbe rinchiuso in un manicomio criminale per il resto dei suoi giorni. Nel più fortunato dei casi sarebbe un serial killer al pari di Charlie Manson. A ben pensarci, se solo l’uomo sapesse guardare bene nel buio del suo cervello, capirebbe che la Storia ha visto l’ascesa di tanti poveri cristi: Nerone, Alessandro Magno, Napoleone, Hitler, Mussolini, Stalin, Charles Manson, e tanti altri ancora. Chi oggi si illude che quel Cristo condannato all’eterna prigione dei Vangeli sia stato un agnello, si sbaglia di grosso. contenuti esplicitiMa perché tediarvi, perché raccontarvi la sua vera storia con una digressione che finirebbe con l’oscurare la storia che qui intendo narrarvi? Sappiate solo che quel Gesù fu il più grande figlio di puttana di questa Terra, ma anche il più amato da Satana. Non ho mai visto Lucifero spendere una lacrima in tutta l’eternità. Solo una volta una lacrima di fuoco gli scavò la guancia destra: il suo prediletto era stato fatto fuori dalla bestialità umana. Forse un giorno ve la racconterò la sua sporca storia, quella vera intendo…

Dopo questa breve ma necessaria premessa, posso accingermi a raccontare quel Martedì 13 che diede inizio al conto alla rovescia.
Era il 13, un martedì per l’appunto.
Il crepuscolo si era appena disegnato sul confine d’asfalto bollente della città di cemento.
Alti casamenti in stile littorio graffiavano a sangue il cielo.
In strada ancora l’eco delle ambulanze insieme al vento caldo, soffocante.
Erano giorni che non pioveva. La temperatura a Milano aveva sfiorato i 45 gradi. I vecchi, i più deboli ci avevano rimesso le penne. Non era servito a nulla raccomandare loro di starsene tappati in casa, di non uscire con il sole alto. Ne erano morti più di cento in un solo giorno. Una fitta secca in mezzo al petto, come un dardo di fuoco, un singulto vomitato nel silenzio assordante della metropoli e per loro ogni cosa terminò.
Era una serata calda, 37 gradi almeno.
Rinfrescavo la gola con il mio dannato whisky. Più ne buttavo giù, più sentivo crescere l’avidità di averne dell’altro. Il barista, un ometto calvo e ridicolo, inutilmente si nettava la fronte madida di sudore, cercando di sistemare il riporto sulla testa bagnata. La faccia arrossata pareva una vescica pronta a esplodere. Gli ordinai di versarmi dalla bottiglia un altro whisky liscio. Non fiatò. Versò nel bicchiere e non mi rivolse una parola, solo uno sguardo: non aveva mai visto uno come me, lucido dopo dieci bicchieri, fresco come una rosa, senza una sola lacrima di sudore sulla pelle bianca d’avorio, perfetta da far invidia a Proserpina. Un travestito con il trucco sfatto mi puntava già da un po’. Era appollaiato sullo sgabello, tenendo le gambe nude bene in vista, lasciando che il sudore gli scivolasse lungo l’insenatura delle tette di silicone. Doveva essere stato un gran pezzo di maschio prima che si rovinasse a quel modo: alto sull’uno e ottanta, ossatura massiccia, zigomi rudi che la chirurgia plastica non era riuscita a rendere più gentili… Sì, prima che diventasse la porcheria che avevo accanto, doveva esser stato un marcantonio da far mordere le labbra a più di una puttanella. Chissà che cazzo gli era passato per la testa per rovinarsi a quel modo. Nonostante il caldo mi faceva il filo.
“Vuoi?”
Gli sorrisi né benevolo né altro. Lo ferii poi con un sorriso enigmatico.
Comunque due minuti dopo eravamo fuori insieme.
Una volta rientrato, il barista era più morto che vivo. Ricordo d’averlo invitato a versarmene un altro. Obbedì e di sua mano mi versò nel bicchiere il whisky.
Lasciò la bottiglia sotto il naso farfugliando qualcosa fra sé e sé, portando via le chiappe e nettandosi il sudore con il dorso della manica della camicia lercia, bagnata di sudore, incollata come carta moschicida sul corpo flaccido.
“Non è ancora l’ora”, gli dissi sottovoce. “Non è ancora l’ora… pago io per il mio amichetto”.
Scosse piano la testa in lontananza. Non gli passò manco per l’anticamera del cervello di domandarsi che fine avesse fatto il trans.
Versai nel bicchiere una generosa dose: una bellezza, uguale a della crema di whisky. Bianco latte, come sperma, davvero rinfrescante. Lo buttai giù e subito tornai a riempire il bicchiere un’altra e un’altra volta. Fuori era buio, e l’afa un muro impenetrabile. In questa cazzo di Milano di cemento, di asfalto, di figli di puttana, si può solo soffocare in silenzio.
La tivù vomitava informazioni. Immagini su immagini. Una mezzobusto recitava la cronaca dei morti e dei piccioni straziati in piazza del Duomo. Il sindaco aveva dichiarato lo stato di calamità naturale. L’elettricità era mancata per buona mezza giornata. La gente era uscita di casa in preda al panico, sotto il sole cocente, boccheggiando.
Al posto del travestito una puttanaccia di mezza età. Non sembrava che il caldo le desse troppo fastidio. Pensai che di sicuro ne aveva viste di tutti i colori nella vita, un po’ di caldo non sarebbe dunque servito a toglierle l’appetito.
Per pura formalità mi fece l’occhiolino. Non aveva intenzione di caricarmi, glielo si leggeva negli occhi.
“Quando attacchi?”
“Non è che abbia tutta questa urgenza.”
Annuii.
“Posso mettermi a riposo quando mi piace.”
“Sono i privilegi del mestiere.”
Lei fece un cenno con la testa spargendo nell’aria un gran puzzo di lacca.
“Hai due occhi… Belli.”
“Dicono così. Due occhi da diavolo.”
La puttana si guardò intorno in cerca del barista.
“Adesso arriva. Sarà nel retrobottega a spararsi una sega.”
“Le battute non ti riescono bene.”
“Non si può essere bravi in tutto. Tu preferisci le pentole o i coperchi?”
Questa volta accennò un mezzo sorriso.
“Quel figlio di buona donna, dove cazzo si è cacciato nessuno lo sa!”
“Adesso arriva.”
Alla fine arrivò, sempre sudato. Le diede il suo saluto. Doveva essere una sua vecchia conoscenza. Senza indugiare le mise sotto il naso una manciata di salatini e un bicchiere.
“Dammi quello che ha preso lui”, ordinò lei. Il barista non fece una piega. Le sbatté sotto il muso una bottiglia di whisky. Lei gliela puntò contro: “Ti sembra forse che ti abbia chiesto questa merda?”
Alzai la mia bottiglia per fargliela vedere. Il barista strabuzzò gli occhi fingendo di non capire.
“Quella roba noi non la teniamo.”
“Allora se l’è portata da casa…”.
“Non ce l’abbiamo, Candy. O questo o niente.”
“Accetta!”, le suggerii in un sussurro pietroso. “Quello che bevo io lui non ce l’ha”.
Scoppiò a ridere.
Un brivido freddo corse lungo la schiena del barista. Lo percepii bene.
Candy prese la bottiglia: “Ti è andata bene per questa volta, vecchio porco”.
“Sei una tosta…”.
“Non sarei mai arrivata ai cinquanta con il mestiere che faccio se non fossi un osso duro.”
“La vita è la vita”, dichiarai solennemente. “Domani sarà un giorno migliore.”
“O peggiore”, fece lei di rimando.
“O peggiore”, confermai io. “Domani nessuno lo sa se saremo ancora qui.”
“Proprio così.”
“Che fai stasera?”
“Non mi sembra una proposta…”.
“Non lo è. Era giusto per sapere. Quei tuoi occhi non mi convincono.”
Capii che adesso ce l’aveva un po’ di paura. Non voleva darlo a vedere, ma con me non si può barare.
Trascinandomi lo sgabello dietro, mi feci vicino a Candy. Le sussurrai in un orecchio: “Aspetto!”
La puttana vomitò una risata sguaiata. Sentivo la sua paura adesso, un po’ di più. “Chi aspetti?”
“Chi? Piuttosto: che cosa… Aspetto. Te l’ho detto.”
Le circondai la vita con un braccio, poi scesi in basso con la mano. La lasciai scivolare sotto la gonna, sotto le chiappe sode nonostante l’età. Le ficcai a secco due dita su per l’ano. Lei sobbalzò. Ed allora spinsi ancor di più. Spinsi finché non sentii che stava venendo.
Finalmente venne. La sua topa era bella bagnata. Non era mai venuta così, per Dio.
Era una gran puttana, una vera puttana, non come certe fringuelle di oggi, frigide, strafatte di droga.
Tirai fuori le dita sporche della sua merda. Me le cacciai in bocca, facendo finta che fossero un grosso membro. E me le leccai fino alla radice. Poi ripetei l’operazione, ma in bocca a Candy. Le piaceva succhiarmele, c’era la sua merda sopra. Le piaceva, porco mondo, le piaceva un casino!

Charles Manson

Charles Manson

“Pippo, noi usciamo a prendere una boccata d’aria!”
Pippo, il barista, nemmeno si degnò di dare un qualche segno di vita.
“In arte sono Candy. Mi chiamo Teresa. Con un nome così non fai molta strada.”
“Perché siamo usciti?”, osservai con un ghigno sul pelo delle labbra.
“Prima o poi… meglio prima.”
“La notte.”
Eravamo in un vicolo. Il bar era uno di quelli di quart’ordine, come i suoi avventori. Uscivi e uscivi su un vicolo cieco, tra cassonetti d’immondizia e randagi rabbiosi.
“Non c’era la mia amica stasera…”.
“Chi è… la tua amica?”
“Credo tu l’abbia conosciuta. Non è una di quelle che passano inosservate.”
“Allora sì, l’ho conosciuta. Non era un granché.”
Un randagio uscì allo scoperto da dietro un cumulo di sacchi neri pieni: in bocca teneva qualcosa di sanguinolento. Al buio poteva sembrare una salsiccia.
“Credo che sia partita per un lungo viaggio. Qualche volta lo diceva che… Be’, se avesse avuto soldi in abbondanza il suo sogno era di andare a battere dalle parti di Broadway.”
“Un sogno da quattro lire. Secondo me ci è andata vicino.”
“Sì, lo penso anch’io.”
Mi accesi un sigaro cubano. “Sono i migliori. Peccato per Fidel.”
“Che ha quel cane?”
“Sembra che la cena gli sia andata storta. Si muove come se avesse il mal di pancia.”
“Poverino!”
“Se la caverà, dopo una bella cagata. Non gli serve altro.”

Rimbalzai dentro.
“Pippo, un digestivo!”
“Non ha mangiato niente…”.
“Ho mangiato”, ribattei sbattendogli in faccia un sorriso sinistro. “La signora è andata. Pago io per lei.”
“Come vuole.”
“Un digestivo buono, non roba per fighette, intesi?”
“Ho quello che fa per lei… so cosa le serve, per il diavolo!”. E si cacciò nel retrobottega.
Quando tornò teneva in mano, come fosse un feto, una bottiglia rosso sangue, senza etichetta: “Questo è un prodotto della casa. Ci passano in pochi qui, ma anche noi, nel nostro piccolo, sappiamo soddisfare il cliente più esigente.”
“Capisco”, dissi per niente turbato. “E di clienti esigenti, quanti?”
“Pochi. Gliel’ho detto. Pochi davvero. Lei è il primo.”
Teneva un tono di voce atono, solo un po’ metallico. “A dire il vero questo aperitivo l’abbiamo preparato apposta per lei.”
“Quale onore!”, osservai sarcastico. “E perché mai?”
“Io qui sono a lavoro, non mi impiccio. Il proprietario di questo posto ha detto di darlo solo a lei. Ha anche detto che non avrei avuto dubbi sulla sua identità.”
“Dovresti riposare, non hai una bella cera.”
Ghermii la bottiglia e presi a bere in maniera oscena, come se stessi staccando un pompino.
Poi soddisfatto e in pace con lo stomaco cachinnai, con ferocità sanguigna.
Quello si fece fiacco fiacco, più bianco di una vergine sodomizzata. “Non ti preoccupare, non è il tuo momento. Non ancora. Vivrai abbastanza a lungo per vedere l’Inferno.”
“L’Inferno. Sì, ero stato avvertito…”. Lasciò la frase a metà, cercando invano di deglutire, quasi soffocando.
“L’Inferno. E’ là fuori. Non te ne sei accorto?”
“Fa caldo di questi tempi a Milano.”
“Vero. Un caldo bestiale. La gente muore come le mosche. Sono fortunati a morire così… E’ così naturale che gli individui più deboli rendano l’anima al Diavolo…”.
“Sono… Cioè, erano i più indifesi…”.
“Ma non i più innocenti. Poco prima che entrassi qui ha tirato le cuoia un vecchiaccio proprio davanti ai miei piedi. Negli anni Cinquanta, dopo la guerra, aveva cominciato a fare soldi. Era giovane allora. Investì nel mercato edilizio, casermoni di cemento e amianto, un unico impasto. Però lui s’è fatto la villa in Sardegna, mica a Milano. E si è sposato. Ha avuto una figlia. La toccava, eccome se la toccava. Lei è cresciuta e ha tenuto tutto dentro di sé. Alla fine si è persino sposata. Ha avuto una figlia. Di punto in bianco scoprì d’essere nonno quel vecchiaccio. In qualità di nonno tutto d’un pezzo amava molto la nipotina. Molto.”
Pippo inghiottì, a vuoto.
“Non è una bella città Milano. Nessuna città lo è. L’umanità è senza dio. Questo te l’ha detto il tuo padrone?”
Il barista biasciò un sì. Il riporto sulla testa calva gli si sciolse in uno schiaffo unto sulla faccia.
“Dovrebbe riposare, sul serio. La notte è ancora lunga…”
Lasciai i soldi sul bancone, per me, per il travestito, per Candy. E per il digestivo.
“Non ti è andata poi male per una serata di merda come questa”. E così dicendo alzai i tacchi sul serio, uscii sul vicolo. In un tombino incrostato e rugginoso un rivolo di sangue lacrimava dentro. C’era odore di merda appena staccata. Un forte tanfo. Ma di più la musica a tutto volume appestava la notte, i New York Dolls: “I gotta run, I cant look back/ I gotta get back, I get down/ I gotta get around to Babylon/ Let’s go to Babylon boys/ Two girls for every boy/ Well a Babylon girl aint got no past/ The Babylon girl gots to talk so fast/ The Babylon men gonna be a boy/ With the Babylon girl out lookin for a joy/ (In) Babylon/ (I gotta get away, to) Babylon/ (Beggin I can’t stay) Babylon/ (Havin to much fun) Babylon…”. Parole e musica venivano dallo stereo di una qualche testa di cazzo sicuramente drogato e alcolizzato a vita. Il buio era pece, non una stella in cielo. Il caldo: osceno. Il cane doveva aver cagato di brutto. Stava bello in piedi adesso, con passo sicuro, mostrando i denti feroci, ringhiando. Gli passai accanto carezzandogli il pelo irto e duro sulla schiena con il palmo della mano. Gran bella bestia.

Quel martedì 13 era finito. E tutto doveva ancora iniziare.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Le donne del diavolo. Racconto horror di Iannozzi Giuseppe illustrato da Valeria Chatterly Rosenkreutz

  1. furbylla ha detto:

    potrei affermare che crudo è un eufemismo ma il racconto rende “l’idea”…
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ molto crudo, ma la crudezza non è fine a sé stessa. La storia è una metafora per dire di un società diventata irrimediabilmente intollerante, razzista, dittatoriale, stalinista e fascista fin nel midollo.

    beppe

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