Il terzo dito. Racconto horror di Iannozzi Giuseppe

Il terzo dito

di Iannozzi Giuseppe

Johnny Cash
C’era una volta un villaggio… Ci vivevano perlopiù vecchi, pochissime donne e ancor meno giovani. C’era però uno scemo, il classico Scemo del Villaggio: questi si vantava d’aver ai piedi gli Stivali delle Sette Leghe, ma tutti guardandoli capivano che in realtà erano solo degli stivali male in arnese, messi così male ch’era un miracolo che stessero ancora in piedi, cioè ai piedi. A ogni modo, lo Scemo del Villaggio era più che mai persuaso che quegli stivali fossero magici e non c’era giorno che non se ne vantasse, anche se, a onor del vero, nessuno lo ascoltava più: era una storia così trita e ritrita che anche la pazienza dei più vecchi s’era assopita insieme alla voglia di sfottere quel poveretto. Lo lasciavano cianciare, persino il Parroco non diceva nulla; questi si limitava a un accenno di sorriso, ma così scipito che pareva gli avessero appena strappata l’appendice dalla pancia a mani nude.
Lo Scemo del Villaggio era quel che si dice un uomo felice: era l’unico che calzava i famosi stivali. Proprio l’unico.
E i giorni passavano tutti uguali, pieni di monotonia.

Il Villaggio continuava a sopravvivere, senza che un solo evento di rilievo lo sollevasse almeno un poco dalla sua miseria.
Lo Scemo continuava a vivere felice. E fu felice sul serio per una lunghissima pezza, perlomeno fino a quando non dovette ammettere che nessuno prestava attenzione a quegli stivali cui lui tanto teneva, più della sua stessa anima. Così, un giorno, che non era né di sole né di nuvole, incontrando il Parroco sulla sua strada, al suo saluto, lui ch’era scemo, gli rispose in malo modo. Bestemmiò insomma. Il Parroco non batté ciglio e col breviario in mano fece per portarsi avanti col passo.
Deluso lo Scemo lo rincorse e gli chiese spiegazione: “Nemmeno un’avemaria!”
“Figliolo, sei scemo. La Madonna non sa che farsene delle tue preghiere.”
“Ma io ho bestemmiato!”, ribatté lo Scemo più che mai confuso.
“Figliolo, la Madonna non sa che farsene delle tue bestemmie: da un orecchio entrano e dall’altro escono.”
Cocciuto più d’un mulo, lo Scemo insistette che meritava d’esser punito, ma non ci fu verso: per il Parroco era solo scemo, punto e basta.
Ben presto lo Scemo del Villaggio si rese conto che qualunque cosa egli facesse, fosse contraria anche alla Legge, nessuno gli badava. Avrebbe potuto uccidere a mani nude il Sindaco che tanto nessuno avrebbe mosso un dito per condannarlo. Quella dello Scemo era davvero una condizione miserrima: in tutto il Villaggio non c’era uno che lo considerasse qualcosa più d’uno scemo innocuo e uguale a tanti altri. Gli veniva da piangere, perché non c’era davvero altro che potesse fare. E quando un bel giorno, sotto il sole di mezzogiorno, aprì le cateratte in piazza, finalmente una vecchina gli si fece dappresso e gli offrì un fazzoletto affinché si asciugasse le copiose lacrime. Lo Scemo raccolse il fazzoletto e ci si soffiò il nasone, dopodiché lo restituì alla vecchia che, senza scomporsi, lo agguantò felice d’aver indietro il suo. Fu in quel momento che lo Scemo comprese che più di così davvero non poteva ottenere da quel Villaggio di vecchi maledetti che tutto avevano visto, insensibili oramai a ogni cosa.
Prima che fosse l’alba, quando il buio era ancora fitto, lo Scemo del Villaggio si alzò dal suo grosso grosso letto, s’infilò gli Stivali delle Sette Leghe e sacco in spalla, senza salutare nessuno, si lasciò tutto alle spalle tirando su il terzo dito.
Solo quando fu Mezzogiorno qualcuno cominciò a biasciare piano.
Verso le Tredici finalmente un vecchio lo disse chiaro e tondo: “Lo Scemo ha portato via le chiappe dal Villaggio.”
I vecchi in piazza presero a ridere spalancando le bocche vuote di denti.
“Dove sarà andato?”, si domandò qualcuno.
“Chi diavolo può saperlo! Quello aveva gli Stivali delle Sette Leghe, si credeva speciale. A quest’ora chissà quanto s’è portato lontano”, buttò lì uno, scaracchiando in terra.
E tutti giù a ridere di gusto.
I giorni passarono e il Villaggio rimase seppellito nella sua apatia.
Un giorno però un vecchio tirò le cuoia, così, di punto in bianco. Fu presto seppellito senza che nessuno proferisse parola.
Il giorno dopo un altro rese l’anima a Dio, o al Diavolo.
E poi un altro e un altro e un altro ancora…
Non passava giorno che un vecchio non ci lasciasse le penne. Il Villaggio stava seppellendo nell’oblio assoluto i suoi vecchi senz’anima.
La moria non s’arrestò un solo giorno.
Alla fine rimasero sol più il Sindaco e il Parroco ancora in piedi.
“Perché sono tutti morti?”
“Le vie del Signore sono infinite.”
“Sì, d’accordo. Ma perché?”
Il Parroco rimase in silenzio per un bel pezzo. Alla fine scosse il capo sconsolato: “Non lo so. Domani, o al più tardi posdomani, però toccherà a uno di noi, e caro vecchio Sindaco, con tutto il rispetto che Le porto, in questo momento nemmeno Lei può immaginare quanto vorrei avere gli Stivali delle Sette Leghe…”.
Il Sindaco tirò fuor di bocca un lungo “oh”. Poi tacque, preso da pensieri tutt’altro che cristiani.
Rimasero comunque insieme, l’uno accanto all’altro, in attesa e guardinghi, sfidandosi con occhiate affilate come coltelli. Ed entrambi presero a pregare Dio per avere la vita allungata almeno d’un giorno, perché, a quel punto, ognuno dei due desiderava vedere l’altro tirar le cuoia per primo.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a Il terzo dito. Racconto horror di Iannozzi Giuseppe

  1. furbylla ha detto:

    ricordo…
    buongiorno
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Lo so che te lo ricordi. Questa versione però è leggermente diversa, è più acida, vale a dire migliore in quanto “non censurata” come quella che conosci. 😉

    Bacione

    Buondì

    beppe

    P.S.: Sono tornato, anche se ho una mole di lavoro immane da sbrigare.

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