Elvis Presley agente FBI. Un racconto di Iannozzi Giuseppe

Elvis Presley agente FBI

di Iannozzi Giuseppe

Elvis Presley

Elvis era fiero d’esser stato ricevuto dal presidente Nixon. L’incontro era stato bello, però non quanto l’esser stato nominato agente segreto onorario. Adesso aveva anche lui la tessera di agente segreto, proprio come nei film che tanto amava. Nessuno avrebbe potuto più fermarlo. Avrebbe combattuto contro gli spacciatori e avrebbe stretto alle corde ogni dannato comunista sulla sua strada.
Ingollò un paio d’anfetamine, perché lo facevano stare bene e subito scoreggiò forte: le mutande, poco ma sicuro, le aveva imbollettate per bene, di questo però non gl’interessava granché; in fondo lui era Elvis, e anche se non aveva mai scritto una canzone, lui era il Re del Rock and Roll.
Elvis odiava con tutto sé stesso gli studenti, gli hippie, le Pantere Nere e i Beatles. I Beatles soprattutto, perché, lui ne era sicuro, quelli erano dei fottuti rossi.

Aveva scritto più volte a Nixon, senza ricevere mai risposta. E dire che ce l’aveva messa tutta per convincerlo del pericolo che l’America correva.
Sull’aereo che lo stava riportando a Washington, nel dicembre del 1970, aveva scritto la sua lettera migliore: «Caro Signor Presidente, Innanzi tutto vorrei presentarmi: sono Elvis Presley e l’ammiro e Ho un Grande Rispetto per la sua funzione». La grammatica non era il suo forte. Scoreggiando e ruttando, alla fine era riuscito a buttare giù cinque pagine, cinque pagine in cui illustrava a Nixon, punto per punto, cosa si doveva fare per combattere la minaccia comunista. Non era stato facile scrivere quelle pagine, la fronte gli doleva e nelle orecchie un sibilo gli trapanava le tempie: per qualche minuto temette d’impazzire. Tuttavia era più che mai intenzionato a consegnare di persona la lettera. E così fu. Si presentò davanti al cancello della Casa Bianca e solo dopo essersi assicurato che la busta sarebbe finita nelle mani di Nixon, decise di sbattersi in albergo.
Nixon non sapeva che pesci prendere. Fu Egil Krogh a suggerire al presidente di ricevere Elvis: “E’ un personaggio bene in vista, i giovani lo adorano. E’ uno sciroccato, ma questo a lei non deve interessare. Lo riceva, gli dia una cazzo di tessera e lo faccia felice, così si assicurerà i voti di tutte quelle teste calde di giovinastri che stanno dietro a ‘sto bamboccio”.
Richard Nixon fissò Egil per un minuto buono, poi scoppiò a ridere di gusto.
Vestito con un abito nero di velluto, una camicia bianca e con il solito cinturone dall’enorme fibbia dorata con diamanti, Elvis si presentò nella West Wing, dove Nixon lo accolse squadernando il suo sorriso migliore, quello più falso.
“Vesti in maniera davvero selvaggia, figliolo!”, esordì il presidente.
Con voce impastata, credendosi il Padreterno sceso in Terra, Elvis sbottò: “Lei porta avanti il suo show ed io il mio.”
Parlarono a lungo lui e il presidente. A onor del vero, il logorroico Elvis fece quasi morir di noia Nixon, che alla fine lo congedò con una stretta di mano sudaticcia. Era stato a parlare per delle ore con un buffone, che ogni tre parole tirava fuori una scoreggia, ma se questo fosse servito ad accattivarsi le simpatie dei giovani elettori…

Elvis era al volante della sua Stutz Blackhawk. Teneva una velocità da crociera guardandosi intorno. Quel giorno non vedeva l’ora di poter fermare qualcuno e schiaffargli in faccia d’esser un agente della narcotici. Era d’umore nero: il pensiero costante che gli ronzava in testa era uno e uno solo: “I comunisti hanno invaso la Terra”.
Davanti a sé notò un vecchio trattore con rimorchio. Doveva essere pieno di hippie strafatti, ma gliel’avrebbe fatta vedere lui.
Superò il trattore e il rimorchio a una velocità esagerata, e senza starci a pensare su gli sbarrò la strada pochi metri più avanti.
Era fuori di sé, in preda a un’agitazione febbrile che gli aveva fatto seppellire il poco buonsenso che gli era rimasto.
Con un’agilità incredibile per un uomo della sua stazza, smontò dalla Stutz Blackhawk subito tirando fuori la tessera dal portafogli, così come aveva visto fare centinaia di volte nei film.
Dal trattore scesero due uomini.
Elvis sbiancò. Erano due delle Pantere Nere ed erano incazzati. Ed erano grossi, molto grossi, due pezzi di marcantonio che avrebbero potuto farlo a pezzetti con il dito mignolo della mano sinistra.
Sui loro volti era chiaro che non avevano la benché minima intenzione d’intrattenere una discussione civile con un bravo ragazzo cattolico come lui, che solo faceva il suo dovere.
Scoreggiò.
Se la fece sotto.
Ci provò a reggere il controllo dello sfintere, ma quei due gli avevano messo addosso una paura della madonna. Cominciò a pregare sottovoce, sudando in maniera oscena.
I due gli si avvicinarono sorridendo.
“Qual è il problema, pezzo di merda bianco?”
Elvis provò a balbettare una scusa, una qualunque, ma niente. Dalla gola solo gli sfuggì un gridolino strozzato.
“Hai sentito la femminuccia!”
I due neri si stavano facendo beffe di lui, del re. Quelli erano proprio marci, dei nemici, sicuramente impallati di brutto, rovinati dalla musica di Jimi Hendrix e dai suoi messaggi comunisti.
“Ha una tessera”, fece uno dei due.
“Oh sì che ce l’ha.”
Avevano capito tutto.
Facendo appello a tutto il poco coraggio che gli era rimasto in corpo, Elvis disse: “Allora avete capito…”.
“Sì, bello”, fece uno e gli strappò tessera e portafogli dalla mano. “Sì, bello”, ripeté sventolandogli sotto il naso quel che era suo.
Elvis deglutì.
“Non potete toccarmi…”, bofonchiò.
I due se la ridevano della grossa.
“Senti anche tu puzza di merda, fratello?”
“La sento, la sento eccome, fratello.”
“Allora non è una mia impressione.”
“No, non lo è, fratello”, confermò l’altro.
“Che ne facciamo di questo?”
“Io dico che dovrebbe darsi una bella ripulita, fratello.”
“Lo penso anch’io.”
Elvis scoreggiò una due tre volte.
Gli veniva da vomitare.
E, come da copione, rimise anche l’anima, mentre i due delle Pantere Nere non potevano far davvero a meno di sghignazzare di fronte a uno spettacolo simile.
“Questo muore presto, te lo dico io, fratello.”
“Mi sa pure a me, magari abbracciato al cesso mentre caga.”
Elvis tremava. Era terrorizzato, completamente andato. Riusciva solo a pensare che non era giusto che il Re del Rock and Roll venisse fatto a pezzi da due comunisti negri.
Il panico lo dominava.
Avrebbe rimesso ancora se solo nello stomaco gli fosse rimasto qualcosa.
Le due Pantere Nere, con evidente disprezzo, fissarono Elvis per un paio di istanti.
Alla fine, quello che gli aveva preso tessera e portafogli glieli buttò nella pozzanghera di vomito, dopodiché, senza più prestargli attenzione, le due Pantere gli diedero le spalle e montarono sul trattore a rimorchio.

Non riusciva a credere d’averla fatta franca. Dio l’aveva aiutato, si era schierato dalla sua parte.
Lo ringraziò puntando gli occhi al cielo, senza però levarsi gli occhiali da sole.
Si ricompose e subito si convinse che quei due avevano avuto paura di lui, del Re, di Dio, e se l’erano dunque battuta a gambe levate. Raccolse tessera e portafogli dalla pozza di vomito ai suoi piedi e se li cacciò in saccoccia.
Rincuorato dalla sua personalissima interpretazione dell’accaduto, sentì d’aver un certo languorino. Si sarebbe sparato un paio di sandwich, come minimo.
Con agilità impensabile per un uomo più morto che vivo, montò a bordo della sua Stutz Blackhawk. Pigiò sull’acceleratore, superando presto il limite di velocità. Non vedeva l’ora di fermarsi presso il primo bar aperto per strafogarsi almeno almeno due sani hamburger made in USA.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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3 risposte a Elvis Presley agente FBI. Un racconto di Iannozzi Giuseppe

  1. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Grazie di cuore, Sedicente che sempre lasci il tuo “mi piace”. Non so chi tu possa essere… 😉 Ho provato a guardare sul tuo Gravatar, ma non c’è indicato nessun sito di riferimento o blog, altrimenti, ben volentieri, sarei venuto a trovarti.

    beppe

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