“La notte che uccisi Jim Morrison” e “Scommessa a Menphis” – Luigi Milani e Mirko Giacchetti – intervista agli autori di Iannozzi Giuseppe

La notte che uccisi

Jim Morrison

Scommessa a Menphis

Luigi Milani e Mirko Giacchetti

Dunwich Edizioni

intervista agli autori di Iannozzi Giuseppe

La notte che uccisi Jim Morrison – Luigi Milani – Dunwich edizioni – series; Morte a 666 giri – genere: Thriller – ISBN: 9788898361106 – ebook € 0,99 – Cartaceo € 9,90

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Luigi Milani e Mirko Giacchetti, due fuoriclasse. Fossi in voi non perderei un solo istante ad acquistare La notte che uccisi Jim Morrison di Luigi Milani (contiene “Scommessa a Menphis” di Mirko Giacchetti). Un romanzo e un racconto, o sarebbe forse meglio dire che siamo di fronte a due romanzi brevi. Due romanzi brevi ma di gran peso, tra i migliori che abbia mai letto dalla penna di due autori italiani: da far invidia ai più consumati e, forse, troppo osannati narratori d’oltreoceano. – Iannozzi Giuseppe

Luigi Milani:

La notte che uccisi Jim Morrison - Luigi Milan

La notte che uccisi Jim Morrison – Luigi Milani

1. La notte che uccisi Jim Morrison, questo il titolo dell’ultima tua fatica, Luigi Milani (Dunwich edizioni).
Alcune leggende metropolitane vorrebbero che Re Lucertola non sia morto a Parigi. Nel febbraio del 2011, Ray Manzarek rilascia questa dichiarazione al Daily Mail: “Jim era un’anima inquieta, era sempre in cerca di qualcosa di diverso nella vita, e anche sei anni di successo e di eccessi con i Doors non erano abbastanza per lui”. Un anno prima di morire, Morrison mostrò ai suoi compagni una brochure delle Seychelles e disse: “Non sarebbe un luogo perfetto per fuggire, mentre tutti pensano che sei morto?”. Quando poi apprese della morte di Jim, Ray si trovava in California. Tuttavia, il grande amico di Jim, non prese sul serio la telefonata del manager Bill Siddons: “La mia prima reazione fu che la morte di Jim era solo un’altra chiacchiera da Rock and Roll”. Ecco allora che Siddons fu spedito a Parigi per scoprire la verità. Troppo tardi però, perché Morrison era già stato sepolto da quattro giorni presso il cimitero parigino di Père-Lachaise. Nessuno ha mai esaminato la salma del cantante. La bara fu sigillata in fretta e furia, e questa cosa fece nascere dei sospetti. Nel 2011 Ray ancora esprimeva seri dubbi circa la morte di Jim: “Mi chiedo sempre se la sua morte sia stata una raffinata messa in scena”.
Ammettendo che Jim abbia inscenato la sua dipartita, secondo te, Luigi Milani, è possibile che nessuno mai l’abbia riconosciuto negli anni a venire? E, soprattutto, il Re Lucertola esisteva in funzione del palco, del music business, dopodiché diventava soltanto uno dei tanti, un belloccio con il pallino per i poètes maudits?

Domande insidiose, caro Giuseppe… Ti dirò che ritengo più che possibile, anzi assai probabile, la scarsa riconoscibilità dell’artista. Considera che già verso la fine degli anni ’60 il fisico e il volto di Morrison erano andati alterandosi sensibilmente, per i ben noti problemi di salute dai quali era afflitto, da me ricordati anche nel mio racconto.

Per rispondere invece al secondo quesito, non credo che il bel Jim fosse solo uno splendido animale da palcoscenico, ammirato e concupito da legioni di ammiratrici. Al contrario, dette buona prova di sé anche come poeta. E in effetti tale voleva essere considerato, a dispetto della scarsa considerazione che gli tributò la critica di allora. Non a caso, dovette pubblicare a proprie spese la prima silloge poetica. Ma sarebbe davvero molto riduttivo considerare Jim Morrison “solo” l’archetipo della rockstar maledetta, bello e dannato. È stato molto di più. In tal senso invito gli amici lettori e in particolare i tuoi numerosi accoliti, caro Beppe, a procurarsi una copia del volume Tempesta elettrica. Poesie e scritti perduti, un bel volume pubblicato qualche anno fa da Mondadori, e che può dare un’idea della caratura artistica di Mr. Mojo Risin’. Con tutti i suoi limiti, ma anche le sue non trascurabili qualità.

2. Il Club 27 conta un bel numero di artisti, tutti morti intorno ai 27 anni. Robert Johnson, il più grande chitarrista blues della storia, morì in circostanze mai del tutto chiarite. Lui fu il primo. Si parla d’un presunto patto con il diavolo per spiegare la sua non imitabile abilità con la chitarra. Luigi Milani, perché il diavolo è così di moda nel mondo degli artisti? Non è forse più vero che “Dio è morto”, morto perché non è possibile provarne l’esistenza? In pratica saremmo di fronte a un non-nato.

Luigi Milani

Luigi Milani

Hai ragione, il diavolo è sempre stato di moda nel mondo dell’arte. Pensa al personaggio, quello sì davvero immortale, del Faust di Goethe: il patto scellerato tra Faust e il Diavolo viene in un certo senso stipulato proprio in nome dell’arte, intesa in senso lato. Da allora, ma in realtà anche da prima, la presenza del Demonio, divina ma anche così pericolosamente vicina alla natura umana, è divenuta quasi una costante nel mondo delle Arti. E il mondo della musica ovviamente non poteva restare indifferente al grande fascino esercitato dalla figura del Diavolo, amatissima dal grande Rock. Nomi come i Rolling Stones, i Led Zeppelin, i Black Sabbath, solo per citare i primi che vengono alla memoria, hanno fatto del… cornuto signore un modello di riferimento, è cosa nota.

3. Jim Morrison era uno spirito dionisiaco, come del resto Jimi Hendrix. In La notte che uccisi Jim Morrison, tra le righe, lasci a intendere che a un certo punto il Re Lucertola abbia avuto paura di sé stesso, di quello che era diventato. A tuo avviso, Luigi Milani, è possibile che uno spirito profondamente dionisiaco, dopo averle provate un po’ tutte, dopo esser arrivato vicinissimo al punto di non-ritorno, riesca a cavarsela per un pelo e per questo decida di mettere la testa a posto?

jim morrisonTi dirò che questa eventualità non mi pare poi così remota. Tieni presente che il successo planetario raggiunto da Jim l’aveva proiettato in una difficile situazione emotiva. Personalità complessa ma anche molto fragile a causa della grandissima sensibilità, “l’uomo” Jim si sentiva schiacciato dalla rockstar, dall’idolo delle folle. Voleva essere apprezzato per le sue qualità artistiche, non per il suo viso o i suoi capelli. E chissà che la sua progressiva discesa nell’autodistruzione non rispondesse anche a una inconscia cupio dissolvi alla ricerca di una difficile, forse addirittura impossibile, rinascita.

4. Luigi Milani, tu non sei nuovo a occuparti di personaggi maledetti, di vere e proprie icone della musica la cui vita è finita in modo tragico: ad esempio, uno dei tuoi primi lavori, Nessun Futuro – romanzo del quale ci hai anticipato uscirà a breve una nuova edizioneci aveva già introdotti nelle esistenze tragiche di Layne Staley e Kurt Cobain. Perché nutri tanto interesse per le vite di alcuni personaggi che hanno vissuto ogni loro giorno come se fosse l’ultimo?

Rivolgo la stessa domanda a te, caro Beppe: come resistere al fascino di simili personaggi? Chi non ha amato alla follia la disperata vitalità di artisti come James Dean o Freddie Mercury, personaggi cui il destino ha donato tra l’altro eterna giovinezza?

5. Secondo te, se Jim Morrison non fosse stato un belloccio, un tipo con la faccia da eterno adolescente, avrebbe incontrato mai il successo? F.W. Niezsche, a proposito della bellezza, diceva che “desideriamo di essere belli” perché “crediamo che a ciò vada congiunta molta felicità. Ma questo è un errore”. Felicità e bellezza non andrebbero dunque d’accordo? Eppure io non ho mai visto un cantante brutto, nell’aspetto, diventare una icona immortale. Mi correggo, alcuni brutti, talvolta bruttissimi, hanno raggiunto comunque il successo, regalandosi, a torto o a ragione, una fama di dannati, vedi ad esempio Mick Jagger e Joe Cocker.

Di certo l’aspetto fisico ha aiutato il nostro Jim a raggiungere il successo, sarebbe ipocrita negarlo. E da sempre la bellezza è considerata un valore in sé, ma non è una qualità davvero indispensabile per chi, nello specifico, fa musica. Penso, oltre agli artisti da te menzionati, ai “brutti ma bravi” Lucio Dalla, Francesco Guccini, Ivano Fossati, oppure ai più “pericolosi” Billy Idol e Johnny Rotten. Quanto al supposto difficile connubio bellezza – felicità, sarei tentato di darti ragione, specie se penso alle esistenze, dorate ma anche discusse e non di rado tragiche, di personaggi come Romy Schneider, Lady Diana, Grace Kelly, Michael Jackson. Ma le generalizzazioni sono sempre pericolose, anche perché esistono numerosi esempi positivi in grado di smentire la funesta teoria, e dunque preferisco credere di più alla fatalità tenuta in serbo da un Dio non sempre ben disposto verso le sue creature: sarà forse per questo che spesso ci rifugiamo tra le avvolgenti e in fondo più rassicuranti ali del Diavolo, caro Beppe?

6. Luigi, con poche parole e senza mezzi termini, vorresti recensire Scommessa a Menphis del tuo collega e amico Mirko Giacchetti?

Molto volentieri. Il racconto del sempre più bravo Mirko è un piccolo gioiello: immaginate un Diavolo mai così umano alle prese con una Morte depressa, quasi demotivata. Inquadrate la presenza della pericolosa coppia sullo sfondo dei primi passi del leggendario Elvis Presley, mescolate il tutto con atmosfere e scrittura rigorosamente hard-boiled e avrete una storia avvincente e, ovviamente, molto sulfurea. Oltretutto la storia è ricca di citazioni e riferimenti per gli appassionati musicofili e per i cinefili, tutti motivi in più per consigliare “caldamente” – parliamo sempre del Diavolo – la lettura di Scommessa a Memphis.

Mirko Giacchetti:

Scommessa a Menphis

Scommessa a Menphis

1. Scommessa a Memphis, questo il titolo del tuo racconto lungo o romanzo breve che dir si voglia, che è insieme al lavoro di Luigi Milani. Il tuo racconto ci presenta Elvis Presley. Come per molte icone del rock, anche per Elvis esistono diverse leggende metropolitane che non lo vorrebbero morto. Innegabile è che Elvis fu un personaggio eccentrico, nonostante, per sua natura, fosse anche insicuro e timido. Elvis, una volta raggiunta la notorietà, riuscì a entrare, diciamo pure così, nella CIA in qualità di agente onorario! Elvis non amava affatto gli hippie, gli sciamani (come Jim Morrison), le Pantere Nere, etc. etc. La sua fu una vita di eccessi, che, in breve tempo, lo portò a diventare oltremodo grasso. John Wilkinson, uno dei chitarristi storici al fianco di Elvis, ebbe a dire: “Gonfio come un otre, balbettante, un vero rottame… C’era qualcosa che assolutamente non andava nel suo fisico… Stava così male che le parole nelle sue canzoni erano totalmente indecifrabili…”. Ginger Alden, ultima fidanzata ufficiale di Elvis, trovò il cantante esanime nella stanza da bagno di Graceland, il 16 di agosto del 1977. Fu subito portato al Baptist Memorial Hospital. Non ci fu modo di rianimarlo; alle 15:00 Elvis fu dichiarato morto a seguito di un attacco cardiaco. Morì a 42 anni e non lasciò di sé un bel cadavere. Il medico personale di Elvis, George Nick Nichopoulos, in un suo libro del 2010, spiegò che il cantante soffriva di costipazione cronica e per questo fu trovato esanime accanto a un non poco pacchiano WC. Anche per Elvis si dice che non sia morto, eppure la sua morte è tutt’altro che misteriosa. O sbaglio? Mirko Giacchetti, in Scommessa a Menphis, ipotizzi che Elvis Aaron Presley non sia morto. Com’è nata l’idea di ridare vita alla leggenda che vorrebbe Elvis a spasso per gli Stati Uniti?

Quando Scommessa a Memphis è stato pubblicato, sono stato coinvolto, mio malgrado, da due carissimi amici nelle trame di una fitta discussione in merito alla morte del Re. Per farla breve, dopo un po’ che li ascoltavo mi è sembrato che Elvis non sia altro che la versione rock del gatto di Schrödinger; sino a quando non lo incontri, non puoi dire se sia vivo oppure morto. Ovviamente, se è morto non lo puoi incontrare ma anch’io come Gavin Rossdale, il frontman dei Bush, nella meravigliosa Everything Zen, “I don’t believe that Elvis is dead”. Non si tratta di una leggenda urbana, ma è una questione di fede che non perde la propria forza nel confronto con un sepolcro, dei testimoni oculari che hanno incrociato la sua morte e altre prove storiche.
Se ci credi, un giorno lo incontrerai e allora potrai dire che il Re è vivo, tutto qui. Ok, scherzi a parte.
“No, Elvis non è morto. È solo tornato a casa” e non ditemi che l’agente K di Man in Black non è una fonte attendibile.

2. Elvis Aaron Presley non ha mai scritto una canzone. Cantava, questo sì. Aveva una grande presenza scenica, era amato dalle donne, ma non fosse stato per i musicisti che lo accompagnavano e per chi gli scriveva le canzoni, Elvis, semplicemente, non sarebbe mai stato Elvis. In Scommessa a Memphis, tu, Mirko Giacchetti, questo non lo dici, preferisci difatti concentrarti su altri particolari della vita di Elvis, come, ad esempio, che il cantante aveva un gemello (Jesse Gaaron Presley) che morì appena nato. Perché il diavolo si sarebbe dovuto interessare a Elvis, proprio a lui che al diavolo, forse, non ci ha mai pensato sul serio?

Mirko Giacchetti

Mirko Giacchetti

Mi dicono che esistono delle persone immuni al fascino di Elvis. Gente che lo descrive come uno dai gusti pacchiani, capace solo di ancheggiare e spendere un sacco di dollari per incidere delle cover. C’è un dettaglio che sfugge a questa riduzione di Elvis a semplice “coverman”; spesso ha riproposto canzoni che non avevano avuto alcun successo e che poi, grazie alla sua interpretazione, sono arrivate in cima alle classifiche.
Forse c’è qualcosa in più, ma chi non ha occhi per vedere, rimane cieco.
In Scommessa a Memphis il Diavolo ignora l’esistenza di tal Elvis Aaron Presley, è Morte che ha visto chiaramente quel “qualcosa in più” e fa sì che l’attenzione di Lucifero si concentri sul ragazzo per portare una nuova luce nel mondo.
Nella realtà, buona parte del merito è del Colonnello Tom Parker, il manager che ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione del mito del Re. Un uomo verso cui i giudizi non sono stati molto positivi e lusinghieri; si diceva fosse un po’ troppo avido e capace di raggiungere i propri obiettivi senza farsi troppi scrupoli. Comunque sia, lo stesso Elvis ha riconosciuto il merito al Colonnello quando disse: “Non penso che sarei diventato così grande con un altro manager.”

3. John Lennon disse: “Before there was Elvis, there was nothing”. Si parla di un fantomatico incontro fra i Beatles ed Elvis, ma non c’è nessuna prova concreta, perlomeno sino ad ora. Mirko Giacchetti, come te lo spieghi che Elvis incontrò l’ammirazione, ad esempio, di Johnny Cash, di Lennon e di tanti altri artisti, quasi tutti orientati a sinistra, mentre Elvis era un mezzo nazionalista e per giunta non poco fissato con Dio, sì tanto, da credere in una seconda venuta di Cristo sulla Terra?

ElvisChi sono io per contraddire John Lennon?
Ogni buona storia del rock inizia sempre con: In principio fu Elvis…
Da Robert Johnson sino a poco prima dell’apparizione di Elvis è una storia che raccontano solo gli eretici e gli scienziati, gli stessi che, guarda caso, credono anche nell’esistenza dei dinosauri. Va bene, cerco di essere serio o qualcosa di simile. L’ammirazione è sempre stata rivolta ai suoi meriti artistici, e mai verso ciò che il Re era fuori dal palco; negli anni in cui ha calcato la scena ha sempre vissuto in un isolamento in cui viveva, allo stesso tempo, protetto e tenuto in ostaggio dalla famiglia, dal Colonnello Parker e dalla Memphis Maphia. Nelle occasioni pubbliche è sempre apparso come un buon americano, timorato di Dio, pieno di vitalità e buoni propositi. Molti dei suoi pensieri e delle stravaganze sono stati resi pubblici solo dopo la sua uscita di scena, quando ormai era troppo tardi per negare la portata del suo contributo al rock.
Inoltre, non avendo mai scritto le proprie canzoni, non ha avuto modo di esprimere le proprie convinzioni e la parte più intima di sé. Nonostante tutti pensino di conoscere il Re, è come se il vero Elvis fosse ancora un estraneo per tutti noi.

4. Nietzsche disse che “la vita senza la musica sarebbe un errore”. Mirko Giacchetti, è fuor di dubbio che tu sei un grande fan di Elvis (e dei Rolling Stones che preferisci ai Beatles), ti chiedo dunque: senza Elvis, oggi il rock and roll esisterebbe? Eppure Buddy Holly, Ritchie Valens e Big Bopper – sempre ricordati ma mai con la dovuta attenzione che meriterebbero – avevano rivoluzionato la musica, avevano spianato la strada per il moderno rock, ben prima della comparsa sulle scene di Elvis.

Esisterebbe comunque, ma si chiamerebbe in un altro modo e sarebbe diverso. Insomma, mancherebbe quel tanto di Elvis che ha reso unico il Rock and Roll.

5. Possiamo dire che in Scommessa a Memphis, Lucifero nutre un po’ tanta sympathy per Elvis Presley? Che tu sappia, Mirko Giacchetti, Elvis ha mai coverizzato, anche solo in qualche concerto, una o più canzoni dei Rolling Stones? Che puoi dirmi di (You’re) Devil in disguise, una delle canzoni più gettonate di Elvis?

Su Youtube, il tubo delle meraviglie, ci sono diversi video in cui Elvis reinterpreta Yesterday e Hey Jude dei Beatles, ma non mi risulta che abbia mai riproposto una o più canzoni dei Rolling Stones. Il repertorio delle Pietre Rotolanti non era adatto a Elvis, troppo sporco e cattivo per un bravo ragazzo del sud, senza contare i continui riferimenti espliciti alla droga e al diavolo.
A proposito del Diavolo e alla sua esplicita simpatia per Elvis, confesso che cercando di mettere assieme le idee per un racconto con cui partecipare al contest “Morte a 666 giri” ho ripensato proprio alla loro Sympathy for the Devil; il diavolo degli Stones è presente a tutti i grandi cambiamenti della storia, così mi è parso naturale affidargli un ruolo quando le prime incisioni di Elvis trasformavano la musica in Rock and Roll. (You’re) Devil in disguise…
In verità non saprei dirti molto, se non che è una delle canzoni  più conosciute di Elvis. Il testo ci presenta una bella donna che sotto le mentite spoglie di un angelo nasconde invece una passione tentatrice.

6. Mirko, con poche parole e senza mezzi termini, vorresti recensire La notte che uccisi Jim Morrison del tuo collega e amico Luigi Milani?

Allora, se avessi quindici anni ti direi che è una figata, ma siccome li ho passati da un pezzo, devo essere più serio e scrivere una recensione. La notte che uccisi Jim Morrison di Luigi Milani è uno di quei libri che, da scribacchino quale sono, ti fa chiedere: perché non l’ho scritto io? La risposta è semplice, perché non ho la stessa capacità di scrivere di Luigi e la stessa accuratezza di ricostruire una delle notti più misteriose nell’esistenza del Re Lucertola e gettare un occhio su una realtà in cui, lo confesso, ho sempre creduto.
Ok, ho scritto troppo e “è una figata” ti ha convinto molto di più della recensione, vero?
Grazie dell’ospitalità e spero che da qualche parte nel mondo Jim ed Elvis stiano discutendo de La notte che uccisi Jim Morrison e Scommessa a Memphis.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a “La notte che uccisi Jim Morrison” e “Scommessa a Menphis” – Luigi Milani e Mirko Giacchetti – intervista agli autori di Iannozzi Giuseppe

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  2. furbylla ha detto:

    si possono definire interviste vibranti? è il termine che mi è venuto in mente leggendo questo post complimenti a te e a Luigi Milani e Mirko Giacchetti.

    cinzia

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Certo che sì, non vedo perché no. Luigi Milani e Mirko Giacchetti se la sono cavata davvero ottimamente e le mie domande erano piuttosto luciferine, mai scontate. Come ben sai, odio porre domande scontate così come non mi piacciono quei libri che letta la prima pagina riesco subito a indovinare tutta la trama. Né Luigi né Mirko hanno scritto dei romanzi dove la conclusione e la trama è scontata. Ti consiglio vivamente di prenderlo questo “La notte che uccisi Jim Morrison”: non c’è niente di scontato e ti divertirai davvero tanto. E’ horror, ma non ci sono elementi che si possano anche solo vagamente definire splatter. I due autori non cadono nell’errore di consegnarsi allo splatter. No, c’è classe e che classe.

    beppe

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