Quando Luigi Milani scrisse Rockstar. Intervista all’autore

Quando Luigi Milani scrisse Rockstar

Intervista all’autore

di Iannozzi Giuseppe

Nota bene: L’intervista è stata realizzata almeno dieci anni or sono; in attesa di parlare con Luigi Milani (La notte che uccisi Jim Morrison) e Mirko Giacchetti (Scommessa a Menphis), ve la ripropongo. Godetevela. – g.i.

Rockstar - Luigi Milani

Rockstar – Luigi Milani

1. Prima di iniziare a parlare del tuo ultimo romanzo, “Rockstar”, vorrei che ci parlassi un po’ di te, qualche cenno biografico e di come sei entrato a contatto con la necessità di narrare.

Ah, caro Giuseppe, tu sì che sai come titillare l’ego ipertrofico di un imbrattacarte logorroico come il sottoscritto! Comunque, se proprio vuoi ammorbare gli affezionati lettori del tuo eccellente (li senti, i violini tzigani?) blog, ti dirò che sono nato una quarantina d’anni fa a Roma, dove vivo e lavoro. Scrivo di musica e tecnologia da un paio di lustri. Come molti, sono stato coinvolto in fanzine e bbs (te le ricordi, Giuseppe, le mitiche bbs?) fumettare, ho fatto il consulente informatico e curato testi di siti Web. In preda a una devastante hubrys sono giunto a spacciarmi per sceneggiatore e consulente tecnico per una società di produzione cinematografica della mia città. Di recente mi sono macchiato di diversi crimini letterari: tra questi il romanzo “Rockstar” e alcuni racconti presenti nell’antologia “XII”, raccolta di novelle scritte da dodici autori italiani indipendenti incontratisi in Rete.

2. Quali sono stati gli autori, nell’ambito delle Lettere e non, quindi anche del panorama musicale, che hanno maggiormente influenzato la tua penna?

Ho notato che il tuo stile è molto incisivo, periodi brevi, qualche flashback per definire situazioni e personaggi: in un certo senso è uno stile elementare, un po’ grunge, che trasmette però al lettore una tristezza animale che forse tutti noi abbiamo nello/sullo stomaco.
In ambito letterario, la mia ammirazione va per lo più a scrittori come il titanico Don De Lillo, al geniale Philip Roth, a Paul Auster, a certe cose meravigliose di Salman Rushdie. Tra gli italiani, Giuseppe Pontiggia e Andrea De Carlo. Nel mio piccolo, credo di essere molto debitore a ciascuno di essi, ma ogni paragone, naturalmente, suona ridicolo, nel mio caso…
La definizione che proponi dello stile con cui è scritto il mio romanzo, grunge, mi sembra molto calzante, perché in effetti è proprio il tipo di risultato che mi proponevo di raggiungere. Una scrittura volutamente scarnificata, come essenziali e, hai detto bene, animalesche, sono certe sensazioni ed emozioni che provano i personaggi principali del mio romanzo, e – spero – anche i lettori del libro.

3. Il sound di Seattle ha avuto due grandi tragici esponenti negli anni Novanta, Kurt Cobain (Nirvana) e Layne Staley (Alice in Chains). Il grunge è di strofe dove la voce è oltremodo sofferta, di ritornelli urlati di dolore. La forma delle liriche è strofa-ritornello-strofa: si cerca di arrivare subito al sodo, niente virtuosismi musicali né lirici. I testi evidenziano soprattutto la frustrazione, la tristezza, la depressione, la rabbia, la ribellione: in un certo il grunge è vicino a quel male di vivere presente negli autori della Beat Generation. “Rockstar” va dritto al sodo, alla rabbia: Phil Summers, leader dei Chaos Manor, ricorda Cobain e Staley. Perché oggi, nel 2007, parlare ancora di miti bruciati, forse anacronistici?

Cari lettori, no, dico, ma capite o no la grandezza di Iannozzi? In un paragrafo asciutto asciutto ti enuclea lo spirito di un’era, di un intero movimento artistico….Battute a parte, concordo in pieno con l’accostamento che fai tra grunge e Beat Generation. La stessa rabbia, la stessa frustrazione, le stesse velleità libertarie e di rivolta che personaggi del calibro di Bob Dylan, Joan Baez, o, più tardi, Neil Young cantarono così bene nei loro brani, sono stati riprese, molti anni dopo, dai migliori interpreti del grunge, secondo me. E sì, c’è molto di Layne Staley e Kurt Cobain nel protagonista di “Rockstar”. Questa schiera di eroi negativi, segnati dall’inquietudine e dal disgusto verso certi meccanismi commerciali e verso certe sicurezze medio borghesi, credo rappresenti tuttora, se non un modello di riferimento per le nuove generazioni, quantomeno un fenomeno interessante, una sorta di isola felice, nell’imperante civiltà dei consumi.
Aggiungi che si trattava di musica vera, energica, sentita. Forse anche elementare, ma non costruita a tavolino per compiacere il pubblico anestetizzato di MTV.

4. Gli anni Novanta, oltre all’affermazione del grunge, hanno visto affermarsi anche le figure dei veejay. L’immagine comincia a primeggiare sulla musica, o meglio l’immagine oscura il messaggio musicale: le veejay sono le vere star, la musica è solo un contorno. Nel tuo “Rockstar” c’è una veejay che fa parte del circuito videomusicale: chi è, qual è il suo ruolo, ma soprattutto che cosa vuole ottenere dalla (presunta) morte di Phil Summers?

Bella domanda! La veejay, per molti versi la reale protagonista del romanzo, inizialmente si interessa al caso della misteriosa scomparsa di Summers per…ragioni di carriera, nel senso che intravede nella vicenda della grande rockstar svanita nel nulla la possibilità di far compiere alla propria, zoppicante, carriera un balzo decisivo. Il problema è che a poco a poco si lascerà coinvolgere dallo spessore artistico e umano di Phil Summers, con conseguenze a dir poco inattese…

5. “Rockstar” è un romanzo di rabbia. Eppure, leggendolo ho avuto come la sensazione che sia stata volutamente un po’ imbavagliata, che non sia stata fatta esplodere completamente, favorendo invece una tristezza e una rassegnazione di fondo. In “Memoria Polaroid”, Douglas Coupland fotografa perfettamente la morte di Dio, paesaggi metropolitani, tristezze infinite à la Billy Corgan, e l’addio di un Kurt Cobain più triste che rabbioso. Che cosa ci puoi dire a riguardo?

In un certo senso hai ragione, perché di fatto il protagonista di Rockstar è uno sconfitto. Dall’establishment musicale, dalla sorte, che lo elimina nel peggiore dei modi. Altrettanto sconfitta, dalle sue vicende personali e dal conflitto con un mondo, quello dei media prefabbricati, è la veejay. Quindi sì, la tristezza e la rassegnazione sono forse gli elementi dominanti, anche se, proprio verso la fine del libro, uno spiraglio sembra intravedersi…

6. Phil Summers è forse il simbolo di una generazione passata, o è anche monito per quella del presente?

Credo sia entrambi. Il presente che ci troviamo a vivere non mi pare più luminoso e promettente del recente passato. E non alludo solo all’ambito musicale…Trionfano e dilagano ovunque superficialità, fretta, arroganza. Come ieri, siamo ancora schiavi del modello capitalistico, ma preferiamo fare finta di niente.

7. A tuo avviso, in Italia, negli anni Novanta, ci sono stati gruppi musicali o cantanti, ci sono stati scrittori che hanno fatto una polaroid della rabbia, dell’alienazione, della tristezza? “Rockstar” vuole forse colmare un vuoto di quegli anni?

Mah, tra gli scrittori italiani, direi che Niccolò Ammaniti sia abbastanza riuscito a rendere certe inquietudini, tipiche di quegli anni. Oltre alla produzione strettamente letteraria penso ad esempio alla sua sceneggiatura di quel piccolo, misconosciuto, eppure a mio avviso geniale, film, Il Siero della Vanità, nella quale quale, guarda un po’, anch’egli rivela un certo astio nei confronti di certa televisione…
In campo musicale, credo siano stati efficaci cantori di quelle istanze i primi Subsonica, o i Bluvertigo di quel pazzo genialoide che risponde al nome di Morgan.

8. C’è un messaggio sociale in “Rockstar”, e se sì, quale?

La domanda è impegnativa, e non so neppure se il lettore di un romanzo come il mio sia disposto a sorbirsi lezioni di morale da un parolaio come me…Posso solo risponderti che nel romanzo ho tentato di rappresentare la falsità – di più – l’indecenza di certi meccanismi tipici del mondo dei mass-media. Quanto sia riuscito nell’intento, beh, come direbbe il buon Lucarelli, questo è un altro discorso…

9. A chi consiglieresti di leggere il tuo romanzo? Per quali motivi? Sì, ti sto chiedendo di autopromuoverti.

Guarda, per quello che può valere il mio consiglio, raccomanderei la lettura del mio libro agli amanti della musica vera, senza particolari distinzioni d’età o di genere. E poi naturalmente  a chi ha amato il grunge: spero che almeno un alito di quello spirito ribelle e libertario spiri tra le pagine del mio “Rockstar”. Che sarà anche un’opera prima, con gli inevitabili difetti ad essa connessi, ma che è anche libro sofferto, scritto con passione e, soprattutto, onestà.

10. Progetti per il futuro? Continuerai a scrivere e a pubblicare sempre con Lulu.com?

Ho appena ultimato la revisione del nuovo romanzo, dal titolo provvisorio “Corri”. È una storia lontana anni luce da quella narrata in “Rockstar”, scritta con uno stile molto differente. Ambientata in Italia, nel mondo del cinema, l’intera vicenda si svolge nell’arco di un fine settimana. Di più non ti dico, perché – e con ciò rispondo all’ultima parte della tua domanda – sono alla ricerca di un editore. Anzi, se qualcuno si trovasse a leggere queste righe…beh, insomma, hai capito no? Vedi, Lulu.com è una bella possibilità offerta a chi desideri autoprodursi in campo editoriale, e non nego che mi sia stata di grande aiuto. Ora però voglio vedere se riesco ad approdare alla sponda dell’editoria tradizionale. Ciò detto, non escludo affatto di ricorrere, magari per altri esperimenti para letterari, a Lulu.com.

Grazie Luigi, sei stato molto gentile.

In bocca al lupo… Grazie a te, Giuseppe. Ce ne vorrebbero, di persone come te. Keep up with the Good Work! 

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Quando Luigi Milani scrisse Rockstar. Intervista all’autore

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  2. furbylla ha detto:

    accattivante spiritosa e intelligente 🙂
    cinzia

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