La Critica? Arma a doppio taglio

La Critica? Arma a doppio taglio

di Iannozzi Giuseppe

Giulio Mozzi

Se oggi Antonio D’Orrico dicesse che Harry Potter è una cagata pazzesca, che Dan Brown è un azzeccagarbugli delle lettere, le sue recensioni negative nei confronti di autori così tanto amati dal pubblico non sortirebbero alcun effetto: riuscirebbe difatti solo ad attirare su di sé un po’ di sano pubblico odio. Ci sono poi libri che vanno avanti solo grazie alle recensioni, solitamente ipertese, o meglio ancora oltremodo pompate e inverosimili: è il caso della recensione che D’Orrico ha affibbiato a “Rio” di Leonardo Colombati, ottenendo come tutto risultato di affossarlo invece di far emergere autore e libro. Leonardo Colombati forse era sicuro che D’Orrico l’avrebbe portato in alto, eleggendolo novello Proust, come già gli era riuscito con Piperno: così non è stato, il post-pipernismo millantato dal critico D’Orrico ha fatto ridere a crepapelle critici e pubblico. Quella che doveva essere una critica per far di Colombati un novello grande scrittore italiano, alla fine si è rivelata un macigno legato al collo del povero Colombati, che non ha potuto far proprio niente per non annegare nel suo “Rio”. Colombati ci ha provato, voleva forse arrivare, entrare in quella schiera di grandi scrittori dorrichiani: non ce l’ha fatta. Perché? Il romanzo non è quel che D’Orrico ci ha raccontato. L’idea del post-pipernismo è diventata una barzelletta sulla bocca di pubblico e critica non di stampo dorrichiano. Non è più tempo per il radical chic, moda che non interessa più il lettore: sono questi, a mio avviso, i precipui motivi per cui Colombati è affondato. Non D’Orrico: difatti siamo ancora qui che ne parliamo, nel bene e nel male; D’Orrico continua ad essere seguito, forse anche in virtù del fatto che ci fa sorridere di tanto in tanto. “Rio” era un libro che avrebbe potuto funzionare discretamente a forza di recensioni oneste, equilibrate. Ma in verità è solo un romanzetto, o il canovaccio per una soap-opera scarsa di mezzi e di idee originali; tuttavia se ci fossero state dall’inizio critiche oneste “Rio” avrebbe trovato maggiori consensi, perché in fondo in fondo le soap-opera sono seguite. Essendo che è stato spacciato per qualcosa di più di una soap-opera, la conseguenza è stata che l’interesse per “Rio” si è quasi totalmente limitato alla non veritiera critica di D’Orrico.

>>> Della “sorte di un autore” decidono, oltre all’autore stesso (che ha molte libertà d’azione): l’editore (la sua direzione editoriale, il suo ufficio marketing, la sua redazione, il suo ufficio stampa), l’agenzia di promozione, l’agenzia di distribuzione (queste due spesso coincidono), i librai, eccetera. E, ultimi ma non ultimi, i lettori. (Giulio Mozzi)

Poco ma sicuro che è come Giulio Mozzi spiega. Giusto sì, ma entro un certo limite.

Ecco perché:

– se un D’Orrico stronca un autore, e i lettori credono in quel che D’Orrico ha detto, c’è ben poco da fare per l’autore: potrà sbracciarsi quanto vuole, ma se gli spettava un successo pari a 100, dopo D’Orrico se lo troverà buttato all’ortiche: il caso Leonardo Colombati, troppo incensato da D’Orrico, dovrebbe far riflettere, difatti si è riso abbastanza, abbastanza perché alla fine sono (forse) più coloro che hanno letto la recensione di Antonio D’Orrico che non quelli che hanno comperato e apprezzato “Rio”;

– l’editore può decidere una strategia di pubblicità, oltre a una di pubblicizzazione; ma la pubblicità non è gratis, costa e non poco, quindi l’editore deve avere capitali da investire per fare pubblicità al libro e all’autore. Diversi canali per la pubblicità, internet con un semplice banner, ma soprattutto giornali, radio e televisione: e qui la pubblicità è molto costosa, quasi mai sicura per un prodotto che è il libro;

– la distribuzione poi è importante, soprattutto per un piccolo o medio editore; non è un problema per il gruppo RCS o Mondadori, ma se il libro è quel che è, anche se portato negli autogrill lì resta, poi finisce, con un po’ di fortuna, nei remainders; e poi, i librai spesse volte sono dei lettori, non dico di libri solamente, di recensioni soprattutto, perché in fondo il loro mestiere è indicare al lettore sprovveduto e poco “lettore” il libro più conveniente ai suoi gusti;

– i lettori si fanno conquistare molto dalle recensioni, siano esse in Rete, siano esse su canali più tradizionali; il lettore “debole”, quello che legge sì e no un paio di libri nell’arco di un anno, praticamente dipende dalle recensioni positive, possibilmente griffate; ma anche il lettore meno navigato, di fronte a una recensione che dice troppo bene di un libro, alla fine, comincia con l’interrogarsi e a far raffronti con altre critiche, spesse volte chiedendo al libraio se è proprio così, che quel libro vale tanto o si è un po’ tanto esagerato.

Io dico che Antonio D’Orrico ha lanciato Giorgio Faletti, ma è forse più vero che Giorgio Faletti ha lanciato Antonio D’Orrico nell’Olimpo: Faletti non era già al tempo di “Io uccido” il primo che capita, vantava già un curriculum non da poco, per Antonio D’Orrico è stato facile farne anche un personaggio utile alla letteratura. Quindi se D’Orrico non l’avesse detto il più grande scrittore italiano, l’avrebbe fatto qualcun altro, poco ma sicuro, magari un Vincenzo Mollica con le debite conseguenze per tutto quel “dopo il lancio di Giorgio Faletti, ecco che Vincenzo Mollica indica un altro grande scrittore…”.

Su Dagospia leggi: Recensioni di Antonio D’Orrico per La Lettura, inserto del Corriere della Sera

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a La Critica? Arma a doppio taglio

  1. furbylla ha detto:

    Già te lo dissi difficile legga le critiche a parte le tue , la scelta di un libro da leggere per me è molto diciamo istintiva basta un titolo, la lettura di una frase, un parte di trama,l’argomento trattato. Molto probabilmente sbagliando ho sempre pensato che il libro è come un quadro “guardandolo” a me può dire molto ad un altro nulla o viceversa. Un pò come quando tu mi dici che quella tua poesia non è nulla di speciale mentre io leggendola ho provato emozione 🙂
    buongiorno
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Mi ricordo. Accidenti, leggi soltanto le mie di critiche. Questo è un onore grande grande e non scherzo affatto.
    Per me, sì, conta anche il titolo, però non è più come quando Truman Capote intitolava il suo capolavoro “A sangue freddo”. Oggi, dietro titoli roboanti, si nascondono libri farlocchi, preferisco quindi di gran lunga leggere per intero il libro e solo dopo esprimere un giudizio. Non mi basta una frase o qualche pagina. Ho letto libri che sembravano promettere mari e monti, e che dopo poche pagine si sono rivelati per delle emerite castronerie.
    Non porrei davvero sullo stesso piano libri e arti visive: il metodo interpretativo e critico è davvero molto molto diverso. Un libro è composto di pagine da leggere dalla prima all’ultima. Un quadro è una opera che trova spiegazione di fronte allo spettatore con un’occhiata, e gli intenditori subito sanno distinguere un’opera d’arte da una sola. A ogni modo, la poesia abbisogna di un altro approccio critico. Sono certo contento che la poesia ti è piaciuta, ma per me è una cosetta così. Che ti devo dire? Riconosco i miei limiti più di quanto non facessi da giovane. 😉

    bacione

    beppe

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