Diego Cugia e il suo “Tango alla fine del mondo”. Recensione e intervista

Tango alla fine del mondo

Diego Cugia

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Tre domande a Diego Cugia

Diego Cugia

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1. Oggi, forse più di ieri, da molti l’immigrazione è considerata un pericolo da combattere con ogni mezzo possibile. A tuo avviso, Diego Cugia, quali sono i motivi per cui la Storia sempre si ripete vedendo nello straniero, nell’immigrato, una minaccia?

Credo perché la maggioranza degli esseri umani ha un rapporto superficiale con la parte oscura della propria personalità, con la propria ombra, che vive come una minaccia e non come una risorsa, un tesoro da scoprire. Lo straniero, l’estraneo, l’immigrato, il diverso da noi, è sempre un’opportunità, soprattutto in una società destinata ad essere multietnica al 100% come quella europea. Ma se hai un deficit cognitivo nel rapporto con il tuo sé profondo, se non sei adulto, quindi in grado di assumerti totalmente la tua responsabilità compresa quella di avere fallito, la scorciatoia è quella di trasferire la propria peste personale in chi neppure conosci, e additare lui come “l’untore”. Risultato? A parte xenofobia e razzismo, si diventa sempre più stranieri a se stessi, fragili e incapaci di reagire ai veri attacchi della vita, quelli sferrati dal nostro “uomo nero” interiore, dai nostri cari, dai nostri amici e colleghi, da tutti quelli che consideravamo affetti “integrati”.

2. Si parla di crisi editoriale, di lettori distratti o che non ci sono (più). La crisi di cui tanto si parla esiste o non esiste? E se esiste, chi o cosa l’ha originata?

La crisi c’è ed è banalissima: la lettura è un’avventura della mente superiore a tutte le altre anche in termini di godimento, ma costa fatica, è una disciplina che va imparata da bambini come lavarsi i denti prima di andare a letto. Oggi siamo drogati d’immagini spacciate da altri e dipendiamo da questo consumo tossico che troviamo dappertutto, su Internet, in tv, sul cellulare. Ci cibiamo di questa “cannabis” che ci rilassa e ha presa facile sulla nostra stanchezza e sulla nostra pigrizia, ma che ci lascia poco o niente. Spesso fissiamo lo schermo senza sapere neppure cosa cliccare o facciamo zapping con il telecomando come mosconi impazziti che sbattono contro un vetro. La via d’uscita è la letteratura, leggere, che è anche la chiave per comprendere quell’immigrato interiore, quell’ombra che disconosciamo, quello straniero incomprensibile che siamo noi quando non leggiamo.

3. Tango alla fine del mondo è alta Letteratura, qui lo dico e non lo nego. La mia speranza è che un numero sempre maggiore di scrittori si renda conto che un certo minimalismo italiano (dozzinale) è controproducente per la narrativa. E’ una speranza, nulla di più. Diego Cugia, a chi è destinato Tango alla fine del mondo? Per quali motivi?

Ho scritto “Tango” perché provavo vergogna per gli anni grigi che stiamo attraversando, l’ho fatto per distrarmi e soprattutto per chi, come i nostri bisnonni emigranti, trasformarono la disperazione in avventura. È dedicato a chi, nonostante tutto, crede ancora ai valori, agli ideali e alla forza delle passioni umane.

Tango alla fine del mondo

recensione di Giuseppe Iannozzi

Tango alla fine del mondo - Diego Cugia

Tango alla fine del mondo – Diego Cugia

Un romanzo che è superba Letteratura, con la “L” maiuscola, è il caso di sottolinearlo. Tango alla fine del mondo è il miglior romanzo di Diego Cugia, ma anche una delle migliori storie che abbia mai letto da almeno dieci anni a questa parte.
Tango alla fine del mondo (Mondadori), senz’ombra di dubbio, è il Capolavoro di Diego Cugia, il suo lavoro più bello e compiuto. Non siamo di fronte a un semplice feuilleton, è bene sottolinearlo, anche se nei risvolti di copertina Tango alla fine del mondo viene così indicato. Il nuovo romanzo del papà di Jack Folla è un lavoro controtendenza, che ricusa il minimalismo purtroppo oggi imperante. Diego Cugia, con un notevole atto di coraggio, dà alle stampe una storia che accoglie tanti elementi della grande tradizione ottocentesca, quella di Dumas padre e Dumas figlio, di Honoré de Balzac e Victor Hugo, ma anche di Giovanni Verga. Sostanza, attualità e stile si fondono in un romanzo più unico che raro, un romanzo che è il ritratto d’un’Italia mafiosa e corrotta ab imis.

Raccontando le vicissitudini della famiglia Maggio, l’autore spiega un’attualità storica che non ha mai cessato di produrre inganni e danni in questo dannato Belpaese. Non sono servite le camicie rosse dei garibaldini per fare dell’Italia un paese unito. Ancor oggi, gli italiani sono un popolo profondamente diviso. E nell’intanto i politicanti si guardano in tralice ma per finta: non disdegnano infatti, quasi mai, di fare i loro personalissimi interessi rubando al popolo italiano, che non è sovrano, bensì sottomesso alla precarietà, a un governo imposto dall’alto che, tra uno scandalo e un altro, continua a vessare i poveri strappandogli con la forza il poco che hanno, costringendoli così a tentare la fortuna altrove.

La famiglia Maggio chiede pane, chiede giustizia in piazza, nel corso d’una manifestazione. Per aver gridato i propri diritti, i poveretti si vedono presto spogliati di ogni cosa: “Maggio Diana e Maggio Olivia, per i fatti di Capaci dell’1.5.1894 siete state denunziate per eccitazione di tumulti e grida sediziose, e in concorrenza con i vostri genitori, Michele Maggio e Gangi Caterina, siete stati tutti condannati alla confisca dei beni”. Non ci sono alternative, i Maggio devono lasciare il piccolo podere a Isole delle Femmine. Obbediscono, non possono fare altrimenti: finire i propri giorni nel carcere dell’Ucciardone non è una alternativa, certo che no.
Don Tano, un mafioso ante litteram, si è invaghito di Diana e si adopera per separarla dai genitori e dalla sorella. Promettendo ai Maggio una vita nuova in Argentina, Don Tano riesce a strappare alla famiglia i risparmi d’una vita, cinquemila Lire. I Maggio sono convinti d’aver acquistato un appezzamento di terreno nel Nuovo Mondo, ma così non è: Don Tano ha loro rifilato una palude, dove il fango è più nero del petrolio. La Sicilia ritratta da Diego Cugia è una terra che accoglie non pochi bravi, quasi tutti sulla falsariga di Alessandro Manzoni, e Don Tano è il più cinico e crudele, disposto a tutto pur di soddisfare i suoi insani appetiti.
Non ci sono i soldi per quattro biglietti per il piroscafo, così Diana è costretta a rimanere in Sicilia, in attesa che il padre, Michele, dal Nuovo Mondo le faccia arrivare i soldi per il biglietto. Il piroscafo lascia il porto e subito Tano fa prigioniera Diana. La giovane viene reclusa e più volte violentata da Tano. I carabinieri non muovono un dito. Il maresciallo copre i delitti di Don Tano. Lui sa dei suoi traffici illeciti, delle sue voglie, e lo asseconda perché così gli conviene, non solo per paura dunque. I tanti delitti commessi da Tano sempre sono stati occultati dal maresciallo dei carabinieri. Di certi carabinieri non ci può proprio fidare. Peccato che Diana Maggio questo non lo sappia ancora.
La famiglia di Michele Maggio sbarca in Argentina, in mezzo al fango. Senza risorse, Michele riesce comunque, grazie a un colpo di fortuna, a trovare un impiego. Non ha però modo di raccogliere i soldi per il biglietto di Diana, che è rimasta in Sicilia. E come se ciò non bastasse s’invaghisce di doña Blanca Flores, la moglie del suo datore di lavoro. Michele, nei suoi momenti di tristezza e rabbia, dà vita al tango che strega doña Blanca. Per la prima volta, Michele è attirato da una donna che non è sua moglie. Gli ci vuol poco per dar vita a quella che, a ragione, si può definire una liaison dangereuse. Tanti i colpi di scena, le figure che danno corpo al tango e alla sua sensualità. Per Michele e doña Blanca vivere diventa improvvisare. E l’amore e la passione presto trovano sfogo in un atto puro e completo. Michele quasi dimentica la figlia, per donarsi al tango e a doña Blanca.
L’inesorabile caduta di Tano inizia quando si scopre innamorato, disposto a osare davvero troppo alla luce del sole pur di ghermire la sua preda, Diana. Completamente invasato, uccide a sangue freddo, lasciando dietro di sé testimoni e tracce. A un certo punto, il maresciallo dei carabinieri non può più permettersi di coprirlo, così Don Tano è costretto a tagliarsi i baffi per rifugiarsi in Argentina dove incontrerà Michele Maggio.
In terra siciliana, Diana attende che il padre le invii i soldi per il biglietto e ricongiungersi così con la famiglia. Non immagina che il padre è preso da altri affari, da affetti che l’hanno suo malgrado travolto impegnandolo in una passione proibita. Al contrario di Olivia che è timida remissiva e fragile, Diana è ribelle e non si piega: se, giorno dopo giorno, il presente si presenta a lei più infido e crudele, lei non ha tema di affrontarlo a muso duro. Diana non si lascia schiacciare dal maschilismo imperante. E’ lei l’incarnazione di quella femminilità che non crede nel Fato e che combatte per un futuro migliore, per riscattare l’Isola delle Femmine e, non da ultimo, per ottenere vendetta contro chi ha abusato del suo corpo con la violenza e l’inganno.

In Tango alla fine del mondo c’è una costellazione di personaggi, di anime alla deriva, indipendentemente dal fatto che siano esse buone o cattive. Diego Cugia intesse una storia che è soprattutto specchio dell’attuale momento storico. Se è ancor oggi valido quanto Giuseppe Tomasi di Lampedusa scriveva ne Il Gattopardo (“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”), con uguale forza gattopardesca, Cugia disegna perfettamente l’immobilità dello Stato italiano e la corruzione imperante in cui versa. Le promesse di cambiamento rimangono sempre e solo delle promesse, che presto sia lo Stato che la maggior parte dei cittadini dimenticano nel babilònico urlare di certi Napoleoni, ma anche nel parlare ozioso, da soap opera, di quanti oggi si dicono rottamatori.
C’è più d’un valido motivo per leggere Tango alla fine del mondo, ma forse il più importante è quello di tornare a pensare con la nostra propria testa, per non essere più vittime e carnefici di noi stessi.

Leggi qui un estratto del libro

Tango alla fine del mondoDiego Cugia – Mondadori – Collana Omnibus – 2013 – ISBN-13 9788804609308 – pagine 550 – Euro 14,90 – ebook: Euro 6,99

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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