Salman Rushdie. Furie shakespeariane. Il più grande scrittore vivente

Salman Rushdie. Furie shakespeariane

Il più grande scrittore vivente

di Giuseppe Iannozzi

Salman Rushdie

Salman Rushdie

Salman Rushdie è nato a Bombay nel 1947 e si è trasferito a Londra quando aveva appena quattordici anni. Per anni, dopo la pubblicazione de I versi satanici, opera mirabile di fantasia, filosofia e religione, l’autore è stato un “fuggitivo” nel vero senso della parola; e se oggi ha ancora la testa attaccata al corpo, può ben dirsi fortunato perché in suo favore si sono mobilitati alcuni fra i più eminenti intellettuali. Per la cronaca, Bono Vox, si è adoperato non poco per aiutare Rushdie; il testo della bellissima canzone, The ground beneath her feet, contenuta nella colonna sonora del film The Million Dollar Hotel di Wim Wenders, è stata scritta da Salman Rushdie: un regalo d’amicizia al leader degli U2?

Salman Rushdie, autore di importanti Capolavori ricchi di fantasia e genuina spregiudicatezza investigativa intorno al panorama uomo, è forse il più grande scrittore contemporaneo vivente, un moderno Shakespeare che ha regalato alla nostra cultura romanzi importanti come I figli della mezzanotte, La vergogna, I versi satanici, Harun e il mar delle storie, L’ultimo sospiro del Moro, Est Ovest, La terra sotto i suoi piedi, Il sorriso del giaguaro, Patrie immaginarie, Grimus, ecc. ecc.

Una delle ultime fatiche di Salman Rushdie è Furia (Fury): gli dèi fanno impazzire chi vogliono distruggere, le Furie aleggiavano sopra Malik Solanka, sopra New York e l’America, lanciando i loro ululati. Nelle strade sottostanti il traffico risponde con un rabbioso urlo di assenso: “La vita è furia, aveva pensato. La furia – sessuale, edipica, politica, magica, brutale – ci porta alle più nobili altezze e ci spinge alle più ignobili bassezze. Dalla furia nasce la creazione, l’ispirazione, l’originalità, la passione, ma anche la violenza, il dolore, la semplice e intrepida distruzione, il dare e ricevere colpi dai quali non ci riprendiamo più. Questo è ciò che siamo, ciò che cerchiamo di dissimulare attraverso la civiltà: la terrificante belva umana che abbiamo dentro, l’esaltato, trascendente, autodistruttivo signore del creato.”

Malik Solanka, il protagonista cinquantenne ex professore di filosofia, vive a Manhattan, dopo aver abbandonato la moglie e il figlio a Londra. E’ un uomo ricco, grazie all’enorme successo commerciale di una bambola da lui creata, la bambola Little Brain che per anni è stata al centro di una popolare trasmissione TV in cui dialogava con grandi figure e pensatori del passato. Little Brain, per molto tempo, si è quasi sostituita a Solanka: la bambola è diventata il vero cervello di Solanka, una bambola capace di pensare la “filosofia”! Solanka, alla fine, non ha potuto più sopportare una situazione tanto assurda. Ad un certo punto si è reso conto che la vita gli doveva qualcosa, un qualcosa non quantificabile. Così Malik Solanka, storico delle idee in pensione, irascibile fabbricante di bambole, un giorno cambia radicalmente vita e mondo (!): decide di abbandonare la famiglia senza una parola di spiegazione e fugge a New York. Malik Solanka sente una furia agitarsi dentro di sé e teme di diventare un pericolo per quelli che ama, o che almeno crede di amare sinceramente; sbarca quindi a Manhattan nel momento in cui l’America è al vertice della sua ricchezza e del suo potere, nell’ora più alta della sua ibrida, onnivora potenza, con il solo intento di annullarsi, “Mangiami, America, e donami la pace”. Ma l’intorno che lo circonda par quasi che divori il povero storico delle idee: i tassisti sputano invettive a ogni semaforo, un serial killer uccide le donne con un pezzo di cemento, battibecchi e litigi, meschinità e risentimenti percorrono la metropoli da un capo all’altro. Solanka cede e i suoi sentimenti, le sue emozioni, i suoi desideri diventano travolgenti, sfrenati, folli: nel suo destino c’è una giovane donna con un berretto da baseball, una strana attivista di nome Mila Milo, una idealista, forse l’ultima, che vuole salvare l’umanità. Poi un’altra donna, la bellissima Venere bruna, Neela: Solanka proprio di questa Venere s’innamora, e lei gli fa conoscere un’altra furia, lontano, in un diverso angolo del mondo. Ma la vita di Solanka si complica ulteriormente: Jack, ex corrispondente di guerra, che si nutre del mito di Hemingway, non gli dà requie, e per giunta un serial killer ha iniziato a uccidere giovani donne. La vita di Solanka non è più la sua vita: non gli appartiene più, in nessun senso. La vita di questo professore non è, è addirittura peggiore di quella che Little Brain aveva assorbito nel suo corpo-cervello di bambola.

“I giornali del mattino erano pieni di articoli sul genoma umano. Lo definivano la migliore, fino a quel momento, dello ‘splendido libro della vita’, un’espressione variamente usata per descrivere la Bibbia e il Romanzo; anche se questo nuovo splendore non era affatto un libro, ma un personaggio elettronico affisso a Internet, un codice scritto con quattro aminoacidi, e il professor Solanka non si intendeva di codici, non era mai riuscito a imparare neanche il più elementare latinorum, e meno ancora le segnalazioni con le bandierine o il Morse ormai defunto, a parte ciò che sapevano tutti.” Da questo breve brano, si comprende perfettamente che Rushdie-Solanka rifiuta l’uomo come mero oggetto.

Rushdie ci dice che l’uomo è vittima delle Furie che si agitano nell’anima, e ancora ci dice che l’anima è costretta a seguire la loro volontà  (o quella degli dèi, se si preferisce) per tentare di scoprire l’identità che appartiene all’uomo. I personaggi di Rushdie si interrogano come Amleto. Non credo sia un errore definire Salman Rushdie uno Shakespeare moderno.

La fantasia di Salman Rushdie è arte e virtuosismo allo stesso tempo, fantasia e dissacrazione dei common places: essere o non essere? I personaggi di S. Rushdie non possono fare a meno di essere amletici nelle loro scelte, nei loro comportamenti, e il mondo che gli ruota attorno è amletico pure esso.

Furia è un capolavoro, forse il più bel romanzo scritto da Salman Rushdie. Mirabilmente tradotto da Vincenzo Mantovani, è una lettura che non mancherà di entusiasmare per la fortunata ricchezza fantastica commista a temi brucianti e attuali. Furia disegna la lotta per la sopravvivenza in un mondo scevro di valori, ma anche l’uomo inteso come oggetto da una società solo virtualmente civile, la religione che diventa filosofia e viceversa e poi si fa passare per necessaria politica, la ricerca di una identità reale in un mondo di simulacri (bambole). Le Furie agitano l’animo umano e tutti ne sono vittime (in)consapevoli. E’ troppo poco? Sì, è troppo poco, perché Salman Rushdie affronta molti altri temi scottanti con ironia e tragicità amletica. Sono tutti in Furia, e bisogna solo aver il coraggio di scoprirli.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Salman Rushdie. Furie shakespeariane. Il più grande scrittore vivente

  1. furbylla ha detto:

    ma lo sai questo tuo post è veramente coinvolgente sia per l”‘entusiasmo” da parte tua che si percepisce sia per quanto riporti riguardo lo scrittore e il libro. Ne faccio tesoro.
    buongiorno
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Quando i libri sono dei Capolavori, non può mancare l’entusiasmo. E’ una sorta di orgasmo, almeno per me, leggere un bel romanzo, un vero romanzo, non le baggianate che purtroppo infestano le librerie e che occupano spazio togliendolo a tanti autori che meritano veramente. Che diavolo vuoi me ne freghi a me d’un Volo o d’una Liala? Niente. Mi fanno solo incazzare ma di più mi fanno incazzare i librai che li tengono in primo piano pensando che così è bene.

    Salman Rushdie è poi il mio scrittore preferito, l’unico autore contemporaneo vivente che a ragione merita il premio Nobel per la Letteratura. Leggere Rushdie è come leggere un moderno Shakespeare. Se ami Shakespeare – e tu ben sai quanto lo amo, non a caso uno dei miei nickname è King Lear – non puoi non amare Rushdie. Ho letto tutti i suoi libri, ogni cosa. Per me questa è la vera Letteratura, scritta con il cuore e con la mente, dove milioni sono le strade e milioni le sfumature.

    Poi dici perché ti incazzi?
    “Furia” (Fury, questo il titolo originale), un libro di Salman Rushdie, non c’è già più in libreria. Perché? Per quale assurda ragione editoriale? Perché siamo in Italia, in un paese che la cultura l’hanno buttata nel cesso per fare spazio ai libercoli di Renzi e affini. E allora sì, che si scatenino contro ‘sti caproni le Furie. Un paese che rinnega, che censura la cultura a favore della stupidità è un paese che ha deciso di morire, e difatti l’Italia è morta e sepolta.

    Ti chiederai: ma avevi detto che non facevi più il critico!
    E’ così. Recensisco solo classici, veri Libri e non paccottiglia.

    beppe

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