Fabio Ciofi. Personaggi, bicicletta e indifferenza. Intervista all’autore di Iannozzi Giuseppe

Fabio Ciofi. Personaggi, bicicletta e indifferenza

Intervista all’autore

di Iannozzi Giuseppe

Intervista realizzata nel gennaio 2005

1. Chi è Fabio Ciofi, poeta e scrittore?

Fabio Ciofi

Fabio Ciofi

E’ uno che ha cominciato a scrivere per il motivo più bello e banale al tempo stesso: per amore. Un amore ferito, naturalmente, non corrisposto. Al quale ha pensato di ribattere con rabbia attraverso l’espressione poetica. Io nasco in versi, se così si può dire, nel senso che tutto ciò che ho iniziato a comporre prevedeva la struttura metrica e l’andare a capo non perché il rigo finiva, ma per necessità “emotiva”. La prosa è una conquista matura, forse concomitante con la parte finale, e più corposa, degli studi filosofici, che hanno acuito in me la tendenza alla riflessione e alla sentenza. Studi filosofici che ancora mi porto dietro quale inseparabile coperta di Linus. Credo che la filosofia, ma in particolare l’attitudine al pensare, sia esercizio indispensabile per chi voglia scrivere del mondo e dei suoi più svariati aspetti. Uomo compreso.

2. Come ti sei avvicinato alla poesia? E al romanzo?

La poesia mi è venuta incontro attraverso un medium d’eccezione: Montale. Lo studiavo a scuola, alle medie inferiori, soprattutto la lettura degli “Ossi” è stata per me una rivelazione, mi ha fatto capire in che direzione doveva andare il mio impegno, il mio modo di dire le cose. Poi il resto lo devo a due persone straordinarie, Attilio Lolini e Franco Buffoni, i primi a credere nelle capacità del sottoscritto e a passare, dal solito giudizietto di maniera, ai fatti concreti. Ma a dire il vero, per completezza, il mio ricordo e il tributo più grande va a due maestri, che ho avuto l’onore di conoscere ancora in vita: il mio “quasi” compaesano Romano Bilenchi, a casa del quale ho passato momenti incredibili, ammaliato dai suoi racconti sulle sue esperienze giornalistiche, la Resistenza, il suo dissidio col Pci, insomma, una pagina di storia. Per non dire dei gustosissimi aneddoti che ogni volta sciorinava sul mondo editoriale e i suoi primattori e comparse. Senza entrare nello specifico, davvero si trattava di ritratti indimenticabili. Grazie a Romano, in seguito, ho avuto la possibilità di conoscere uno dei maggiori poeti del novecento, Giorgio Caproni. Al grande livornese le mie poesie piacquero e mi spronò a continuare. Inutile dire che ho seguito il suo consiglio.

Per quanto riguarda il romanzo, l’approccio è stato molto più variegato. Nel senso che ho spaziato dai grandi russi come Gogol e Dostoevskij a Kafka, Musil, Bernhard(che a mio modesto parere rimane una delle vette assolute della narrativa mondiale), ai contemporanei de Lillo e Pynchon passando per Vonnegut, Mailer, Richler (immenso), Palahniuk, ecc.. Adesso non vorrei mettermi lì a fare l’elenco completo. Dico solo che “au bout de la nuit” sono arrivati Céline, Proust e Joyce. Poi si è trattato di “assemblarli”, e l’assemblaggio è tuttora in corso ed è di una difficoltà infinita.

3. Che cosa ha significato per te scrivere un romanzo come “I Personaggi”? Quali le difficoltà a livello personale nell’affrontarne la stesura?

Intanto scrivere un romanzo ha per me significato mettermi alla prova. Fino a quel momento avevo scritto solo racconti, confluiti nella raccolta “Il paese di C.” per Mobydick, nel 2001; a livello personale posso dirti che si è trattato di una esperienza intensissima, nel senso che ho cominciato a scriverlo a inizio estate 2003 ed a fine agosto era praticamente concluso. Lo definirei, nonostante le successive limature e rifiniture, un romanzo “di getto” e per uno che si era pressoché convinto della propria incapacità a scrivere un romanzo, è stato davvero come uno shock. Certo è un romanzo atipico, non tradizionalmente inteso, ma in fondo il novecento è il secolo della “morte del romanzo”, secolo cioè che ha visto il sorgere di formidabili pagine di narrativa tutte non tradizionalmente intese, eppure strepitose.

4. “I Personaggi” è un romanzo che, per certi versi, ha rappresentato – e rappresenta – un mezzogiorno di fuoco editoriale: onde fugare possibili dubbi e cattive interpretazioni da parte dei lettori e dei critici, nel tuo romanzo c’è anche accusa contro il sistema editoriale o, più semplicemente, è un romanzo che racconta una storia?

Il romanzo in primis racconta una storia, non come detto una storia tradizionale con tanto di inizio, centro e fine il tutto miscelato in giuste proporzioni e coi perfetti tempi narrativi. E’ volutamente una storia magmatica che ha per protagonista un personaggio similparanoico ma che non lo è, che finge di sdoppiarsi per liberarsi dal peso di una cappa angosciante: la cappa della mediocrità. Ecco che allora, libero da ogni freno inibitorio e convenzione sia individuale che collettiva e sociale, si inventa un personaggio iconoclasta che dà sfogo a tutto il senso di oppressione che si porta dentro e che lui individua nel fatto di “subire gravi ingiustizie” un po’ ovunque: nel lavoro, nell’amore, nel destino e, last but not least, in quella che lui considera la sua grande missione: scrivere. Io dico che la storia ha una sua valenza, forte valenza, mi permetto di dire, universale, poiché pur partendo da una base autobiografica(il lavoro, la scrittura, ecc.), può benissimo adattarsi a migliaia, milioni di vite in conflitto con se stessi e con le proprie attitudini, il loro modo di vita non sempre scelto e/o cercato.

Nello specifico, riguardo al mondo editoriale, è sfuggito a molti l’intento stilisticamente provocatorio di questo libro(non a te Giuseppe): questo libro è scritto “in un certo modo” per parodiare lo scrivere “in un certo modo”. Purtroppo molti hanno stoltamente individuato nell’assenza di punteggiatura(ma riprenderemo il discorso) una semplice volontà “neoavanguardieggiante” che manco mi è passata nell’anticamera della mente.

5. Nell’Introduzione a “I Personaggi”, il sottoscritto scrive: “…l’Autore non dà semplice stura allo sfogo artistico-espressivo di denuncia tanto per abbaiare: è una storia completa quella che Ciofi racconta, una storia lunga, dove i personaggi sono tanto reali quanto fantastici, dove l’affabulazione scatena una girandola di avvenimenti e relazioni possibili e impossibili, dove la realtà si mischia all’irrealtà e all’assurdità di essere coinvolti, per forza, perché autori, nel bailamme editoriale.” Quanto ti ci ritrovi in questa asserzione? In che misura? E, soprattutto, perché?

Mi ci ritrovo perfettamente. Perché l’intenzione era proprio quella da te descritta: mischiare le carte, rovesciare la situazione. Rendere gli aspetti del romanzo per certi versi talmente inverosimili da sembrare iperrealistici. In modo da lasciare nel lettore l’impressione, o meglio un senso di smarrimento, che è il senso di smarrimento della vita stessa, del suo significato, delle scelte “forzate” che in quanto tali nemmeno possono essere definite scelte. La gabbia del quotidiano vista dal di dentro con distacco e furore, con disprezzo e amore, una miscela di sentimenti che alfine punta al cuore non tanto della letteratura o dello scrivere, che sono solo e sempre mezzi per comunicare, spesso, insoddisfazione e impossibilità di cambiare, quanto al nucleo che pulsa in ogni essere umano: la percezione di sé.

6. Lo stile de “I Personaggi” è particolare, è una lunga, lunghissima tirata, un vortice quasi che assorbe parole e punteggiatura. Ci potresti dire il motivo per cui questo stile e non un altro, magari più semplice, o commerciale?

Sulla scelta stilistica avevo già accennato in precedenza, ma riprendo molto volentieri il filo del discorso. Volevo usare uno stile che facesse la parodia a un certo modo di scrivere. E lo si sa, l’intento parodico meglio riesce se si porta alle estreme conseguenze l’oggetto di tale intento. Così via la punteggiatura e solo pause di senso e interpretazione. Ho immaginato la lunga tirata, come dici te, Giuseppe, al pari di una piccola palla di neve che rotolando lungo un pendio diventa sempre più grande sempre più grande fino a divenire un enorme e compatto masso bianco che si va a schiantare contro la baita dell’ipocrisia letteraria fatta di compromessi e usi impropri di lingua.

7. E’ giusto dire che “I Personaggi” (edito per le Edizioni Il Foglio) sono espressione d’un mondo, di un microcosmo personale che coinvolge il macrocosmo italiano per disegnarne difetti e pochi – ma davvero pochi – pregi?

Sì, ma oserei andare oltre. Si tratta di una caratterizzazione universale, dove il bersaglio principale è l’ipocrisia. Tutto, nello stile e nei contenuti, in questo romanzo, punta a colpire la parte più infida di noi stessi, quella che ci ripromettiamo sempre di analizzare ma che non scandagliamo mai perché ci procurerebbe dolore, sofferenza. Il protagonista del romanzo raschia fino in fondo il proprio barile emozionale per fornire di sé un ritratto il più possibile reale, talmente reale da sembrare strampalato, pazzoide, se vogliamo. Eppure, questo è un altro dei tanti messaggi che questo libro prova a lanciare; se togliamo i fronzoli, se smettiamo di barare con la nostra coscienza(o quale cavolo di nome vogliamo darle) e riportiamo a galla le motivazioni del nostro essere scevre da maschere e pose manierate, allora forse la speranza di andare oltre il livello della pura comprensione letterale può manifestarsi, perché uno dei grandi problemi di questa nostra era è che non ci intendiamo, ci parliamo di proposito in modo da non intenderci. E la scrittura, che è comunicazione, deve svolgere il compito fondamentale di favorire lo sviluppo dialogante, altrimenti diventa mera esibizione metaletteraria.

8. C’è (una) differenza fra il Poeta e lo Scrittore che è Fabio Ciofi? E se sì, perché?

Beh, la prosa e la poesia sono due modalità espressive così diverse, da importi scelte formali e stilistiche molto distanti fra di loro. Io però credo di essere sempre sostanzialmente lo stesso, o almeno spero di riuscirvi; nel senso che il bagaglio accumulato attraverso i miei studi filosofici mi porta comunque a una weltanschaung ben precisa che si palesa in ogni mia composizione, sia essa in versi che a carattere narrativo. Cambiano, inevitabilmente, i termini formali del discorso, poiché la poesia procede spesso, e la mia non fa eccezione, per grumi di senso, per “fiammate” analogiche, simboliche, metaforiche che non abbisognano di una linearità, di una cogenza logica. Il campo della significazione poetica può spaziare dagli accostamenti per associazione di tipo freudiano fino al preponderare del non detto e della mezza reticenza o ancora del martellamento fonico. Cercare di riprodurre in narrativa questo genere di impostazioni non è assolutamente facile, ed anzi, rischia di risultare inconcludente, o di venire bollato come “il solito tentativo in prosa di un poeta”, giudizio non proprio edificante poiché sta a voler manifestare l’incapacità di immedesimarsi in un universo che necessita di altri ingredienti retorici.

La storia della letteratura è piena zeppa di grandi e grandissimi poeti che non hanno mai scritto un romanzo e viceversa, di formidabili romanzieri alquanto a disagio – per usare un eufemismo – nella padronanza del verso. La questione non è di poco conto, quindi. E pur partendo da una poetica, una visione, una mappa teorica ben delineata, occorre poi la non innata – poiché si nasce sempre con una particolare predisposizione o all’una o all’altra – capacità di sapersi ben districare fra poesia e prosa, tenendo conto delle loro suddette specificità. Tornando al sottoscritto, posso dirti che la mia modalità espressiva “congenita” è la poesia; quanto alla prosa si tratta e si tratterà di una acquisizione continua di nuove opportunità derivanti da letture e incontri. Per il resto, e in questo il Ciofi poeta e quello scrittore sono davvero la stessa cosa, non sono mai soddisfatto fino in fondo di quello che scrivo. Ed è ciò che mi spinge a riprovarci, a intraprendere ancora la via dell’opera successiva.

9. “L’indifferenza dal punto di vista delle cose” è la tua ultima raccolta poetica per i tipi Lietocolle: vorresti parlarcene?

In Lietocolle, prima che un editore, ho trovato un gruppo di amici che hanno veramente a cuore la poesia, la passione per essa. In primo luogo devo molto a Diana Battaggia, la mia principale referente, che si è occupata di tutte quelle faccende “burocratiche” che tanto angosciano gli autori. Il libro raccoglie una silloge di una quarantina di poesie, scritte successivamente all’ultimo testo apparso in volume per i tipi di Joker, del 2000, intitolato “Vae victis”.

Il tema che affronta è insito nel titolo stesso, ed è un tema che riguarda le cose, gli oggetti, il mondo inanimato che ci circonda. E’ chiaramente un tema che viene assunto per mille pre-testi atti a chiamare in causa il concetto di indifferenza anche “dal punto di vista degli umani”, oltre naturalmente ad invitare alla riflessione, di chiara matrice filosofica(penso a Nietzsche e a Wiitgenstein e a Heidegger), su tempo, nichilismo, senso e “indifferenza “ del linguaggio rispetto ai propri corrispondenti materiali, ai propri correlativi oggettivi.

10. Nella lirica che dà poi il titolo alla silloge, questi tuoi versi: “Il tempo è uno spazio che boccheggia/ senza fiato. Un alone d’affanno/ che non parteggia. […] Il sistema ha già decretato./ Non farti ingannare dal punteggio/ incerto. La sabbia nella clessidra/ è il deserto.” Quale l’interpretazione dal punto di vista dell’Autore, Fabio Ciofi?

Eh, già, come dicevasi: tempo, senso, nichilismo. Sono in effetti tre delle mie principali “ossessioni” poetiche, e non solo. “La sabbia nella clessidra/è il deserto” credo non lasci adito a dubbi.

11. A proposito de “L’indifferenza dal punto di vista delle cose”, scrive Giammario Lucini: “…seguendo il pensiero del logico austriaco, Ciofi non prende neppure in considerazioni le nebulose titubanze cartesiane, la possibilità di inganno o di vivere in un sogno, ecc. ecc., è ovvio che la materia del suo poetare è la realtà più cruda dei fatti, presa, come suo carattere, di petto e talvolta con violenza verbale.” Potresti spiegarci che cosa significa per te “la realtà più cruda dei fatti”?

A questa domanda ti posso rispondere semplicemente autocitandomi(mi perdonerai…):”(…)bioetico un cazzo, con la rata scaduta/e questa vita da canaglia.” Ecco “la realtà cruda dei fatti”, la quotidiana lotta, ecc.ecc. Poi, che esistano mondi possibili, paralleli, repubbliche delle idee governate dai filosofi, la possibilità di vivere come in un sogno, l’inganno, a me non interessa se trattasi o no di illusioni, è ininfluente, inutile, quindi non vale la pena di prenderlo in considerazione, che era poi la teoria di fondo, in pillole, certo, del grande logico austriaco Ludwig Wittgenstein.

12. Quali le dimensioni poetiche nella tua ultima silloge? Ma ci sono? E se sì, come comunicano fra di loro?

Diciamo che cerco di curare molto la corrispondenza fra il piano dei contenuti e quello dello stile, che poi è una delle peculiarità fondanti della poesia. La dimensione filosofica è spesso esplicitata dalla chiusa, di solito una sentenza fintoironica o apertamente paradossale che ricalca la mia predilezione per l’epigramma e per l’aforisma, mentre l’aspetto ritmico è sottolineato con frequenza da rime accostate, assonanze, quasi rime, rime al mezzo, omofonie, lallazioni et similia.

Per quanto riguarda i registri, mi piace passare da un aulico riadattato ad un parlato comune ove inerire proverbi, motti, detti, anch’essi rivisitati, al fine di ottenere quell’effetto di straniamento e rovesciamento che, nelle intenzioni, dovrebbe accostare la lettura di queste poesie a un crescendo dove il caos e, di conseguenza, l’entropia, la fanno da padroni. Poi, essendo il linguaggio poetico di per sé polisemico e pluridimensionale, lascio a chi di dovere individuare altri aspetti e/o sfumature.

13. Che cosa è per te la Poesia, quella che è Tua, oggi?

Poesia per me oggi è soprattutto resistenza. Alla realtà, alla tentazione di lasciar perdere, a non indulgere verso se stessi. La mia è una visione eroica, per certi versi “epica” della poesia. Non tanto nelle forme, ma nei contenuti, e, in particolar modo, nell’approccio mentale. Una forma di lotta, insomma. Contro, come già detto, un nugolo di “nemici” più o meno domestici, più o meno pubblici, più o meno politici, sociali, economici. E’, fondamentalmente, la rivendicazione forte e indissolubile, della propria libertà, della propria indipendenza.

14, So che hai diversi progetti che a breve che si concretizzeranno in “La bicicletta” (raccolta di racconti per i tipi Mobydick) e “Va tutto bene” (silloge per i tipi Manni, Lecce): potresti accennarci qualcosa…

Per quanto riguarda “La bicicletta”, direi che siamo a buon punto, visto che ha già superato il giro delle seconde bozze, per cui penso che a marzo già la si dovrebbe poter trovare in libreria. Perché nonostante il discorso fatto in precedenza sui piccoli editori e sulle loro difficoltà di diffusione e distribuzione, Mobydick la si riesce abbastanza agevolmente a reperire nelle librerie del nord e della Toscana(Firenze soprattutto). Si tratta di dieci racconti che prendono il titolo dal primo della suddetta raccolta e che, rispetto alla precedente, “Il paese di C.”, (sempre Mobydick, anno 2001), presenta un tentativo spero realizzato di allungare il passo narrativo e distinguerlo sempre più da quella gabbia retorico-poetica della quale parlavo sopra.

La nuova raccolta in versi, dal titolo ancora provvisorio, attualmente la ribattezzerei “Va tutto lento”, nel senso che devo rivedere diverse cose, sostituire alcune liriche, altre depennarle del tutto e rendere minimamente organico un complesso di oltre 100 poesie(operazione non facile vista anche la tendenza alla lirica conclusa in sé che mi contraddistingue).

Sottolineerei infine l’uscita di due libri che riguardano, anche se non in maniera esclusiva, il sottoscritto: il primo è stato pubblicato in Inghilterra, dalle edizioni Troubador (va a finire che mi fanno baronetto!) ed è un testo antologico dal titolo “Poesia del dissenso” che raccoglie sillogi mie, di Rossano Astremo, di Erminia Passannanti (che ne è anche la curatrice) e Gianmario Lucini. Il secondo è stato dato alle stampe dalle edizioni Interlinea di Novara, è a cura di Marco Merlin, condirettore della rivista Atelier, e si chiama “Poeti nel limbo”, dove sono antologizzato assieme ad un nutrito gruppo di “colleghi” nati negli anni che vanno dal 1952 al 1965.

Entrambi i libri sono usciti verso la fine dell’anno appena trascorso.

15, Fabio Ciofi ieri, chi era/chi è? E Fabio Ciofi, quello di oggi?

Se posso farmi un complimento, sono uno che vent’anni fa già prevedeva come sarebbero andate le cose oggi. Se posso farmi un rimprovero, l’averlo previsto non ha fatto sì che ciò non si avverasse! Per il resto, credo di aver imparato, rispetto al passato, a convivere con l’impazienza, con la noia, la quotidianità, la monotonia, il vuoto, la paura. Poi potrei tediarti con quelli che erano i sogni e le illusioni, tipo fare il giornalista, lo scrittore, divenire un grande giocatore di ping pong. Oggi vorrei solo guardare un po’ meno indietro, occuparmi di più delle persone che mi stanno vicine(ma la smetto che altrimenti entro di diritto in una delle storie del libro “Cuore”) e continuare a conoscere persone preziose come te e tutto il gruppo di King Lear.

16. Grazie Fabio, sei stato gentilissimo. Ti lascio libero di esprimerti a ruota libera, magari dicendo su un argomento importante che, attraverso le domande di questa intervista, ho dimenticato di toccare. A te la parola.

Grazie a te Giuseppe. Intanto due parole per dire che spero di continuare a lungo a collaborare con King Lear e col gran bel gruppo che lo compone. Un saluto a tutti. Poi, per concludere, vorrei tornare sul mondo editoriale per annotare che forse qualcosa si sta muovendo, forse non è la luce alla fine del tunnel, ma l’antologia cucchiana sui giovani trentenni per Mondadori, quella di Merlin sui loro fratelli “maggiori”, quella “pregnante” di Gian Ruggero Manzoni per le edizioni Diabasis, mi inducono a pensare che magari anche la critica, a lungo latitante, riprenderà di nuovo ad occuparsi del presente, dell’esistente, che al momento mi pare di poter affermare che è davvero consistente (perdonate la rima!), abbandonando lo sdegnoso aventino sul quale da qualche tempo si è ritirata. Critici del calibro di Giampiero Marano, Emanuele Trevi, lo stesso Merlin, Sandro Montalto, Massimo Sannelli, Giuseppe Iannozzi, Gianmario Lucini, Gianfranco Fabbri, Roberto Galaverni, Gian Ruggero Manzoni e altri che adesso ometto per non dilungarmi troppo nell’elenco, fanno davvero ben sperare.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
Questa voce è stata pubblicata in arte e cultura, attualità, autori e libri cult, critica, critica letteraria, cultura, editoria, Iannozzi Giuseppe, Iannozzi Giuseppe detto Beppe, interviste, letteratura, libri, narrativa, poesia, romanzi, società e costume e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.