“La mia piccola Barbarella (o del perché amo le bionde)” di Iannozzi Giuseppe

La mia piccola Barbarella

(o del perché amo le bionde)

di Iannozzi Giuseppe

Jane Fonda

Jane Fonda

Libri di Beppe Iannozzi. Acquista dall’editore

La lebbra

per Cinzia
che riconosce in me
il bambino che ancor c’è

Lei per me era Barbarella. Un piccolo grande sogno di sette anni.
Sedeva in prima fila. Il suo banco era sempre pulito. Non era come le altre bambine. Lei era ordinata. Il diario non lo pasticciava né lasciava matite colorate o pastelli sul banco. Non c’era mai un foglio fuori posto dove sedeva la mia piccola Barbarella. Io la fissava per dei minuti interi, nonostante fossi timido e ben più che imbranato. Con le bambine non ci sapevo proprio fare. La lingua mi diventava un tappeto di sabbia non appena mi trovavo di fronte a una bimba che invano si offriva di disegnare o di dividere la merenda con me. Diventavo rosso per un niente suscitando l’ilarità dei compagnetti di classe. Loro erano perlopiù dei teppistelli cresciuti nei cortili a tirare calci a un pallone. Io no. Io non avevo mai voluto mischiarmi a quei ragazzini che passavano i loro pomeriggi a rincorrere una palla gridando e accapigliandosi. Se avevo qualche lira in saccoccia compravo un fumetto dal giornalaio, il primo che mi capitava a tiro, anche se è vero che avevo una predilezione per i Penauts e per le avventure dei supereroi.
Il giornalaio era un tipo strano, un uomo di età indefinita che non buttava mai via niente, per cui era facile per me trovare nella sua bottega dei fumetti vecchi anche di anni.

Un giorno, rovistando in mezzo ai fumetti ammassati più male che bene, scovai Barbarella. L’immagine di quella femmina deliziosa, bionda, simile a una tenera Barbie ma con degli occhioni molto maliziosi fece subito breccia nel mio cuore bambino. Scoperta Barbarella decisi che per me al mondo non sarebbero esistite che le bionde. Me ne innamorai subito. Arrossii quando dovetti pagare il fumetto. Il giornalaio mi disse che ero un ometto oramai per cui, purché tenessi il becco chiuso, Barbarella sarebbe stata mia.
Il fumetto fu mio.
Ma il meglio doveva ancora venire e venne quando venni a sapere che di Barbarella c’era anche il film con una certa Jane Fonda. Non sapevo affatto chi fosse questa Jane Fonda, però conoscevo Barbarella per cui se non avessi soddisfatto la mia curiosità ero certo che sarei morto, così pensavo allora.
Non senza diventare rosso fino alla radice dei capelli, un bel giorno mi feci coraggio e chiesi al giornalaio il film. Lui mi rispose con un tono che non mi piacque: “Sei un giovanotto, ma non abbastanza per roba così”. Ci rimasi malissimo. Sentii le lacrime sfondarmi gli occhi, ma non volevo dargli la soddisfazione, per cui uscii a mani vuote e rimasi a ciondolare per un po’ in strada; poi, tutto abbacchiato, feci ritorno a casa, mi distesi sul mio lettino senza dire una parola e mi addormentai.
Non andai dal giornalaio per una settimana buona. Tenni il muso.
Solo guardare la mia compagna di classe, la mia piccola Barbarella mi dava pace, non soddisfazione però. Lei era intoccabile. Era bellissima. E lei forse già allora ne era cosciente. Non guardava nessuno con interesse particolare. Non che fosse una smorfiosetta, era piuttosto una bimba con la testa sulle spalle che non concedeva confidenze, men che meno ai maschietti.

Alla fine tornai a comprare i fumetti sperando sempre di trovare quelli di Barbarella. Mentre rovistavo tra gli albi levandogli la polvere di dosso, sentii una mano sulla mia spalla. Voltandomi incontrai lo sguardo del giornalaio. Ero già pronto a sorbirmi una qualche partaccia, ma l’uomo si limitò a farmi notare che era quasi l’ora di chiusura. Seppur a malincuore mi avviai verso la porta. Ma fui trattenuto: “Se ti va, nel retrobottega ho il VHS”. Non capii. Non sapevo che cosa fosse quella cosa lì. Il giornalaio allora si spiegò in due parole: “Lo vuoi vedere il film di Barbarella, sì o no?”. Certo che lo volevo vedere. Che domande!
Il retrobottega era pieno stipato di riviste giornali fumetti e libri. C’era anche un televisore. A colori. In casa noi la tele ce l’avevamo in bianco e nero. Il solo fatto che c’era un apparecchio a colori mi fece balzare il cuore in petto. Sopra il televisore c’era una cosa che non avevo mai visto in vita mia. Era un videoregistratore, uno dei primissimi arrivati in Italia. Se non ricordo male era un JVC. Il giornalaio mi invitò a sedermi, cioè a trovarmi un angolo libero in mezzo ai giornali. Alla fine decisi di mettermi per terra a gambe incrociate. Il giornalaio infilò nella bocca del JVC quella che sembrava una cassetta: “Adesso vediamo Barbarella”.
Gli anni Ottanta erano alle porte e forse quando ero un bimbetto io c’era un numero maggiore di uomini buoni, non come oggi che la metà sono pedofili e l’altra metà dei pazzi assassini complessati. Il mio giornalaio di fiducia era un tipo a posto, uno sulle sue, un tipo chiuso ma buono. Lo capii soltanto quando mi invitò a vedere l’amata Barbarella insieme a lui. Prima pensavo che fosse un alieno che aveva assunto le sembianze di un essere umano.

Quando il giorno dopo fui a scuola, seduto al mio banco, avevo ancora davanti agli occhi l’immensa bellezza di Jane Fonda calata nelle più che succinte vesti di Barbarella. Dopo aver visto il film di Roger Vadim con Jane Fonda avevo deciso che una volta diventato grande al mio fianco avrei avuto una bionda non meno bella del personaggio da me adorato.
La mia piccola Barbarella non mi degnava di uno sguardo. Lei non guardava nessuno di noi maschietti. Con lei era inutile. La sua merenda non la divideva con nessuno, né invitava mai un ragazzina o una compagna a disegnare sullo stesso foglio vergine.

Sono oramai grande da un pezzo. Una bionda come Jane Fonda non l’ho mai avuta fra le mani, nemmeno per un bacio. E purtroppo della mia piccola Barbarella, finite le scuole elementari, non ho saputo più nulla. Per un po’ di tempo continuai a incontrarla per strada, ogni giorno più bella e impossibile. Poi di punto in bianco scomparve. Venni a sapere che si era trasferita, nessuno seppe però dirmi dove, se in Italia o altrove. Non l’ho mai più incontrata. Mai più. Ma nel mio cuore lei è sempre giovane, è sempre la bambina bionda che sedeva composta e pulita in un banco di scuola in prima fila…

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a “La mia piccola Barbarella (o del perché amo le bionde)” di Iannozzi Giuseppe

  1. furbylla ha detto:

    ti voglio tanto tanto tanto bene perchè sai scrivere anche racconti così.
    grazie ❤
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    La prima volta che l’avevo postato te lo eri perso. ^_^ Ma in effetti io scrivo tanto, forse troppo, per cui è naturale che qualcosa vada perduto. In ogni caso, come hai letto, l’ho riproposto.

    E’ uno di quei rari racconti dove racconto anche un po’ di me, cosa più unica che rara. ^_^ Ora, Mamma Lupa, capisci e rammenti perché amo le bionde. Tutta colpa di B.B. e Jane Fonda. In fondo, sotto la scorza da orso peloso, sono tenero. ^_^

    beppe che ama le bionde soprattutto 😉

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