“Stabile precariato” di Carlo Albé. Intervista all’autore di Iannozzi Giuseppe

“Stabile precariato” di Carlo Albé

Intervista all’autore

di Iannozzi Giuseppe

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1. Carlo Albé, “Stabile precariato” è il tuo ultimo romanzo, autoprodotto. Il panorama editoriale è già da tempo ricco di libri che parlano del precariato. Cosa credi possa aggiungere il tuo lavoro a quanto è già stato detto in un po’ tutte le salse?

Di certo aggiunge verità, anche perché molti libri che parlano di precariato sono stati scritti da persone che non sanno cosa sia, nel quotidiano, questa piaga. Per carità, il mio romanzo breve non sarà un’opera d’arte ma è atrocemente vero, perché so di cosa parlo purtroppo. Poi, attorno alla storia naviga  molta ironia, anche perché penso che prendersi troppo sul serio faccia davvero male alla salute… e in fondo pure io mi diverto spesso a fare il “buffone”. Questo accade, soprattutto durante i tre tour promozionali in appoggio a “Stabile Precariato”, ormai una quarantina di date in un anno, con presenze sempre più in crescita.

2. Ho l’impressione che sia “Stabile precariato” una storia scritta di getto, assecondando la rabbia e la disillusione. Avresti voglia, Carlo Albé, di descrivere, per sommi capi, la genesi di “Stabile precariato”?

La genesi di questo progetto è stata brevissima. È tutto nato per caso dopo un reading improvvisato in un pub: mi sono accorto che al pubblico piaceva molto quello che stavo leggendo (ai tempi solo un racconto breve) e allora mi sono detto che era giusto provarci, crederci. E così ho fatto. Diverse centinaia di copie vendute, un certo interesse ha toccato il mio lavoro e posso quindi definirmi abbastanza soddisfatto, almeno per ora.
Sul fatto che la storia sia stata scritta di getto è vero, ed è un mio grande difetto, caro Giuseppe e lo sai bene pure tu. Prometto che la prossima volta scriverò e riscriverò 56 volte ogni capitolo… promessa da marinaio!

Carlo Albé

Carlo Albé

3. Chi vive sulla sua pelle una situazione di precariato, viene oggi detto (da certi politicanti soprattutto) un bamboccione. La società invece, nel più felice dei casi, ama indicare il precario come uno sfigato. Un precario viene costretto a vivere ai margini, nell’isolamento. E’ quanto c’è in “Stabile precariato”: il rasoio, al limite, può tornare utile per tagliarsi le vene. Non è il tuo, Carlo Albé, un romanzo che dia speranze per un cambiamento. Sei d’accordo, e se sì, perché?

Purtroppo mi trovo d’accordo con la tua osservazione. In effetti non do molta speranza al lettore, cerco di essere onesto con me stesso. Io non credo che in Italia la situazione lavorativa possa cambiare. Forse ci sarà una ripresa, qualche posto di lavoro in più, ma sono oramai convinto che il precariato è parte fondante della nostra società e che ai poteri forti convenga tenere a bada chi vorrebbe reagire e chi allo stesso tempo ha troppa paura (o poca forza) per farlo.

4. Le attività aziendali sono in crisi. Questo è un dato di fatto. A rimetterci di più sono però le piccole realtà: tanti piccoli imprenditori sono finiti suicidi, e quelli che invece hanno tentato di resistere alle tassazioni, alla fine, sono stati spogliati d’ogni avere. A pagarne le conseguenze, ovviamente, anche i lavoratori onesti. Il nostro è un paese di disoccupati, di precari, e di pochi che se la passano troppo bene, che eludono le tasse, che dettano legge allo Stato perché sono loro nella Casta. A tuo avviso, Carlo Albé, com’è possibile che si sia arrivati a questo punto?

È un discorso lungo e per mia fortuna non sono un politologo. Bisognerebbe fare questa domanda ai politici della prima repubblica, a tutto il marcio che è nato in quegli anni e che, come uno tsunami, ha travolto le generazioni  arrivate dopo. La verità è che hanno rubato il nostro futuro, facendoci credere che non era così.
“Stiamo lavorando per voi…” dicevano. Beh, che dire, ben fatto! Sono stati così bravi con le leggi sul lavoro e con le manovre finanziarie che ora non possiamo nemmeno pagare a rate un divano. Ci hanno indebolito ed erano consci di quello che stava avvenendo, questa è la verità.

5. In “Stabile precariato” parli di un lavoro normale. Esisterebbero dunque almeno due tipologie di lavoro, una normale e l’altra invece no. Puoi approfondire questo punto?

In Stabile Precariato non parlo di un lavoro normale, dato che metà della storia si svolge in un call center e, credimi, quello non è davvero un impiego che possa definirsi come gli altri. Purtroppo lavoro in quel maledetto posto da otto anni e non sono ancora riuscito a sganciarmi, un po’ per la crisi, un po’ perché forse nella vita mi piacerebbe solo scrivere libri, articoli e fare reading, ma per ora la vedo piuttosto dura. Un lavoro, almeno per me, può definirsi normale quando i diritti e i doveri sono di uguale entità. Perché nella maggior parte delle aziende i primi te li devi sudare, mentre i secondi sono all’ordine del giorno. È normale che io debba giustificarmi col mio capo se voglio prendermi due giorni di ferie? In questo paese malato si, in tanti altri no. Ti sembra giusto?

6. In “Stabile precariato” i colloqui di lavoro sono piuttosto surreali. Par quasi che il protagonista, con malcelato masochismo, ami menarsi sulle palle. Carlo Albé, gli eventi che racconti sono in parte tratti da tue esperienze personali o sono invece inventati di sana pianta?

Grossa parte di quello che ho scritto in Stabile Precariato è tratto dalla mia vita, come ad esempio il colloqui di gruppo o altri lavori più o meno imbarazzanti che mi sono toccati in sorte. Naturalmente la parte del call center è reale: molte persone descritte all’interno del libro lavorano gomito a gomito col sottoscritto. La cosa divertente è che molti lo hanno letto senza rendersi conto che parlavo di loro. Ecco, questo ti dà il metro del luogo in cui passo una bella fetta del mio tempo.

7. Attraverso il tuo romanzo lanci un allarme sociale? E se sì, chi sarebbe il mittente?

Non credo di essere la persona adatta a lanciare un allarme sociale, quello facciamolo fare ai politici, ai sindacalisti e a quei giornalisti che inquinano quotidianamente la televisione. Di sicuro racconto una storia che potrebbe essere quella di tanti altri ragazzi, finale compreso, perché non bisogna avere paura di dire le cose come stanno. La verità di questi anni è amarissima da mandare giù, inutile nasconderlo. Il mittente? Per poterli elencare tutti ci vorrebbe un’altra intervista.

8. Per un precario in pianta stabile due soluzioni all’orizzonte: quella di gettarsi a capofitto nel porno e quella di rincoglionirsi davanti alla tivù. Non ci sono altre strade per uscire dall’anonimato del precariato?

Sì, una ci sarebbe. Scrivere un libro di successo.
Ci proviamo?

9. Chi sono i possibili lettori di “Stabile precariato”? Forse quelli dell’Istituto Lapsus di Milano?

Tutti possono leggere Stabile Precariato, anche se una cosa mi ha colpito molto in questo anno di tour. Ho fatto reading in circoli Arci, associazioni culturali, sindacati e l’età media è sempre più alta del previsto. Sembra quasi che ai giovani d’oggi interessi poco parlare di questa piaga, forse preferiscono passare il loro tempo in maniera più produttiva, forse pensano che loro riusciranno a farla franca e a non venire stretti dalla morsa del precariato. Fa effetto vedere cinquantenni più preoccupati dei loro figli.

10. Sei tu un vittimista, un apocalittico o un integrato? E: quale potrebbe essere il tuo lavoro ideale, Carlo Albé?

Vittimista solo a volte e credo sia normale, soprattutto quando le cose fanno fatica a girare.
Apocalittico? Bè, forse a volte. Diciamo che il mio scopo è di rappresentare una parte della realtà, la mia, in cui tanti altri si riconosceranno e si sono riconosciuti; lo faccio a tratti con durezza e senza retorica, ma come ho già detto, lasciando una finestra aperta all’ironia, forse perché  credo ancora nella possibilità di un riscatto personale, per cui ogni giorno ci lavoro su.
Integrato? Quello proprio no, fatico a stare in mezzo alla gente, nonostante le decine di reading fatti nell’ultimo anno.
Il mio lavoro ideale? Mi spiace doverti rispondere in maniera così banale, so che non apprezzerai ma devo dirlo per forza… lo scrittore.

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Stabile precariatoCarlo Albé – Youcanprint – ISBN: 9788891103833 – pagine 88 – Euro 10

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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