Anche gli editor piangono (editor geneticamente modificati). The Italian job

Anche gli editor piangono

The Italian job

di Iannozzi Giuseppe

editor geneticamente modificato

All’inizio fu il Verbo, perlomeno così è che si dice.
All’inizio pochi sapevano scrivere; anzi, proprio all’inizio nessuno sapeva scrivere però già tutti ci pensavano a scrivere, così qualcuno inventò la scrittura.
All’inizio la scrittura era un’arte per pochi.
All’inizio pochi sapevano leggere, si era tutti ignoranti allo stesso modo, e quelli che sapevano scrivere si facevano un mazzo che a raccontarlo ci vorrebbe una vita intera, così meglio darci un taglio subito e non pensarci più a ‘sta storia.
All’inizio solo pochi potevano permettersi di scrivere; poi erano davvero pochissimi quelli che sapevano, e potevano, leggere tutti i testi scritti nel corso dei secoli.
Poi un disgraziato inventò la stampa.
Un altro disgraziato gridò che era un’ingiustizia che non ci fosse la libertà di opinione, e così anche gli asini finirono sui banchi di scuola.
Il Diavolo mandò i suoi emissari sulla Terra, i giornalisti. Da quel momento in poi l’umanità ha cominciato a credere alla falsità che la penna è più forte della spada.
Uno ha provato a scrivere una poesia. Nel giro d’un giorno o poco più tutta l’Italia divenne un paese di poeti e di faccendieri. Il danno era bell’e compiuto.
Tutti cominciarono ad avanzare pretese di supposta genialità.
Qualcuno capì e decise d’inventarsi editore nonostante non avesse neanche la terza elementare: com’è prevedibile immaginare tutti gli scribacchini, cioè tutti i poeti cominciarono a rivolgersi alle case editrici. Ma non era ancora abbastanza: l’editore si sentiva solo in mezzo a tutti quei fanatici in odor d’anarchia, ed allora comprò una pagina del più grande giornale a diffusione nazionale e fece stampare a caratteri cubitali: CERCANSI EDITOR.
E Dio, dopo aver creato l’uomo e la donna, creò la figura dell’editor perché l’editore non si sentisse sempre solo. E subito comprese che non era cosa buona l’editor, ma oramai il danno era fatto e poi all’editore gli piaceva proprio un sacco l’editor. Fu così che Dio decise di prendersi una vacanza, cioè di morire appellandosi alla libertà di opinione.

Melissa P., porno o meno, ha venduto sin tanto che è stata lolita, cioè in una fascia di età “minorenne”. Credo che all’editore non interessasse che questo: vendere il prodotto sin tanto ch’era fresco e appetibile al pubblico.
E’ stato poi tentato un rilancio della Melissa P. più matura, anche attraverso le pagine de L’Espresso. Credo non sia servito a nulla. Oramai è stata sostituita nel ruolo ch’era suo da altre, più giovani, più smaliziate. Non faccio nomi per non far della pubblicità che non mi va di fare.

La scrittura uniformata è il “tallone di Achille” e delle traduzioni e dei libri che escono oggigiorno. Non è tanto una questione di dire, “troppo giovane”. Semmai troppo poco preparato o preparato ma male, l’editor o il traduttore. Il risultato è poi quello di avere traduzioni scialbe, senza carattere, e libri rivisti dagli editor, i quali tendono ad uniformare la scrittura di tutti, dei pochi esordienti e di chi invece sul mercato già da parecchio tempo.

Si tenga poi presente che nelle scuole è (anche) iniziato il processo degenerativo portando agli allievi traduzioni facili, anzi scialbe, motivando che il Monti e il Pindemonte non andavano più bene, tanto per portare un esempio. Così oggi abbiamo traduzioni che non sono poetiche né altro: nemmeno scolastiche. E su questi testi i giovani di oggi studiano Omero, continuando comunque a capirci niente. E magari un domani saranno degli editor. Se da una scuola escono delle persone il cui studio è stato approntato su degli schematismi, mi pare abbastanza chiaro che applicheranno il metodo insegnatogli a scuola anche sul lavoro, e non da ultimo nelle relazioni sociali.

Libri che si possano dire belli ce ne sono, perlopiù, per mia esperienza, pubblicati soprattutto da piccole, ma proprio piccole, case editrici che si avvalgono poco o niente degli editor, operando invece una severa cernita del materiale che gli arriva.
I grandi editori non hanno né la voglia – e forse neanche il tempo – per promuovere autori che sanno scrivere in maniera originale; il grande editore dal libro pretende soprattutto che sia un prodotto, che sia vendibile in breve tempo e che diventi un bestseller. Poi poco importa se l’anno immediatamente successivo il libro non è più nella memoria di nessuno, perché tanto già un altro libro-prodotto sarà stato sfornato. L’editor non fa altro che seguire quello che è l’ordine “dall’alto”, ovvero: far funzionare l’azienda. E per farla funzionare non può far altro che credere e obbedire. Solo così può tenersi il posto di lavoro, salvaguardare la sua categoria e pensare di riuscire un giorno a salire nell’organigramma aziendale (editoriale).

Il pubblico, ormai da anni, è stato disabituato all’arte della lettura. Per anni e anni è stato lobotomizzato per mezzo di libretti facili, inutili e senza stile. Oramai la più parte delle persone ha in memoria pochi concetti essenziali e poche parole, e comprende in base a quel poco che gli è stato dato. Il bagaglio culturale dell’italiano medio è al di sotto dell’essenziale. Se ciò è minimamente vero, è allora lapalissiano che l’editore continua a sfornare libri senza carattere, perché sono gli unici che la più parte del pubblico è in grado di comprendere. E più si va avanti, più il bagaglio culturale del cittadino medio si assottiglia.
L’editore vuole un prodotto. L’editor vuole mantenersi il posto (di lavoro) e non può che dir di sì all’editore, perché è lui che ha i soldi e che gli dà lo stipendio, quindi si fa come dice lui, anche se in vita sua non ha letto un solo libro, punto.

Cambierà l’attuale stato dell’editoria italiana e non? Può darsi, ma non dall’oggi al domani. E il cambiamento non è affatto detto che ricuserà gli editor e i libri prodotti in catena di montaggio. Certo, si possono aspettare tempi migliori. Ma questo medioevo ho proprio l’impressione che non finirà tanto presto. Non oggi comunque.
E se oggi uno vuole proprio pubblicare, allora che si rivolga a dei piccoli editori, a quelli seri, non a quelli che (ti) fanno pagare per pubblicare. E non ci si aspetti di diventare ricchi o famosi.
L’altra via è quella di darsi in pasto agli editor, agli editori griffati, ma sempre non con un santo in paradiso e nemmeno due, diciamo pure che bisogna avere alle proprie spalle almeno tutto il primo anello di angeli e pure il primo anello di dannati all’inferno per poter pubblicare con un grosso editore, il cui nome sia sulla bocca di tutti. E non è affatto detto che il libro editato diventi un bestseller: il più delle volte non lo diventa, l’editore s’inalbera per aver fatto un investimento sbagliato e non pubblica più quell’autore che l’ha deluso, anche se chiama a raccolta tutti gli angeli e i demoni di cui può disporre.
L’editor difende sé stesso. Mi meraviglierei del contrario. In fondo, a ben pensarci, anche gli editor piangono, e spesse volte in compagnia degli editori.
Per quanto possa suonare strano, un editor dirà sempre che lo scrittore è un ingenuo e che ha bisogno d’una balia. Gli autori che sono passati sotto le mani – cioè sotto le forbici censorie degli editor – non potranno che dar ragione a chi li ha tagliati e censurati, perché dirne male significherebbe condannarsi a non pubblicare più.
Purtroppo ci sono autori così pieni di sé disposti ad accettare di tutto, anche la censura preventiva, pur di veder apparire il loro nome in copertina e poi nelle vetrine d’una libreria.

Per certi autori non è neanche importante vendere oggi o domani, o servire ai posteri; alcuni, non dico tutti, si accontentano di apparire oggi, nel tempo presente, indipendentemente dal successo di vendite, dalla fama e dal prestigio, e anche delle accuse di superficialità e sciatteria gliene frega un bel niente. C’è una nutrita schiera di sédicenti scrittorucoli che vivono per apparire, per risiedere oggi nelle vetrine delle librerie, supermercati, e autogrill anche. Non a caso gli editori tendono sempre più a pubblicare libri di persone che non venderanno che pochissime copie: si pensi ai tanti titoli inutili stampati e che sono firmati da un personaggio televisivo o del mondo del calcio. Questi libri difficilmente venderanno: l’italiano medio, per fortuna, è il caso di dirlo, preferisce ancora i gossip su Annamaria Franzoni al suo libro, che dovrebbe contenere una sua personalissima verità. Eppure libercoli che hanno in copertina il nome della Franzoni o quello d’un calciatore sono tenuti ben in evidenza presso le librerie e non solo, sono tenuti bene in vista nel catalogo dell’editore: servono per attirare l’attenzione, basta la sola copertina il più delle volte, tanto l’editore lo sa che libri così non venderanno mai, neanche nei remainders; però saranno come reliquie che di mano in mano passeranno quando l’avventore in libreria in cerca di un titolo. Hanno questo solo compito titoli scritti da personaggi così, titoli che si presume siano stati ampiamente lavorati dalla penna degli editor. Non credo affatto che ci sia qualcuno tanto ingenuo da credere che Gianluca Vialli, di punto in bianco, sia riuscito a scrivere quasi 400 pagine di pensieri un minimo ordinati e grammaticalmente corretti. In ogni caso penso che esistano dei bietoloni e che stiano in angoli neanche poi troppo riposti del nostro Bel Paese, e così accanto al poster di Vialli oggi c’è anche “The italian job. Tra Italia e Inghilterra, viaggio al cuore di due culture calcistiche”.

Edoardo Brugnatelli, responsabile della Collana Strade Blu in Mondadori, mi assicura con queste sue parole che Vialli e Marcotti hanno venduto e bene: “Gianluca Vialli e Gabriele Marcotti hanno effettivamente scritto il libro. Le famigerate 400 pagine. E pensa un po’, l’hanno scritto addirittura in inglese. Abbiamo dovuto farle tradurre quelle 400 pagine in italiano. Non l’hanno fatto di punto in bianco, ci hanno messo parecchio tempo.
Il ritratto di Vialli incapace di ‘pensieri minimamente ordinati e grammaticalmente corretti’ è quasi strepitoso nella sua fantascientifica e razzistica hubris.
Io temo che l’avatar Giuseppe I. sia solo appunto un avatar. Meraviglioso, quasi migliore del modello a cui si ispira il suo autore, quasi migliore – intendo dire – di Berto Wooster.
Ah, dimenticavo. Il libro ha venduto bene. E’ stato ristampato diverse volte. Ma si sa il mondo è pieno di ‘bietoloni’…”
Rispondendo ad Edoardo Brugnatelli: se “The Italian Job” ha venduto, tanto piacere: il nostro Bel Paese è ricco di bietoloni che spendono il loro salario dietro ad abbonamenti per la squadra del cuore dimenticando l’istruzione dei figli, ecc. ecc. Ma però non dimenticano quasi mai di far casini negli stadi. Quindi non mi sorprende che Vialli abbia venduto qualcosetta. Se leggesse attentamente, io non dicevo affatto che Vialli non ha venduto, difatti scrivevo in maniera assai precisa: “In ogni caso penso che esistano dei bietoloni e che stiano in angoli neanche poi troppo riposti del nostro Bel Paese, e così accanto al poster di Vialli oggi c’è anche “The italian job.”
Sono sicuro che di poster di Vialli l’Italia ne sia piena. Dovrebbe dunque essere contento se accanto al suo poster oggi gli italiani possono disporre anche del libro.
Ci avrebbero messo parecchio tempo a scriverlo… Per fortuna nostra e loro.

La Library of America equivale pressappoco alla prestigiosa collana Pléiade francese e alla collana Meridiani Mondadori. Recentemente ha accolto quattro titoli dell’autore Philip K. Dick nella sua prestigiosa collana, un volume che racchiude i romanzi “The Man in the High Castle” (L’uomo nell’alto castello, 1962), “The Three Stigmata of Palmer Eldritch” (Le tre stimmate di Palmer Eldritch, 1965), “Do Androids Dream of Electric Sheep?” (Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, 1968) e “Ubik” (Ubik, 1969). Essere nella Library of America equivale all’immortalità o quasi, in quanto questa collana si propone di conservare autori e titoli che hanno fatto la storia della letteratura americana. Negli anni Sessanta e Settanta, quando Philip sbarcava a malapena il lunario e si angosciava d’essere tenuto veramente poco in considerazione, mai più avrebbe immaginato che un giorno potesse entrare a far parte della Library of America. Purtroppo, come ben sappiamo, i riconoscimenti nei confronti dello scrittore sono tutti perlopiù postumi. E però, meglio tardi che mai: era ora che si riconoscesse l’immensità profetica di questo scrittore, che non fu solo un guru della moderna fantascienza. C’è però un fatto di non poco conto su cui riflettere: quando l’autore era in vita veniva considerato poco o nulla, i suoi libri erano relegati ad essere pubblicati in miserabili collane pocket, e per dirla tutta, Dick era ritenuto solo uno dei tanti scrittori di fantascienza, uno sbullonato che veniva letto solamente da altri sbullonati a lui consimili. Philip scriveva tantissimo: scrivere era anche una necessità per sbarcare il lunario, pubblicare un racconto o un romanzo significava per lo scrittore riuscire a mangiare, non ci si sorprenda dunque poi troppo se il suo stile era più che mai semplice e in qualche caso non privo di errori. Eppure la forza di questo scrittore, la sua forza profetica solo oggi, dopo quasi trent’anni dalla morte, è stata riconosciuta, perché il film di Ridley Scott, “Blade Runner” che si ispira al romanzo dickiano “Do Androids Dream of Electric Sheep?”, in verità ha ben poco di dickiano, quasi nulla. Si può dire che il regista ha riscritto l’opera dickiana per tradurla sullo schermo in maniera totalmente diversa da come invece Dick l’aveva messa nero su bianco. E lo stesso P.K. Dick, che ebbe modo di vedere alcuni stralci del film, rinnegò il lavoro di Scott, dicendolo “non suo”. Se avesse avuto il tempo di vedere la pellicola una volta terminata, credo che a ragione avrebbe sputato veleno contro la mistificazione adoprata da Ridley Scott nei confronti del suo romanzo.

L’uomo inventò le protesi, cioè le tette finte e il collagene, e non contento inventò gli OGM. Fu contento al primo colpo di entrambi.
Fu così che si sostituì a Dio e gli scrisse l’epitaffio. Ma visto che quel giorno si sentiva un po’ svogliato lo lasciò in bianco, uguale a tutti gli altri, a quelli degli dèi che un tempo abitavano l’Olimpo.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Anche gli editor piangono (editor geneticamente modificati). The Italian job

  1. furbylla ha detto:

    fantastico! lo metto da me
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    ‘Azzo, ha colpito anche te, Cinzietta! ^_^
    Chissà quanti nuovi nemici mi sarò fatto con questo post.

    bacione

    beppe

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