Natale anale (racconti hard) – di Iannozzi Giuseppe e segnalazione dei libri di Iannozzi Giuseppe per il vostro Natale

Natale anale

di Iannozzi Giuseppe

Giuseppe Iannozzi's inside!

la_lebbra_di_iannozzi-giuseppe_il_foglio_letterario.jpgLa lebbra
Giuseppe Iannozzi
Ass. Culturale Il Foglio – Collana: Narrativa
Data di Pubblicazione: 2013
Pagine: 150
ISBN-10: 8876064540
ISBN-13: 9788876064548
Prezzo: € 14

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dall’editore Il Foglio letterario


D'Amore 4 - Romantica Vany e Giuseppe IannozziD’amore 4
Romantica Vany e Giuseppe Iannozzi
su Lulu.com qui
ISBN 9781291228212
pagine: 122
© 2012
prezzo: € 10,00

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Nozze con orgia

Il mio migliore amico s’è sposato da pochi giorni, poco prima di Natale.
Un vero inferno.
Non si capiva niente, una bolgia di mani morte, non c’era deretano che non avesse subito almeno due o tre grottesche palpatine. Tutti toccavano tutti, gliene importava un cazzo che fossero uomini donne, giovani o anziani: l’importante era mettere la mano sul culo di qualcuno.
Visto che c’eravamo, s’era deciso di festeggiare le nozze del mio amico e il Natale lo stesso giorno: le camere libere, e gli sgabuzzini anche, furono presto occupati da coppie a farlo alla boia d’un Giuda, in piedi, per terra al freddo, in un angolo come topi da laboratorio. Il mio amico finì a letto col suo peggiore nemico, la novella sposa invece perse per la millesima volta la verginità con tre albanesi che s’erano imbucati alla festa. Insomma, la novella sposa non ebbe di che lamentarsi: la sua piccola orgia se la fece. Solo al mattino fu un po’ dispiaciuta scoprendo che se l’erano scopata sì, con gran foga, ma con uguale foga s’erano poi dileguati ma non prima d’aver portato con sé gioielli e qualche carabattola che noi invitati avevamo regalato agli sposi. Fatta questa constatazione, cadde in un sonno profondo: s’addormentò – o meglio, tornò a dormire – con una faccia d’angelo che a guardarla uno non l’avrebbe mai detto ch’era proprio una gran puttana. Il mio amico si svegliò con un gran dolore nella regione lombare: ricordava vagamente, e non intendeva approfondire, temeva che il ricordo cocente della notte appena passata potesse affacciarsi alla sua mente in maniera troppo vivida.
La sposa la trovò in quello che doveva essere il loro talamo: a culo all’aria, ancora addormentata, accanto a lei stava il prete che li aveva sposati, il colletto slacciato, le mutande giù sulle ginocchia e un’aria cadaverica. Dopo averlo palpato un paio di volte chiamandolo col suo nome di battesimo, dopo avergli tastato pure il pipino, con orrore il mio amico comprese che il prete c’era rimasto secco. A questo punto cercò la faccia della moglie per darle un paio di schiaffi che la riportassero nel regno dei vivi: ma quella dormiva come un sasso, e manco a sculacciarla sonoramente si riebbe, solo bestemmiò, così il mio amico, triste e mogio, decise che era il caso di venirmi a cercare per sfogarsi.

Mi beccò che ero sulla porta, pronto ad andarmene.
“Puoi aspettare?”
Non ce l’avevo il coraggio di dirgli di no: se solo fossi riuscito a fuggire da quella porta in tempo… Mi arresi.
“C’è un posto…”.
“E’ tutto occupato”, disse il mio amico: “non c’è una sola stanza libera. Parliamo qui. Ci sediamo dove capita.”
In un angolo.
“Di che vuoi parlarmi?”
”Te la sei sbattuta pure tu mia moglie?”
Mi grattai la testa: non me lo ricordavo mica.
Il mio amico mi tolse subito dall’imbarazzo: “Ho capito, non te lo ricordi. Comunque non importa: par proprio che se la siano fatta tutti. Se te la fossi fatta solamente tu, che sei il mio migliore amico, non me ne sarebbe fregato niente: anzi, sarei stato felice per te e per me. Invece! Tutti. E’ in camera nostra, a culo all’aria. L’ha preso pure in quel posto.”
Continuai a grattarmi la testa, imbarazzato ma soprattutto stanco.
“Ti chiederai a questo punto perché diavolo me la sono sposata? E fai bene a domandartelo. Ero stanco, stufo marcio d’esser sempre solo, di tornare a casa dal lavoro e non trovare nessuno ad attendermi. Adesso credo che il problema l’abbia risolto: rientrando dal lavoro dovrò fare solo attenzione a dove metto i piedi, onde evitare di calpestare gli amanti di mia moglie.”
“E’ stata solo una cosa così. L’alcool. Capisci, due feste, le nozze e il Natale insieme: è capitato. Non è come te la stai immaginando la tua vita.”
“Stai mentendo.”
“Sì, è vero.”
“Secondo te, che dovrei fare?”
“Il divorzio ti ridurrebbe in mutande.”
”Se è per questo, in questo momento non ce le ho neanche.”
Scoppiammo a ridere entrambi: “E per giunta ho un male cane nella regione lombare.”
Lui smise di ridere. Io no.
“Il prete ha detto finché morte non vi separi. La vuoi sapere una cosa buffa? Se l’è scopata pure lui. E’ nel nostro letto, coi calzoni giù, morto stecchito, un infarto probabilmente. E la vuoi sapere un’altra cosa buffa? Ad avermi convinto è stato quel suo volto d’angelo: a guardarla non lo diresti mai che è una di quelle.”
”E che vorresti fare? Io direi che ti conviene far finta di niente.”
“Amico, se la sono sbattuti tutti.”
“Ma questo lo sapevi anche prima di dire il fatidico . Non è che prima fosse casta e pura.”
“Sì, ma ora è mia moglie.”
“Vero: una moglie puttana. Pensa ai vantaggi, non vedere tutto nero.”
“Quali vantaggi? Fammi un esempio… uno, me ne basta uno…”.
“Non saprei… Però quando ti viene il prurito, be’, non avrai bisogno d’andare a puttane: ti basterà tornare a casa. Sarai un marito modello.”
“Ma vaffanculo!”
Non avevamo finito ancora, o meglio: il mio amico era proprio giù e fosse stato per lui sarebbe andato avanti una vita intera a lamentarsi, ma a fermarlo fu la vista della mogliettina nuda che ci venne incontro con un vassoio in mano.
“Siete insieme: ci avrei scommesso.”
Io e il mio amico ci guardammo negl’occhi.
“E siete ubriachi fradici. E scommetto che state qui soli soletti a spettegolare.”
Entrambi negammo con il capo.
“Vi ho portato qualcosa…”.
“No, niente più drink…”.
“Non è alcool, Caro. Per che razza di moglie m’hai preso! Aspirina effervescente al gusto di limone, per il mal di testa.”
Stavo per scoppiare a riderle in faccia, in maniera boccaccesca. Mi limitai a raccogliere il bicchiere dal vassoio. Altrettanto fece il mio amico.
Tutt’e tre insieme buttammo giù la nostra aspirina preparata da quella faccia d’angelo.

Fine a due

Uno e una stanno insieme per un po’ di anni.

Poi.

Sintesi di qualità: “E’ finita.”

Variante: “Ognuno per la sua strada.”

Pleonasmo: “Basta, io e te non ci capiamo più e pensare che…”. E un milione di altre chiacchiere così.

Alberto e il trans

Il primo dell’anno Alberto si svegliò con la testa pesante, in un vicolo, che non era ancora l’alba.
Nessuno l’aveva battuto in testa, né era stato derubato: ricordava solo che a un certo punto i fuochi in cielo avevano cominciato a dargli fastidio, così s’era rifugiato in quel posticino buio, sporco però, pieno di ratti, di bottiglie dal collo spezzato, di bidoni dell’immondizia stracolmi che nessuno avrebbe saputo dire bene di cosa.
Si mise un po’ in ordine, stazzonò i vestiti alla bell’e meglio, cercando di farli sembrare studiati con tutte quelle pieghe, ma il puzzo che ne veniva lo tradiva. S’arrese, e decise ch’era ora di far ritorno a casa. C’era solo un piccolo problema: sua moglie che non l’avrebbe fatto arrivare manco sull’uscio se solo si fosse accorta di qualcosa di strano. E in quel momento, non lo poteva negare a sé stesso, era strano: e per di più non si sentiva particolarmente bene. Si sentiva come dopo aver scopato come un riccio e al mattino svuotato di tutto, tranne del desiderio d’un caffè e d’un paio d’uova. Ma spiccioli in tasca non ne aveva e le vetrine erano tutte buie. Si ricordò allora che era domenica, la domenica dopo il primo dell’anno. Un panico umidiccio gli corse dalla schiena fin sulla fronte: subito arrivò a toccarsi il deretano, tastandolo, cercando di capire se qualcuno…; ma no, non gliel’avevano ficcato nell’ano a sua insaputa, non gli prudeva il buco del culo. Era solo stanco, stanchissimo. Ecco cosa. Si sentiva svuotato, manco avesse sfondato una vacca di cento chili. Il pipino gli stava costretto nelle mutande, piccolo, inerte, incapace anche solo d’un guizzo. Si frugò allora nelle tasche, senza sapere che cercare e perché: ne trasse fuori un foglio tutto stropicciato, piegato più volte, quasi custodisse chissà quale segreto o promessa. Alberto lo aprì e subito riconobbe la sua calligrafia, per una stupida poesia. L’immediata tentazione fu quella d’annegarla in uno dei tanti rigagnoli che correvano come vene lungo la strada; poi ci ripensò, perché se l’aveva tenuta doveva esser per qualche motivo importante.

Sei una rosa,
ma non vera
Solo le tue spine
trafiggono la carne;
in disparte
l’anima,
gentile sì
così scintillante,
un diamante
certamente duro
che taglia via
i vincagli maligni
dell’amor portato
con disonesta offerta

Alberto ebbe un conato, un suicidio nel cavo orale, la brutta sensazione che dovesse rimettere anche l’anima: possibile che l’avesse scritta lui? Eppure sì, era proprio la sua calligrafia, non c’erano dubbi in merito: non era così svanito da non saper più riconoscere l’agitazione delle parole vergate dalla sua mano, sempre tremante, per un brutto difetto d’ansia. Ma per chi era, e perché, perché riposava nella sua tasca? Quella cosa scritta doveva essere per qualcuno, non erano le sue tasche il posto giusto.

Sei una rosa
Ma quant’è vero
che ti manca
il rosso acceso,
dell’ardore
l’eternità!
A tutti le doni
le tue spine
sulla nuda pelle
per una goccia di sangue,
per una appena
Sol questo ti tenta
T’inganna
E per sempre
ti lascia da sola

Ne ebbe disgusto, totale a fine lettura. Era la cosa più stupida che avesse letto, e il peggio era che l’aveva scritta proprio lui. Fu in quel momento che realizzò che l’amore degli uomini è cosa invero banale: ci s’innamora solo per un “fino alla morte”, che mai poi viene onorato né dal maschio né dalla femmina. Nonostante il disgusto per quelle melliflue parole, che ancora stentavano a dileguarsi nella nebbia del suo cervello, abbozzò un sorriso. E nello stesso frangente, mentre il sorriso gl’invadeva il viso, tosto su quello stesso volto gli moriva, oramai folgorato dalla verità di quanto gl’era accaduto durante la notte. Com’era possibile che avesse dimenticato di…? E perché adesso tutta questa repulsione gli sbranava le budella? Qualcuno avrebbe detto che s’era cacciato in una situazione kafkiana, il suo vecchio professore di Lettere, sì, e molti altri. Ma lui non s’era cacciato in un bel niente: molto più drammaticamente quella situazione la viveva e non la capiva né aveva i mezzi e l’intelligenza, o anche solo il cuore, per comprenderla. E non voleva: forse solo di questo desiderio era per metà sicuro. Però il disgusto era sincero: era stato l’amante d’un travestito e la notte l’aveva passata con lui che gliel’aveva succhiato, che gliel’aveva preso in bocca l’amore inghiottendolo per assimilarlo nelle sue viscere. Capiva ora perché si sentiva come svuotato, più debole e impacciato d’un agnello appena venuto alla luce. Con la differenza sostanziale che lui non era affatto innocente.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Natale anale (racconti hard) – di Iannozzi Giuseppe e segnalazione dei libri di Iannozzi Giuseppe per il vostro Natale

  1. furbylla ha detto:

    estremamente crudi.. ma non poteva essere diversamente visto ciò che volevi “rappresentare”
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Alla crudezza senza volgarità però si accompagna l’ironia della sorte che i personaggi, loro malgrado, si sono scelti con le loro proprie mani.
    Come oramai ben sai non scrivo racconti erotici fini a sé stessi.

    Bacione

    beppe

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