Bradbury, Bush e la critica letteraria. Una stroncatura storica – di Iannozzi Giuseppe

Bradbury, Bush e la critica letteraria

Una stroncatura storica

di Iannozzi Giuseppe

Ray Bradbury e George W. Bush

Ray Bradbury e George W. Bush

Questa è una recensione storica, vecchia, eppure attuale più che mai. La prima volta fu on line su XXX: correva il 28 febbraio, di quello che oggi m’appare un lontano 2002.
La mia critica sollevò un modesto polverone, di critiche, di nemici anche: avevo commesso un sacrilegio agl’occhi di molti benpensanti acritici, avevo difatti osato dire male di Ray Bradbury, uno di quegli scrittori che troppi ritengono un genio e un intoccabile. Di acqua sotto i ponti ne è passata da allora, eppure siamo allo stesso punto di ieri: continua ad essere intoccabile, al pari di tanti altri mediocri scrittorucoli, con l’aggravante che Bradbury non disdegna affatto di farsi coccolare dal guerrafondaio George Bush. Non ho mai nutrita simpatia nei confronti di Ray Bradbury, questo lo devo ammettere; ma, oggi più che mai, mi dico che ho fatto bene a diffidare di lui e della sua scrittura. Già negli anni Sessanta, il meno fortunato Philip K. Dick, diceva di Bradbury che era uno scrittore che gl’insinuava sospetto dentro: insomma, non gl’era affatto simpatico, ed aveva perfettamente ragione. Ma allora, in quegli anni, P.K. Dick non era ancora considerato il guru della fantascienza, e ben più grave non era ritenuto uno scrittore affidabile e leggibile. Oggi Ray Bradbury è vecchio, malconcio, non si sa bene quanto ancora capace di ragionare con la sua propria testa, e incuterebbe pure un poco di tenerezza, non fosse per il fatto che a vederlo con Bush il primo istinto che si scatena nell’alma è quello di schiaffeggiarlo con un forte e sonoro Vaffanculo!


Recentemente ho avuto modo di dire intorno a “Colorado Kid” di Stephen King: anche in questo caso si è sollevato un polverone, perché King è un intoccabile, un genio anche quando scrive con il mignolo della mano sinistra (come ha fatto sagacemente notare un commentatore su XXX di XXX). Non c’è stato nulla da fare: critici grossolani, arrampicatori di specchi, hanno continuato a sostenere che King un genio, punto e basta. E guai a controbattere, a criticare King e le opinioni espresse intorno ai suoi lavori: King è King, in ogni caso, e basta. Alla fine, il dialogo si è interrotto. Ma in realtà non è mai iniziato, essendo che quel dialogo fu quasi un soliloquio portato avanti da XXX e da altri due o tre fanatici, di cui, in tutta sincerità, non ricordo i nomi. In quanto a me, le parole che spesi, non poche, mi furono lasciate morire in bocca, essendo che dissi da subito che “Colorado Kid” essenzialmente un boccone schifoso.

Ora, poco importa di sapere perché, intendo perché ci sono degli scrittorucoli che sono intoccabili, che vengono mostrati al pubblico come mostri sacri; e ancor meno interessante è cercare di scoprire la dietrologia per cui molti critici si affannano a difendere scrittori che non valgono due baiocchi. Sarebbe tempo perso. E’ invece interessante notare che, a distanza di anni, si continuano a ripetere gli stessi errori, quelli di assurgere il futile e l’inutile a indispensabile. Ed è questa la ragione precipua, la sola, per cui riprendo questa critica intorno a Ray Bradbury e al suo “Ritornati dalla polvere”. La ripropongo a Voi, per dire, molto semplicemente: non lasciateVi incantare da quei nomi altisonanti e detti (eletti) famosi dalla critica. State attenti, molto attenti. Disdegnate quelle critiche grossolane impreziosite da termini iper-colti, da improbabili citazioni che con il libro recensito non hanno niente a che vedere. Diffidate di tutte quelle recensioni che esaltano oltremodo un libro, perché il più delle volte sono false, ingannevoli… dei griffati specchietti per le allodole.

22 dicembre 2005, Giuseppe Iannozzi

From the Dust Returned di Ray Bradbury deluderà non pochi fanatici ammiratori dello scrittore, ammesso e concesso che si possa esser al contempo fanatici e ammiratori di uno scrittore che nell’arco della sua vasta produzione ha saputo donare al mondo una sola egregia opera, Fahrenheit 451. A distanza di anni dall’uscita del suo capolavoro borghese da cui François Truffaut ha saputo comunque trarre una ottima pellicola, Bradbury, nel corso di una carriera non poco lunga, ha dato in pasto a editori, pubblico e critica, romanzetti più o meno egregi, che, puntualmente, hanno attirato l’ammirazione di molti sprovveduti amanti del fantastico, della fantascienza e della SF. Il fatto è che Ray Bradbury è un autore che non è né carne né pesce; inevitabilmente, si arriva alla fine di un suo libro con l’amaro in bocca e la precisa consapevolezza che l’autore ha detto tanto, forse troppo, ma in realtà è come se non avesse detto nulla.
Ray Bradbury ha il brutto vizio di non prendere posizioni; persino Fahrenheit 451, il suo migliore scritto a detta di molti critici e lettori, oggettivamente, alla fine risulta essere nient’altro che una timida ammonizione contro il Potere. Se in Fahrenheit 451 l’autore ha tentato di dare l’impressione di essere prodotto succedaneo in stile George Orwell, in From the Dust Returned Bradbury dà vita a un centone che mi è quasi impossibile catalogare, o anche solo etichettare, come scritto fantastico o di fantascienza. Ritornati dalla polvere, questo il titolo italiano del romanzo di Ray Bradbury, è uno scritto che si legge così come si potrebbe sopportare una autentica tortura: una volta giunti all’ultima pagina finalmente si ha il coraggio di tirare un sospiro di sollievo. E’ davvero raro di questi tempi leggere qualcosa di peggio a Ritornati dalla Polvere: in un panorama editoriale ormai avvezzo a sfornare SF di cattiva fattura, Bradbury è riuscito a superare tutti i suoi colleghi instillando in questo suo lavoro il più alto ingegno kitsch. Dopo la lettura di questo lavoro cucito su un costrutto narrativo a dir poco fragile, con la mente obnubilata il lettore non può fare a meno di chiedersi se forse non sarebbe stato meglio abbandonare la lettura sin dopo le prime dieci pagine: nel cervello l’eco disturbata del fantasma narrativo, un fantasma che non emoziona ma che solo lascia nella scatola cranica un senso di vuota pienezza, di aria pesante, viziata, insomma di profonda delusione.

Ray Bradbury ci ha abituati a lavori sfornati per l’industria editoriale, ma questa volta si è spinto oltre, infatti ha dato alle stampe un romanzo che avrebbe potuto scrivere tranquillamente l’apprendista mago della Rowling: Ritornati dalla Polvere ha la piccina presunzione di essere romanzo un po’ Harry Potter e un po’ Mago di Oz, e il risultato è né carne né pesce, forse solo quella finta arte che indarno cerca di fare filosofia partendo da un ipotetico assunto criptico del tipo ‘dato un punto A la narrazione ritorna ad un punto A seguendo il perimetro di un cerchio aperto!’. Bradbury in Ritornati dalla Polvere ha dato vita ad un mondo in decadenza, forse seguendo i dettami stilistici di J. Ballard, ma il risultato non è deludente, è a dir poco pietoso: in una vetrina di parole, il nonnino Bradbury ha tentato invano di rappresentare la decadenza della nostra società facendo stretto riferimento a vecchi amori e rancori vivi solo nella sua memoria, una memoria minata dalla senilità.
Nel cuore di una poco credibile Famiglia Eterna che ha trascorso la sua propria esistenza in una casa sospesa tra leggenda e mistero nell’Illinois, la famiglia è molto particolare, cioè perfettamente kitsch: i suoi membri non escono di giorno, i figli sono selvaggi, e i vetusti ricordano i tempi in cui la Sfinge affondò per la prima volta la sua immagine nella polvere della storia. Poi qualcuno, sbadato o stravagante, ama dormire in letti con il coperchio. Nella casa di questa famiglia si sta preparando una grande festa che vedrà riuniti i rami più lontani dell’albero genealogico… ma alla vigilia della festa la Morte, ospite inattesa e non invitata, fa la sua comparsa portando scompiglio nelle menti della Strega Vagabonda, nel mondo di sogni di Cecy, della nonna Mille Volte Bisnonna…
Il romanzo è quel che è, cioè solo una pletora di parole sulle pagine che vagabonde cercano di incontrarsi per dare un ipotetico senso alla storia. Dopo Fahrenheit 451, Bradbury va ricordato almeno per altri romanzi: Cronache marziane, Io canto il corpo elettrico!, Il grande mondo laggiù e Paese d’ottobre, tutti romanzetti d’appendice della fantasia (forse appena egregi), della SF, della letteratura in generale.
A poco, a nulla, servono le illustrazioni di Betty Lew: il romanzo è sulla carta, ma leggerlo è una lenta tortura e le illustrazioni di Betty Lew non fanno altro che evidenziare il clima kitsch di Ritornati dalla polvere, insomma non aiutano di certo a migliorare la storia di Ray Bradbury.
Questa prova di Bradbury è una delusione annunciata di cui tutti sapevano, o meglio che tutti si aspettavano.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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