AL POSTO DI PAOLO! – racconto di Felice Muolo illustrato da Valeria Chatterly Rosenkreutz

AL POSTO DI PAOLO!

racconto di Felice Muolo

The gipsygirl holding the moon by Chatterly

The gipsygirl holding the moon by Chatterly

The gipsy girl holding the moon è Opera di Valeria Chatterly Rosenkreutz

Felice Muolo – i suoi libriAlfonso faceva parte della nostra comitiva ma era diverso da noi. Noi eravamo diplomati, scapoli e, tranne Paolo, disoccupati. Alfonso era sposato, non aveva un titolo di studio e gestiva un esercizio pubblico. Inoltre, era più grande di una decina di anni.
Paolo era impiegato al Comune del nostro paese. Questa fortuna gli pesava perché, quando apriva bocca per lamentarsi di qualcosa, noi disoccupati gliela rinfacciavamo.
Lui e Alfonso erano gli unici a possedere la macchina. Non come Giorgio, a cui il padre razionava l’uso della sua. Spesso, di sera, tutti assieme andavamo nei paesi dell’entroterra a banchettare, a spese dei primi due.
Alfonso sperperava tutto il denaro che guadagnava, compreso quello che gli elargiva una racchia che accontentava di tanto in tanto. Era il vizio del gioco a ridurlo sul lastrico. Quando succedeva, non si dava pensiero. Svendeva la merce del suo negozio e chiudeva l’attività. Presto la rimetteva in piedi cambiando genere. A noi disoccupati ci accusava di non avere iniziativa. Non aveva torto. Ce ne stavamo con le mani in mano in attesa che il lavoro scendesse dal cielo.
Damiano di sera era introvabile da quando frequentava una vedova. Partimmo senza di lui con tre macchine e fummo subito sulle colline. C’era la luna piena. Qualche volpe attraversava la strada a razzo sbucando dalla macchia mediterranea. A seconda dell’umore, i conducenti delle macchine acceleravano per investirla o frenavano di botto per scansarla.
Da mezzanotte ci abbuffavamo in un’osteria di arrosto misto alla brace, verdure crude e vino tosto. Facevamo un baccano del diavolo.
Alfonso era a capo tavola. Alla sua sinistra sedevo io. Vicino a me c’era Paolo. Senza chiedere permesso, rovesciai nel suo piatto la mia porzione di fegatini. Paolo mi lanciò un’occhiata di disapprovazione, continuando a ingozzarsi in silenzio.

Alla sua sinistra sedevano Vito e Giorgio. Parlavano tra di loro a voce alta camuffando il soggetto della conversazione, che tutti conoscevamo. Si erano fidanzati con due sorelle prive di istruzione e soldi, le volevano sganciare ma non si decidevano a farlo.
Oltre loro stava Antonio, il più alto e grosso della comitiva. Mangiava voracemente arraffando cibo dai piatti posti a centro tavola. Quando beveva svuotava mezza caraffa di vino e ruttava. Su di lui si raccontava di tutto. Una sera, appena arrivato al primo appuntamento con una tardona, le ordinà: “Sbassati le mutande!”
Presso di lui, all’altro capo della tavola, sedeva Clemente. Ogni tanto tirava dalla tasca dei pezzi di carta con i suoi versi e li declamava. Di solito raccontava i suoi trascorsi famigliari. Il padre aveva cercato di buttarlo fuori casa. Ci sarebbe riuscito se la moglie non fosse intervenuta a impedirlo.
Chiese ad Alfonso di passargli la verdura cruda che aveva davanti. Alfonso gliene tirò una manciata in faccia.
“Sbafa”, sbottò sganasciandosi dalle risate, mostrando i suoi denti da cavallo.
“Cristo. Mi hai preso un occhio”, protestò Clemente.
“Sei diventato cieco? Come Omero?”, disse Alfonso. Poi si rivolse a Vito e a Giorgio: “Omero non era cieco? E piantatela di parlare tra di voi. Lo sanno anche in Africa che ve le sposerete.”
I due interruppero la conversazione allibiti.
“Omero era cieco si o no?”, ripeté Alfonso.
“Sì”, assicurò Vito.
“Scoperta del secolo”, s’intromise Clemente, tenendosi aperto un occhio con le mani, mentre Antonio distrattamente gli guardava dentro.
“Cos’è? Il titolo di una poesia? Ce l’hai in tasca? Tirala fuori e faccela sentire”, così Giorgio difese Vito.
“In mezzo alle gambe ce l’ho. Accomodati”, replicò Clemente. Rivolgendosi ad Antonio, che mangiava e contemporaneamente gli scrutava nell’occhio, chiese: “C’è niente?”
“No”, fu la risposta evasiva.
“Smettila di masticare e soffia nell’occhio. Pulisciti la bocca prima.”
Antonio obbedì.
“Basta, mi farai vomitare”, fu la reazione di Clemente, investito da una zaffata di alito cattivo.
Disgustato e tenendosi teatralmente l’occhio aperto con le mani, si rivolse al commensale alla sua sinistra e gli chiese di guardarci dentro.
Alfonso continuava a ridere, mostrando i suoi denti da cavallo. Chinava la testa e batteva la fronte sul tavolo.
Giuseppe, il nuovo amico che Clemente aveva interpellato, aveva la faccia avvizzita e un nasone sormontato da spesse lenti. Orfano di madre, viveva con suo padre occupandosi delle faccende domestiche.
“Avvicinati”, disse a Clemente, che già gli stava addosso.
Questi gli si appressò maggiormente.
“Non vedo nulla”, fu la diagnosi.
“Da quando?”, lo canzonò l’amico.
Alfonso, torcendosi dalle risa, vacillò sulla sedia e si afferrò al tavolo per non cadere a terra.
Clemente si alzò e andò a piazzarsi alle spalle di Tino, mio cugino. Aveva ricevuto la cartolina per andare a fare il militare. In quel momento, diceva a Teodoro, seduto alla sua sinistra, che forse avrebbe messo la firma.
“Una cazzata”, s’intromise Clemente.
“Te ne frega?”, sbottò Tino, scattando in piedi.
“Per nulla”, rispose Clemente.
“Allora smamma.”
“Faresti meglio a sederti.”
“Altrimenti?”
“Resta in piedi come uno stronzo.”
Clemente piantò in asso Tino, abbrancò Teodoro dalle spalle e cercò inutilmente di sollevarlo dalla sedia. Per lo sforzo, gli scappò una scorreggia.
“Salute”, uscì all’unisono dagli astanti, mentre Alfonso si scompisciava dal ridere.
Non riuscendo a schiodare l’amico, Clemente se lo portò a spasso con la sedia.
“Dove cavolo mi porti?”, protestò Teodoro.
“A fare un giretto. Non ti piace viaggiare?”
Teodoro da un anno aveva la fidanzata a Firenze. Una volta al mese andava a trovarla, le prometteva che presto l’avrebbe sposata e ritornava al paese.
“La tua ragazza farà prima a buttarsi nell’Arno”, aggiunse Clemente.
Al solito, Teodoro non reagì. Comportandosi in questo modo, sperava che il suo amico lasciasse cadere l’argomento e così fu.
Collocatolo in disparte, Clemente ne occupò il posto con la sua sedia.
“C’è da bere da queste parti? Vicino ad Antonio si muore di sete”, disse afferrando la caraffa del vino. La scosse e la trovò vuota.
“Ho sbagliato i calcoli”, constatò deluso. Batté ripetutamente il recipiente sul tavolo e urlò: “Oste della malora, porta il vino.”
Alfonso si reggeva la pancia con le mani per il gran ridere.
“Finirò col pisciarmi addosso”, disse.
L’oste, seduto mezzo addormentato dietro al banco di mescita, si tirò su scocciato, prese un boccione di vetro pieno di vino e venne a deporlo sul tavolo. Prima di girarsi e andarsene, disse: “Non basta il casino, stasera?”
“Hai sentito cos’ha detto?”, disse Clemente, rivolgendosi a Ubaldo, seduto presso di lui.
“Non sono sordo”, rispose Ubaldo.
“Non intervieni?”, continuò Clemente.
“Fregatene”, replicò Ubaldo.
“Come sarebbe? Pago e devo prendere insulti?”
“Paghi? Non ho sentito bene.”
“Vi presento Ubaldo”, tergiversò Clemente. “Non ho mai capito quante copie del libretto di navigazione hai.”
Ubaldo era diplomato al nautico. Quando riusciva a imbarcarsi, non resisteva molto a bordo della nave. Si sbarcava e dichiarava di aver strappato il libretto di navigazione.
“Centomila copie”, rispose seccato.
“Calmati. Mica ho detto che soffri il mal di mare o che hai paura di finire in bocca ai pesci”, lo canzonò Clemente.
L’alterco sarebbe continuato se Alfonso, sazio dal ridere, non si fosse messo in piedi.
Clemente subito gli chiese: ”Dove vai?”
“Al cesso. Poi si parte.”
“Non è presto?”
“Ho da fare una visita.”
Di ritorno, Alfonso pagò l’oste e gettò il conto sul tavolo. Un semplice pezzo di carta con su scritta una cifra esagerata. Clemente se ne appropriò.
“T’ha preso per Agnelli?”, gli chiese.
“Andiamo via, prima che il conto glielo faccia ingoiare”, rispose Alfonso.
“Ci penso io”, disse Clemente, dirigendosi verso l’oste che, appoggiato al banco di mescita, contava il denaro incassato.
“Cosa intendi fare?”, gli chiese uno di noi.
“Seguitemi e vedrete”, fu la risposta.
Gli andammo tutti dietro.
“Cosa c’è?”, ci accolse l’oste. Era grande e grosso, con la barba non rasata almeno da tre giorni.
“Vogliamo dare un’occhiata alla lista dei prezzi”, gli disse calmo Clemente.
“Piantala. Ormai abbiamo pagato”, s’intromise di nuovo Ubaldo.
Clemente ignorò l’amico.
“Allora, compare questa lista?”, ripeté all’oste.
“Ora si ride”, disse Alfonso, come non avesse riso abbastanza. Rivolgendosi a Clemente, aggiunse: “Rifai la richiesta.”
“E’ la terza volta”, Clemente raccolte e rilanciò.
“C’é la puoi anche recitare”, emerse una voce dal gruppo.
“Non siamo a teatro”, arrivò la risposta dell’oste.
“Siamo al ristorante di un grand’hotel”, gracchiò Teodoro.
“L’amico non ha ancora capito che il conto finisce dai finanzieri”, minacciò Clemente.
“Fate pure. Basta che sloggiate. Sono le due passate. Devo chiudere”, disse l’oste, per nulla turbato.
“Chiuderai per sempre. Articolo 716: mancanza esibizione dei prezzi, tre anni di galera. Articolo 717: alterazione degli stessi, due anni. Articolo 718: cibi avariati…”, improvvisò Clemente.
“Ergastolo!”, l’interruppe e sentenziò Alfonso.
“Effettivamente, i fegatini puzzavano”, testimoniai.
“Perciò li hai scaricati nel mio piatto?”, mi chiese Paolo.
“Non hai neanche ringraziato”, risposi.
“Vai a cagare”, incassai.
“Vamos!”, urlò Alfonso, chiudendo la contestazione del conto.
Rapidamente uscimmo dall’osteria.
Con le macchine, sfilammo rombando per le viuzze contorte del paese addormentato in cui stavamo, sfiorando pericolosamente spigoli di case dipinte a calce. Nell’auto di Alfonso, che procedeva in testa, io e Tino eravamo seduti dietro. Clemente era avanti e Alfonso, mentre guidava, gli assestava gomitate nel fianco, ricordando euforico gli articoli fasulli citati nell’osteria.
“Si può sapere dove siamo diretti?”, chiedevamo ogni tanto io e Tino, senza ricevere risposta.
Appena usciti dal paese, Alfonso puntò i fari contro una casetta isolata e scalcinata e si fermò. Le macchine che seguivano fecero altrettanto. Scendemmo tutti. Alfonso prese a tempestare la porta d’ingresso della casetta con pugni e calci.
“Chi ci abita, Alfò?”, gli chiese Clemente.
“Una zoccola.”
“Potevi dirlo subito.”
La porta si aprì. Comparve una donna in camicia da notte. Aveva capelli neri lunghi e l’espressione sprezzante. Il viso incuriosito di una bambina di circa sei anni le sbucava da dietro le spalle.
“Cosa cerchi?”, chiese ad Alfonso, schermandosi il volto con una mano.
“Indovina!”
“Hai sbagliato porta. Sparisci. Sei ubriaco.”
“Ubriaco io?”
“Andiamo via”, intervenni, afferrando Alfonso per un braccio. “Non vedi che c’è una bambina?”
“Lasciami, Angelo. Non credere di essere un angelo”, disse Alfonso svincolandosi. “Ho sbagliato porta? Sai quante volte l’ho fottuta?”
“C’è una bambina”, ripetei.
“Beh? E’ sua figlia. Figlia di zoccola.”
Tranne Antonio, abbrancammo Alfonso e lo ficcammo recalcitrante nella sua macchina.
“Lasciatemi. Voglio dare una lezione a quella puttana”, protestava.
Partiti a fatica, ritornavamo al nostro paese di mare, ridiscendendo le colline a velocità sostenuta. Alfonso con la sua macchina era in testa. Ogni tanto prendeva a pugni lo sterzo, per essere stato prima ostacolato.
“Pensa a guidare”, gli ricordava Clemente, seduto accanto a lui.
“Rallenta”, intervenne Tino a un certo punto, seduto con me dietro. “Abbiamo seminato le altre macchine.”
Ci fermammo e attendemmo. Le macchine non comparivano. Facemmo dietrofront commentando:
“Avranno forato.”
“O smarrito la strada.”
“Si saranno fermati a vomitare.”
“O a cagare.”
La mettevamo ancora sul vago quando ci venne incontro e tirò dritto una delle nostre macchine. Scendeva la collina a forte velocità, strombazzando, come trasportasse un ferito.
“E’ fatta”, sintetizzò Alfonso, proseguendo la corsa.
“Forse non è successo nulla di grave”, intervenne Clemente.
“Di chi era la macchina?”, chiedemmo io e Tino.
“Di Giorgio. Non ho visto chi trasportava. Alfò, tu hai visto…”, rispose e non riuscì a completare Clemente.
“Non ho visto un cazzo”, tagliò corto Alfonso.
Era una bella notte d’inverno con cielo stellato e non faceva eccessivamente freddo. Sulla strada, un susseguirsi di curve che si arrampicavano sulle colline, per poco non investimmo la macchina di Paolo che improvvisamente ci trovammo davanti. Era inclinata su un fianco al centro strada. Vicino c’erano le sagome inconfondibili di Antonio e Giuseppe.
“Ce ne avete messo di tempo”, ci accolse Antonio, appena scesi dalla macchina.
“S’è fatto male qualcuno?”, gli chiese Clemente.
“Ho finito le sigarette.”
“Trattenetemi o a questo cesso gli riempio la faccia di schiaffi”, reagì Alfonso.
“Si può sapere cos’è successo?”, così Clemente si rivolse a Giuseppe.
“Non si vede?”
“Nessuno esce una sigaretta”, rinnovò la richiesta Antonio.
Mentre spostavamo al lato della strada la macchina di Paolo, per evitare che causasse incidenti, Alfonso disse: “Ancora non ho capito perché vi siete capottati.”
Sarà stato a causa di una volpe, pensai, un attimo prima che Giuseppe confermasse.
L’alba era spuntata da poco. Io e mio padre aprimmo contemporaneamente la porta di casa. Lui dall’interno, io dall’esterno. Quando ci trovammo di fronte, ci guardammo per un attimo in silenzio negli occhi. Mi feci da parte e lui andò a lavorare.
Entrato in casa, trovai mia madre in cucina, curva sulla madia a impastare.
“Ti sei alzato presto”, disse appena mi vide. “Tuo padre è appena uscito.”
Non chiarii l’equivoco. Girai un paio di volte attorno al tavolo al centro della stanza e raggiunsi la camera da letto che dividevo con mio fratello. Quando vi entrai, mio fratello si destò.
“Ti alzi?”, mi chiese.
“Mi corico.”
Dette un’occhiata alla sveglia che stava sul comodino tra i nostri due letti paralleli.
“Da dove vieni a quest’ora?”, volle sapere.
“Dall’ospedale.”
“E’ morto qualcuno?”
“Paolo.”
“Non dire cazzate.”
I miei amici erano anche suoi. Da quando si era fidanzato aveva smesso di frequentarli. Uno che conosci bene non puoi accettare che muoia a vent’anni, in una notte qualsiasi, mentre stai dormendo. Io pure stentavo a crederlo.
Paolo sembrava essere uscito indenne dall’incidente. Era svenuto ma si era ripreso subito. Giorgio e gli altri l’avevano trasportato all’ospedale per fargli dare una controllata, contro la sua volontà. Appena arrivato, era morto per un’emorragia interna.
Il disagio che provavo non era per la pesante bara che con tre amici trasportavo in spalla al cimitero. Ero disposto a reggere un peso cento volte superiore se fosse servito a riportare in vita Paolo. Avevo presentato domanda al municipio per cercare di ottenere il suo posto di lavoro. Era un’azione che consideravo infame.
Fui convocato pochi giorni dopo.
M’informarono che il posto vacante sarebbe stato assegnato per concorso pubblico. La mia domanda e altre pervenute erano state cestinate.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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9 risposte a AL POSTO DI PAOLO! – racconto di Felice Muolo illustrato da Valeria Chatterly Rosenkreutz

  1. Felice Muolo ha detto:

    Graziegrazie.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    De nada, caro Felice. Sono davvero contento di poterti ospitare con questo racconto che è poi il preludio al tuo nuovo romanzo.

    E INVITO TUTTE/I A LEGGERLO CON SOMMA ATTENZIONE.

    beppe

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  3. furbylla ha detto:

    per quel che mi riguarda trovo impossibile non leggere con attenzione e piacere ciò che scrive Felice 🙂
    buongiorno ad entrambi!
    cinzia

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  4. Felice Muolo ha detto:

    Siete entrambi carissimi. Abbracci strettissimi.

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  5. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Onore al merito, al tuo, caro Felice.

    Abracci stretti stretti senza cravatta al collo 😉

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Hai detto bene: impossibile non leggere con attenzione e piacere, tanto più che questo è un assaggio del nuovo romanzo di Felice Muolo.

    beppe

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  7. romanticavany ha detto:

    Le disgrazie sono sempre dietro l’uscio di casa.
    Un racconto un po’ lungo che mi confondeva perchè sembrava lo stile di King.ma invece era proprio di Felice che finiva in modo infelice.
    Purtroppo la storia fa capire che sono cose che possono capitare, un gruppo di ragazzi giovani con quell’incoscienza che appartiene in quei periodi della vita in una notte diventano + grandi perchè perdono un amico e perchè si accorgono che la vita può terminare da un momento all’altro.
    Un racconto che fa riflettere .
    La vita è un sogno se si sfoglia nel verso giusto è bello viverla con amore
    Ciao Felice 😉

    ‘Notte a tutti
    ♥ vany

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  8. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Felice, ma hai letto il commento che Vany ha lasciato al tuo racconto?
    Ti aveva scambiato per Stephen King. E non dirmi che è complimenti da poco. La piccola Vany ha letto tutto il racconto. Con me non lo fa quasi mai. 😉 Rimane disgustata dopo poche righe. 😀 Quindi, caro Felice, questo vuol dire che hai classe.

    Felice, sei un grande.
    Fossi io un editore non ci penserei su due volte a pubblicarti senza né “se” né “ma”.

    beppe

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  9. Felice Muolo ha detto:

    Grazie per l’attenzione e il commento e i complimenti, Vany. Ma non mi fare ingelosire Giuseppe, per favore. Gli devo molto: attraverso lui ho conosciuto te e tante altre belle e simpatiche ragazze.

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