VENDETTA. Di Giuseppe Iannozzi – 1ma parte – illustrazione di Valeria Chatterly Rosenkreutz

VENDETTA

di Giuseppe Iannozzi

Elysian Fields by Chatterly

Elysian Fields by Chatterly

Elysian Fields è opera di Valeria Chatterly Rosenkreutz

Prologo

Credevano d’avermi fatto fuori, come se mi si potesse liquidare così, su due piedi. Hanno fatto male i loro calcoli. Pagheranno per quello che mi hanno fatto.
Non sono mai stato dall’altra parte, con quelli che ammazzano per divertimento. Questa volta farò un’eccezione.

E’ accaduto. E non sarebbe dovuto accadere.
E’ mia la colpa. Se fossi rimasto in casa, forse avrei potuto evitare che accadesse l’irreparabile.
Ero ubriaco. Avevo litigato con lei, per l’ennesima volta. L’amavo. E l’amo ancora, per questo non ho più niente da perdere … mi rimane la vendetta da consumare. Non importa se non servirà a farla tornare indietro. Non ho niente da perdere.
Ero ubriaco e Melissa era su di giri. Mi rimproverava per aver scialacquato gli ultimi spiccioli per gonfiarmi il fegato di alcol. Non voleva che saperne di tacere. Sapevo d’esser in torto, ma non potevo ammetterlo, non di fronte a lei. E, in quel momento, brillo com’ero pensavo d’essere nel giusto, perché un uomo ha bisogno sempre d’una bottiglia che gli tenga compagnia nei momenti peggiori.
Non ho mai alzato le mani su di lei. Mai. Dio mi è testimone.
Ero brillo, troppo, ed allora sono uscito di casa sbattendo la porta.
Le ho dato le spalle. Non potevo immaginare che sarebbe stato per sempre, che non l’avrei rivista più, che sarei stato costretto a riconoscere il suo corpo ridotto a pezzi in obitorio.
Adesso penso alla vendetta.

Ho perso il lavoro da due anni buoni e per tutto questo maledetto tempo io e Melissa siamo andati avanti stringendo la cinghia. Qualche lavoretto in nero ai limiti della legalità. Qualche vaglia postale da parte dei genitori di lei. Qualche ruberia nei supermercati meno in vista.
Ho fatto lavori sporchi per sopravvivere, per restare con Melissa. E loro me l’hanno tolta.
Ho visto. Ho visto troppo.
Mi avevano avvertito che se avessi aperto bocca mi avrebbero fatto ingoiare la lingua.
Non l’hanno fatto.
E io non ho parlato.
Ma quelli se la sono presa con la mia Melissa.
Perché?
Perché sono degli assassini.
Perché sono dei nazisti che sfruttano i clandestini.
Perché una volta che li hanno fatti arrivare sulle spiagge di Lampedusa, dopo se li portano via.
Commerciano in organi umani.
Molti ci lasciano le penne.
Quelli che sopravvivono invece si ritrovano con un rene in meno, con mezzo fegato, con un occhio cieco (se gli dice bene, perché non è detto che a molti non gli asportino tutt’e due le cornee).
Fingono d’essere una organizzazione umanitaria. Il paravento funziona. Sino ad ora nessuno si è insospettito.
Ho visto. Per puro caso. Se solo non avessi visto, Melissa sarebbe ancora viva.
Ho visto e mi hanno beccato.
Mi hanno fatto promettere di tenermelo per me quello che avevo visto.
Ho dato loro la mia parola.
L’hanno uccisa per divertimento. L’hanno massacrata. Fatta a pezzi.
Quando sono entrato, in casa c’era un lago di sangue.
La polizia mi ha detto di stare calmo, perché tutto si sarebbe aggiustato.
Mentivano. Come quelli che hanno amputato mani e braccia, gambe e piedi, seni e testa della mia Melissa. Hanno mentito sapendo di mentire.
Hanno preso la maggior parte dei suoi organi interni.
Se fossi restato in casa. Se non fossi stato marcio. Se non mi fossi lasciato sedurre dal dèmone dell’alcol.
Adesso devo fare quello che è giusto. Devo diventare un assassino, e conosco un solo modo per diventare una bestia senza paura né pietà. Devo passare dalla loro parte, diventare un nazista.
Uccidendo Melissa credevano d’avermi annientato nel corpo, nella mente e nell’anima. Hanno fatto male i loro calcoli. Pagheranno per quello che hanno fatto. Non ho combinato granché in questi trentatré anni che mi trascino addosso, ma prima di tirar le cuoia, prima di finire morto alcolizzato, prima avrò la vendetta.

Cap. I

Melissa l’ho incontrata in un giorno d’autunno. Le foglie brune piovevano giù, a cascate su di noi.
Era un giorno di vento, di nuvole grigie che non sapevano sfogare le cateratte.
Melissa era bellissima. Perché mi abbia rivolto la parola rimane un mistero.
Io ero solo uno studente, uno fuori corso, uno che non era ben visto dai professori.
Perlopiù tenevo vivo il silenzio. Parlavo poco. Le mie idee non piacevano a nessuno, men che meno ai miei coetanei. Dicevano che ero una testa calda. Quando aprivo bocca si scatenava sempre il putiferio. Alla fine decisi di tacere, in segno di protesta.
I professori mi odiavano perché non ero schierato, non stavo né con la destra né con la sinistra e non ero nemmeno un moderato o un liberale, o peggio ancora un anarchico del cazzo.
“Che ci fai tu qui?”, esordì lei.
La conoscevo. Melissa.
Tutti sapevano chi era. Era lei la più bella. La più intelligente.
I docenti facevano a gara per portarsela a letto. Non c’era uno che non fosse preso bene di lei. Tutti volevano una cosa sola: scoparsela.
L’avevo incontrata lungo i corridoi della facoltà.
Le avevo lanciato delle brevi occhiate, sicuro che con una come lei non ci sarebbe mai stata storia.
Per un po’ ci studiammo a distanza di sicurezza. Poi lei non mi degnò più d’uno sguardo.
Rimasi in silenzio. Era come se le parole non volessero uscire dalla gola.
“Hai perso la lingua?”, fece lei abbozzando un sorriso malizioso.
“No”, farfugliai.
“Bene, almeno questo.”
Le foglie ci avvolgevano in larghe spire.
Invano tentai d’accendermi una sigaretta. Il vento spense uno due tre cerini, così alla fine desistetti e incollai la cicca sopra l’orecchio destro.
“E tu che ci fai qui? Non dovresti essere a lezione?”
“Oggi non avevo voglia.”
“Tu fai sempre quello che ti passa per la testa?”
“Quasi sempre”. Era però evidente che mentiva. Lei era un’abitudinaria, non avrebbe mai saltato una lezione senza un motivo ben preciso.
“Bene, così siamo qui”, dissi. “Non senti freddo?”
“No.”
“Che hai intenzione di fare?”
“Parlare.”
“Parlare e basta?”
“Non ti sembra forse abbastanza?”
Mio malgrado fui costretto a deglutire, a vuoto. Mi teneva al guinzaglio.
Restammo l’uno di fronte all’altro per non so bene neanch’io quanto tempo. Poi Melissa, con studiata malizia, accennò di cominciare a sentire un po’ di freddo.
“Camminiamo?”
Prendemmo a camminare, allontanandoci dai bigi edifici della facoltà umanistica.
“Sei molto popolare ma anche impopolare …”, azzardò lei.
“Parrebbe proprio di sì.”
“Non ti infastidisce questo?”
“Dovrebbe? No, non mi dà fastidio. Non appartengo a nessuno.”
“Nemmeno a una donna?”
Di ragazze ne avevo avute, e qualcuna era caduta pure ai miei piedi e io, da bastardo incosciente, non esitai a lasciarle piangere. Melissa non ignorava che ero un bel tipo e che le ragazze, anche quelle più mature, mi stavano dietro e che però non sempre osavano dichiararsi per paura, perché sì, io incutevo timore.
“Al momento sono libero, se è questo che ti interessa sapere”, dissi sbuffando.
“Il bel tenebroso!”, sentenziò lei scoppiando in una risata di gola: “Con me non attacca.”
“Non ci sto provando”, puntualizzai piccato.
“Non ho detto che tu ci stia provando con me. Sono venuta io a cercarti.”
“E’ dunque questo il motivo per cui hai saltato lezione.”
“Lo ammetto.”
Iniziammo a frequentarci. Erano invidiosi. Tutti. I professori in particolar modo, che con me incollato al fianco di Melissa avevo perso anche la vana illusione di riuscire un giorno a portarsela a letto. Melissa non è mai stata una di quelle. Non avrebbe mai aperto le gambe per passare un esame.
Quando fu chiaro che Melissa se la faceva con me e con me soltanto, frequentare le lezioni divenne impossibile. Sostenere un esame divenne un vero e proprio calvario, soprattutto per la mia donna.
Combattere contro il sistema di prostituzione, consolidato e accettato all’interno della facoltà umanistica, avrebbe solo significato dar luogo a una campagna donchisciottesca, per cui lasciammo il lupanare universitario a piè pari, senza rimpianti. Ce la saremmo cavata comunque, e a quel tempo ci credevamo sul serio.

Cap. II

I primi tempi furono difficili, molto. Li condivamo però con la nostra passione. Non avevamo molto, e ogni momento era buono per cacciarci a letto e sbranarci l’anima.
Melissa amava con tutta se stessa. Era la mia personale geisha ed io il suo signore-servitore.
Non c’erano per noi rose e fiori, c’era però che eravamo giovani belli e incoscienti.
L’Italia cominciava a sprofondare nel baratro. E a noi ce ne fregava niente.
Operaio. Non era un sogno ma nemmeno un incubo. Ero uno che lavorava sodo.
Non fu poi troppo difficile entrare in fabbrica.
Non iscritto ad alcun sindacato, Eurimaco mi mise in regola con i libretti e tutto.
Eurimaco era un gran brutto tipo, non gli piaceva chi lavorava per lui, però aveva bisogno di uomini per fare andare avanti la macchina industriale. Io non gli stavo sulle scatole: ciò non significava che gli fossi simpatico. Tutt’altro. Per lui ero un ingranaggio che faceva funzionare il motore della sua fabbrica. Un ingranaggio che non rompeva i coglioni perché non schierato con alcuna fazione politica o sindacale. Eurimaco pensava fossi uno che gliene fregava niente della politica, mentre era più vero che i politicanti tutti mi facevano schifo, da capo a piedi. Gli altri operai invece se la facevano con quelli della sinistra. La maggior parte erano comunisti. Non avevano ancora capito di che pasta era realmente fatto Bertinotti, né sospettavano che sarebbe stato proprio lui a mandare a gambe all’aria Rifondazione Comunista.
Melissa aveva trovato un lavoretto part-time in una birreria. Non tirava su molto ma fra il mio stipendio e il suo mezzo tiravamo avanti.
Provammo pure ad avere un figlio, senza successo.
“Alex, io lo voglio …”.
Lo desideravo anch’io. Per quanto ci provassimo era sempre un buco nell’acqua. Non approfondimmo mai se dipendesse da me o da lei: il punto era uno e uno soltanto, eravamo una coppia sterile e dovevamo farcene una ragione.
A lungo andare, il fatto di non poter avere dei figli innervosì entrambi. Iniziammo a discutere, ad alzare la voce per delle banalità. In qualche modo dovevamo pur pompare fuori la frustrazione che, con inesorabile lentezza, ci corrodeva l’anima.
Entrati nel Duemila, le cose si fecero difficili, molto. Era oramai chiaro che dopo il G8 di Genova, dopo la morte di Carlo Giuliani, nulla sarebbe stato più lo stesso. Era nell’aria che l’Italia dovesse sprofondare insieme all’Europa tutta. Entrati nell’Unione Europea, in molti s’illusero che gli stati membri sarebbero stati forti, così tanto da mettere i piedi in testa all’America. L’attentato dell’11 settembre 2001 da parte dei terroristi di al-Qāʿida sollevò un vespaio. L’America si mise sul piede di guerra, avrebbe vendicato le sue e più tremila vittime. Iniziò la caccia all’uomo: Osāma bin Lāden. L’Unione Europea cadde presto nel panico: i fondamentalisti islamici promettevano ritorsioni in tutto il mondo occidentale. La globalizzazione, l’economia globalizzata, nel giro di poco, perse sempre più colpi. L’Occidente finì sul lastrico, annientando di fatto il ceto medio.
Un giorno Eurimaco indisse un’assemblea. Non era da lui.
Non aveva un bell’aspetto. Sulla sua faccia da porcello grasso c’era scritto che si era lì, tutti riuniti in sala mensa, per un requiem.
“Lo sapete”, attaccò Eurimaco.
Ci guardammo l’un l’altro. Da tempo si vociferava che la fabbrica fosse con l’acqua alla gola.
“Lo sapete”, continuò: “inutile girarci intorno. E’ finita. L’azienda è sull’orlo del fallimento. Anzi, è già fallita. La Fiat è scoppiata e noi coliamo a picco. Il grosso degli appalti, lo sapete, venivano da lì. Appalti e subappalti, commesse … tutto andato.”
Eurimaco gettò uno sguardo distratto agli operai chiusi in un silenzio sepolcrale.
“Si va a casa, tutti. E’ il fallimento. Non ci sono vie d’uscita. Dio lo sa se ci ho provato a resistere. Ho perso tutto. Mi sono sepolto nei debiti. Questo è quanto.”
Nessuno parlò. Qualcuno, nascosto nelle file in fondo, fischiò.
Qualche giorno dopo Eurimaco si sparò un colpo a una tempia.
Lui fu uno dei primi imprenditori a togliersi la vita.
Lasciava la famiglia e una montagna di debiti. Lacrime poche a dir la verità.
Melissa riuscì a tenere ancora per un po’ il suo lavoro, ma alla fine la liquidarono per sostituirla con una ragazzina che a detta del padrone avrebbe attirato anche i castrati!

Cap. III

Non ho mai ucciso. Non so come si uccide un uomo. Ed io ne dovrò uccidere più di uno, e per riuscirci devo diventare un nazista.
Sono le tre del mattino.
Sono davanti allo specchio del bagno.
Sfido il mio volto allo specchio.
Trentatré anni e delle profonde rughe – che fino a qualche giorno prima non c’erano – solcano la mia fronte. I capelli sulle tempie sono diventati fili d’argento.
Afferrò le forbici e comincio a tagliare barba e capelli.
Nel giro di mezzora sono rasato, tale e quale a un naziskin.
E’ da tanto che non vedevo più il mio volto e non lo riconosco. Forse non è neanche il mio.
L’ombra di Melissa è alle mie spalle. Tiene vivo il silenzio. Non vuole parlare con me. Ma non gliene voglio. Anch’io io al suo posto mi comporterei allo stesso modo. Non mi rimprovera. Non mi assolve.
Quello che le hanno fatto è terribile e quello che io farò a loro sarà ancora peggio.
Non posso tirarmi indietro.

L’ombra di Melissa mi fissa dallo specchio. E’ un fantasma traslucido, frutto della mia mente cortocircuitata, lo so bene. Cerco comunque d’afferrarla. Abbraccio me stesso, un essere schifoso che odio.
La rabbia esplode e la mia faccia è quella d’un agnello impaurito. Con una testata spacco il vetro dello specchio. Le schegge si conficcano nella carne provocando tagli e profonde ferite.
Con la mano destra afferrò un triangolo di vetro e continuo il lavoro. Mi procuro tagli sul petto e sulle braccia.
Sono le quattro del mattino e il mio corpo piange sangue. Come quello di Gesù Cristo.


Cap. IV

Ho ricucito le ferite con le mie mani.
Il mio corpo è una cicatrice tenuta insieme dal filo chirurgico.
Non sono stato granché bravo. Melissa era brava con l’ago e il filo, lei amava ricamare. Lo faceva per distendere i nervi. Motivi floreali e cherubini perlopiù, su fazzoletti e tovaglie. E non di rado si confezionava da sé i capi d’abbigliamento. Era una sua passione e non pensava che fosse una debolezza femminile il ricamo. Quando la scherzavo, lei mi diceva che avrei dovuto provare io a tenere in mano ago e filo e creare quel disegno che prima non c’era, solo così avrei capito.
Non so dire se ho capito adesso che ho provato sulla mia pelle. Ho cucito per chiudere alla bell’e meglio le ferite.
Devo avere pazienza.
I tagli dovranno guarire prima che possa uscire dal mio bunker.
Resto nell’appartamento tenendo le persiane giù.
L’ambiente puzza di disinfettante. Puzza di me: di dolore animale. Di rabbia criminale.
Aspetto ma la pazienza pesa più del più piombo. Devo però rimanere calmo. Se voglio la vendetta devo imparare: essere freddo, sempre. E’ la prima regola per diventare un criminale, forse l’unica. Il resto verrà da sé. Restare calmo per perdere l’umanità.
Il puzzo di disinfettante, delle mie ferite ancora aperte, del sangue mi inebria. Sto imparando a capire cosa si potrebbe provare a uccidere un essere umano, perché io sono morto e sono risorto per essere un assassino, per prendermi la mia vendetta.
Gesù Cristo avrebbe dovuto … non ne è stato capace. Ha obbedito al Padre. Così dicono.
Non ci credo.
Quando sarò un corpo morto, non sarò più.
Un uomo funziona più o meno come una di quelle lampadine con il filo di tungsteno. Una volta che il filo si rompe, niente più luce.
Il fantasma di Melissa è nella mia testa. Un fantasma distorto dalle mie emozioni. Un fantasma che troverà la pace solo nel momento in cui avrò preso la vita dei nazisti che me l’hanno portata via.

Sono giorni che sto chiuso in casa.
Prendo gli antibiotici con regolarità.
Mi raso con regolarità, nonostante le ferite.
Sto imparando ad essere una bestia, un nazista.
La freddezza animale non è uno stadio semplice da raggiungere. Avverto ancora troppe emozioni dentro di me. Le devo spegnere, una ad una. O fallirò.

Nel condomino pensano che mi sia chiuso nel dolore.
Non immaginano che mi sto preparando.
L’altro giorno, Delia, una vedova impicciona, ha bussato alla porta di casa mia. Voleva sapere. Ha bussato con insistenza, altrimenti non le avrei risposto. Ma non le ho aperto. Ho spiato le sue mosse dallo spioncino. Aveva la faccia di chi non sa farsi proprio gli affari suoi. Sorrideva a trentadue denti, reggendo in mano una teglia.
“Mi chiedevo solo se sta bene”, ha esordito.
La sua voce gracchiante, da vecchia, mi ha dato sui nervi. Troppo. Non ho raggiunto ancora la freddezza necessaria. Però il mio istinto mi ha quasi spinto ad aprirle la porta per darle il fatto suo.

[ fine 1ma parte ]

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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7 risposte a VENDETTA. Di Giuseppe Iannozzi – 1ma parte – illustrazione di Valeria Chatterly Rosenkreutz

  1. furbylla ha detto:

    un ottimo inizio
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Di che? O__o

    beppe

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  3. furbylla ha detto:

    come di che?
    cinzia

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ che mi pare tu abbia detto niente.
    Non può essere un “ottimo inizio”, essendo che trattasi di buona metà del raccconto.
    Dentro ci sono tanti temi: suicidi degli imprenditori, crisi economica, immigrazione clandestina, etc. Etc. Forse sbaglio, ma un tempo questi argomenti ti avrebbero fatto dire qualche cosa in più. O forse sei solo un po’ distratta, e te lo concedo… 😉

    Bacione

    beppe

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  5. furbylla ha detto:

    capito. si hai ragione mi avrebbero fatto dire molto di più ma ho preferito dire che l’inizio inteso come prima parte pubblicata mi è parso ottimo. Sono arrabbiata e demoralizzata e stanca.. di tutto questo che accade. specialmente stanca..
    cinzia

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Per una volta ho ragione. 🙂 L’ho spuntata con la Stregaccia. 😉

    Capito. E per questo preferisci tacere su certi accadimenti che non ti piacciono. Non posso dartene torto.

    Un bacione

    beppe

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