Castrazioni madornali per poesia e letteratura – di Iannozzi Giuseppe

Castrazioni madornali per poesia e letteratura

di Iannozzi Giuseppe

Giulio Mozzi, Lei ha dichiarato: Il Gattopardo è un brutto libro. Per lei Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha dunque scritto un brutto libro.

“[…] In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il la; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è colpa nostra. Ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.”

Chissà che penserà de L’ultima tentazione (di Cristo) di Nikos Kazantzakis.

Gentile Giulio Mozzi,

1. Le chiedo dunque, di Kazantzakis e del suo Capolavoro L’ultima tentazione (di Cristo), il suo giudizio è…?

Iannozzi Giuseppe - tipo disumano

Iannozzi Giuseppe – tipo disumano

2. E ancora: quanti libri ha dichiarato brutti?

3. Può stilare una lista nera di tutti quei libri che, secondo il suo personalissimo e solipsista metro di giudizio, sono brutti?

4. La sua idea in merito alla poesia è:

“[…] Ora, io mi domando: per scrivere decenti poesie, oggi, 4 agosto 2013, è necessario avere una competenza metrica? Oggi che il verso è ormai quasi esclusivamente “libero”; oggi che la poesia è un fatto scritto e non orale (quasi sempre: tanto che la poesia orale, ossia fatta per essere detta, e magari registrata in cd anziché stampati in libro, è diventata un genere letterario a parte): è davvero necessario, per uno che voglia esprimersi in versi, saper fare un accettabile sonetto in accettabili endecasillabi?

Secondo me: sì. Sì, perché per prendersi delle libertà bisogna sapere bene da che cosa ci si prendono delle libertà. […]”.

Par quasi che Lei, Giulio Mozzi, auspichi un ritorno a una poesia di stampo trecentesco se non addirittura medioevale. Temo, forse, sbagliando che Walt Whitman, ad esempio, Lei lo definirebbe un brutto esempio di poesia. E però T. S. Eliot ebbe a dire: “allontanata la rima, molta eterea musica balza dalla parola”.

Se lo facci dire. Secondo me, Lei si sta facendo delle castrazioni madornali.
Non mi facci come il ragionier Fantozzi che tenta di prendere l’autobus al volo per star dietro a un sogno sognato e infine ottenere, come tutto risultato, di schiantarsi al suolo.

Fantozzi: Allora, prenderò l’autobus al volo!
Pina: No, Ugo! l‘autobus al volo no!
Mariangela: No, papà!
Fantozzi: Sì, saltando dal terrazzino, guadagnerò almeno due minuti!
Pina: No, Ugo! Non l’hai mai fatto… non hai il fisico adatto…
Fantozzi: Non l’ho mai fatto… ma l’ho sempre sognato!

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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8 risposte a Castrazioni madornali per poesia e letteratura – di Iannozzi Giuseppe

  1. Giulio Mozzi ha detto:

    Iannozzi, scrivi: “Par quasi che Lei, Giulio Mozzi, auspichi un ritorno a una poesia di stampo trecentesco se non addirittura medioevale”.

    Ho scritto l’esatto contrario. Basta leggere l’articoletto per intero.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    L’articoletto l’ho letto, per intero.
    L’esatto contrario mi pare un po’ forte! In ogni caso, io ho scritto “par quasi che…”. Non ho scritto: “Giulio Mozzi auspica un ritorno a…”. E’ diverso e molto.

    Lo sfondo di questo mio breve discorso, quindi, non è un invito a “ritornare alla metrica”. Tutt’altro. E’ un invito a rinforzare la propria competenza.

    E però Lei, mi par di capire, che preferisca una poesia di stampo trecentesco o giù di lì.

    Ho letto anche le poesie “Tipi umani”. Diciamo che la forma è proprio bruttina, o meglio: è fin troppo manierista.

    Prenda Jimi Hendrix.
    Diavolo, non sapeva scrivere la musica. Non la sapeva scrivere.
    Gli dava però la chitarra e ti suonava come nessun altro al mondo.

    Conoscere le regole, sì, può servire. Non necessariamente però. Un poeta non è un manuale di sintassi o un rimario, o entrambe le cose. Lei conosce le regole, le applica, e la sua poesia è manierista, ma niente più di questo. Ed è questo che Le rimprovero.

    L’importante è leggere della buona poesia. Una poesia per me è buona, in primis, se dà luogo a uno stato d’animo in me lettore. Diversamente non è buona poesia. Bella la confezione, a regola, ma tolta la confezione rimane la vuotezza. La confezione è quel manierismo di cui lei fa sfoggio nei “Tipi umani”, ad esempio.

    Un poeta, per me, è soprattutto uno che scrive per istinto. Preferisco un poeta di solo genuino istinto a uno che invece lo rinnega per dar credito alla sola forma.

    Walt Whitman le piace?

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  3. Giulio Mozzi ha detto:

    I Tipi umani sono (dichiaratamente) un puro e semplice gioco (di spirito, peraltro, molto più secentista che trecentista).
    Se vuoi capire che io preferirei “una poesia di stampo trecentesco o giù di lì”, fa’ pure: ciascuno ha il diritto di prendere fischi per fiaschi. Però se io scrivo che non invito a ritornare alla metrica (“tutt’altro”), e tu qui scrivi che io invito a ritornare alla metrica, l’errore è bello grosso.
    Le mie poesie non giocose (belle o brutte che siano: non è questo il punto, ora), hanno tutt’altro aspetto. Vedi.
    Peraltro, non è scritto da nessuna parte che non si possa scrivere “per istinto” nelle forme del sonetto o della ballata eccetera: dipende da quanto uno ha interiorizzato le forme della tradizione. Le tue poesie, ad esempio, saranno magari scritte “per istinto”: ma rispettano tutte le regole della grammatica e della sintassi: evidentemente hai così bene interiorizzate grammatica e sintassi da mettere questa e quella al servizio dell’ “istinto”. Insomma: la contrapposizione tra “scrittura per istinto” e “scrittura in forma” mi pare argomentativamente inefficace.
    Walt Whitman, tanto per non fare esempi, scriveva con nell’orecchio una forma precisa: la forma del salmo biblico (ricordiamoci che la King James Bible è un monumento della letteratura inglese). Una forma sicuramente più libera dell’endecasillabo o dell’alessandrino, ma sempre una forma: delimitata non dal numero di sillabe ma dal ritmo (ossia dagli accenti), dall’andamento sintattico, dalle ripetizioni, dai parallelismi eccetera.
    E mi piace, sì.

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Facciamo l’analisi logica e grammaticale di quello che ho scritto:

    Par quasi che Lei, Giulio Mozzi, auspichi un ritorno a una poesia di stampo trecentesco se non addirittura medioevale.

    Anzi, meglio ancora, la faccia lei l’analisi, e mi poi mi dichi pure.

    Le poesie del suo archivio, le avevo già lette: e sono sì, decisamente molto ma molto più di sostanza. E fossi in lei penserei a una loro possibile pubblicazione perché meritano.

    Fossi in lei, prima d’insegnare (di tentare d’insegnare a scrivere delle storie e delle poesie) agli allievi nelle scuole di scrittura, comincerei con l’insegnargli l’ABC, la grammatica, così, forse, un giorno non troverò più scritto, ad esempio, “macchina da scrivere” e altre castronerie del genere. Simili errori, per me imperdonabili perché chiaramente non sono dei refusi, li trovo ripetuti in diversi autori, che ahinoi pubblicano con grandi editori. E non raccontiamoci la favoletta che la colpa è dell’editor che non ha fatto il suo lavoro.

    Dopo che avranno imparato un po’ di grammatica, potranno forse anche tentare di scrivere dei pensieri o degli aforismi.
    Al momento, vedo (e purtroppo leggo) libri dozzinali, quelli che io definisco libri-fotocopia: cambiano i nomi dei personaggi, dei luoghi, ma la sostanza è sempre la stessa e lo stile è sempre lo stesso. Manca e l’originalità e la sostanza in questi libri, libri soltanto perché stampati e morta lì. L’inferno che ha sempre gli stessi occhi non affascina nessuno.

    Io ho prima imparato le regole, quelle di cui lei parla. Negli anni dell’incoscienza giovanile, scrivevo come Gabriele D’Annunzio. Posso dire che ho dovuto faticare non poco per liberarmi dall’affettazione dannunziana. Ma questa è un’altra storia.

    “scrittura per istinto” e “scrittura in forma” mi pare argomentativamente inefficace.

    Non nego che una siffatta contrapposizione è fallace ab imis. La mia era una provocazione bell’e buona.
    Spesse volte, ricevo poesie con delle belle idee, ma scevre di qualsivoglia forma. Rispondo agli autori spiegando che l’idea c’è, ma manca la grammatica e un minimo di musicalità, qualche assonanza, etc. etc. Mi mandano al diavolo.

    Su Walt Whitman concordo con lei in pieno.

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  5. Giulio Mozzi ha detto:

    Appunto, Iannozzi: non capisco come possa “parere” che io dica l’esatto contrario di ciò che ho scritto.
    Le poesie dell’archivio sono in stampa. Ho licenziato le bozze l’altro ieri.

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Quando fa così mi annoia. 🙂
    Par quasi che Lei, Giulio Mozzi, auspichi un ritorno…

    Dopo il verbo “parere” metto un “quasi” di attenuazione, uso poi il congiuntivo… Non esprimo una certezza.

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  7. Giulio Mozzi ha detto:

    Mozzi: “Questo foglio è bianco? Tutt’altro: è nero”.
    Iannozzi: “Par quasi che Mozzi voglia dire che questo foglio è bianco”.
    Come faccia a “parere” ciò che pare a te, mi sfugge.

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  8. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    A me sfugge cosa sfuggirebbe a te di lasciare a intendere con ‘sto “parere”. E però posso consigliarti un buon libro.

    E ammetto che un po’ mi mancavano queste nostre conversazioni atipiche, o, meglio ancora, al limite dell’assurdo!

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