“anonimo vaffanculo in un atto unico” – di Iannozzi Giuseppe + promo “L’ultimo segreto di Nietzsche” di Beppe Iannozzi (Cicorivolta edizioni)

anonimo vaffanculo

in un atto unico

di Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe aka King Lear

Iannozzi Giuseppe aka King Lear

Iannozzi Giuseppe (King Lear) secondo Chatterly


promo culturale

frecciaL’ultimo segreto di Nietzsche
(Il ritorno del filosofo a Torino)
nelle librerie Feltrinelli a soli € 11,05

cico_feltrinelli

L'ultimo segreto di Nietzsche - Iannozzi Giuseppe
L’ultimo segreto di Nietzsche (Il ritorno del filosofo a Torino)

Beppe IannozziCicorivolta edizioni
ISBN 978-88- 97424-77-2 – pagine: 230 – prezzo: € 13,00

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Anonimo: (Bussa alla porta, probabilmente con il pugno, più e più volte, producendo un to-toc duro e sincopato)

Io: Chi bussa? A quest’ora non apro a nessuno, nemmeno al padreterno. La mamma m’ha messo sull’avviso, “Non aprire a nessuno.”

Anonimo: (Sempre continuando a bussare, apre becco con voce strozzata) Apri, io sono dalla parte dei buoni. Non vorrai mica mandare all’inferno un povero cristo come me!

Io: Un povero cristo un cazzo! Chi me lo dice che sei povero e che sei un cristo? Eh! Chi? Tu lo dici. Io no. Io sento solo il tuo pugno sulla mia porta e la tua voce.

Anonimo: Ma sei scemo o cosa?

Io: Visto! Cominciamo con gli insulti. Se tu sei un cristo io sono la madonna.

Anonimo: Scusa, siamo partiti con il piede sinistro. Ricominciamo daccapo.

Io: Non t’azzardare. Intendi forse buttarmi giù la porta? No, dimmelo se è cosi, così chiamo la pula e ti faccio mettere le manette in quattro e quattr’otto.

Anonimo: Ma tu guarda se proprio a me doveva capitare un attrezzo del genere…

Io: In che senso?

Anonimo: Uno bussa e tu subito lo minacci che lo fai sbattere al fresco. Ma ti pare modo d’accogliere un povero cristo?

Io: Uno, che tu sia un povero cristo è da dimostrare. Due, chiunque tu sia io non ti ho invitato.

Anonimo: Apri ‘sta porta, per il diavolo! Che ti prenda! Apri, apri, apri, maledetto che non sei altro. Sono io, apri. Te lo ordino.

Io: Chi sei? Io, chi? Tu minacci l’inferno e il diavolo, e io dovrei essere così stupido da farti entrare in casa mia. Manco se strisci come un verme.

Anonimo: Bastardo, bastardo, bastardo mille volte.

Io: Puoi dire quel che vuoi fuori da casa mia, cioè là dove sei, all’addiaccio come un cane pulcioso e rabbioso. Tira pure giù tutte le madonne che vuoi, tanto io non ti apro.

Anonimo: Ma che ti ho fatto? Perché?

Io: Non mi hai fatto niente. E proprio perché tu anonimo non mi faccia niente ti tengo fuori dalla mia vita. Prevenire è meglio che curare. Se ti apro, chi me lo assicura che non sei un porco fascista o un tiranno stalinista? Nessuno. Ecco il punto.

Anonimo: Io sono un buono. Non è colpa mia se sono anonimo.

Io: E che vuoi dire, che una madre e un padre non ce li hai avuti che t’hanno dato un nome? Nessuno t’ha mai battezzato, nessuno mai? Possibile che manco un pretino di campagna t’abbia mai strizzato il pipino nel nome del Padre, del Signore e dello Spiritoso Santo? Non ci credo.

Anonimo: T’avverto: ho un diavolo per capello. Non ti conviene farmi una lavata di testa.

Io: Prenditelo pure in quel posto, per quel che mi riguarda. Neanche il balsamo ti passo, tanto c’avrai sì e no quattro peli messi in croce.

Anonimo: Neanche uno spiraglio… apri uno spiraglio… non potrò essere peggio dei venditori di Bibbie porta a porta.

Io: Mai: nessun orifizio per gli anonimi. Di un anonimo non mi fido nemmeno in punto di morte.

Anonimo: Che esagerato! Mica ti si chiede di morire per credermi.

Io: Hai frainteso: intendevo la “tua” di morte. Neanche se tu stessi tirando le cuoia ti darei retta.

Anonimo: Pezzo di… Le male parole me le fai sgorgare dall’anima.

Io: E’ perché ce l’hai appestata sin dalla nascita. Non c’è cura contro la vigliaccheria.

Anonimo: Perché? Non avere un’identità vuol forse dire che sono un imbelle?

Io: Negarla l’identità, sì, è un atto vile, di vigliaccheria e di terrorismo estremo.

Anonimo: D’accordo: mi chiamo Anonimo.

Io: Senti, mamma mi ha detto di non aprire e io le obbedisco.

Anonimo: Sono Ano & Mimo. Devo scandirtelo…? Già fatto…

Io: Che cosa? Ho capito benissimo che sei un ano, uno dei tanti. Non darti affanno per nulla.

Anonimo: Uno spiraglio! Da un orifizio tanto piccino ci passa a malapena un alito di voce.

Io: Ti sento anche così, con la porta che ti tiene lontano. E devo dire che fai un gran casino davvero: non hai bisogno d’altro. Anzi, metti la coda fra le gambe e vedi di portarti il più lontano possibile da casa mia, altrimenti o chiamo la pula o prendo la lupara del nonno e giuro su Dio che t’impallino per bene.

Anonimo: Che violenza, quanta! E per cosa poi? Solo perché ho bussato alla tua porta.

Io: A momenti me la butti giù. Io non ti ho invitato. Chi te l’ha fatta fare di venire fin qui a rompermi l’anima?

Anonimo: Avevo voglia di far due passi e sono arrivato fino a te.

Io: Bene. I due passi te li sei fatti, ora smamma. Non c’è trippa per gatti. La mamma è stata chiara: “Non aprire a nessuno e non dare a nessuno ciò che è tuo.” T’è chiaro il concetto o te lo devo spiegare con qualche pallino di piombo?

Anonimo: Io sono solo un cristo, uno intelligente. Voglio solo fare quattro chiacchiere.

Io: Le stiamo già facendo.

Anonimo: Ma così non è bello, e poi non stiamo parlando veramente. Siamo qui che discutiamo di nulla. Praticamente Mimo. Mica è bello così.

Io: Per me è pure troppo doverti sopportare mentre stai a grattarmi la porta.

Anonimo: Non offri nemmeno un caffè agli ospiti?

Io: Tu non sei mai stato un ospite. Cacciatelo in testa.

Anonimo: D’accordo, d’accordo, non sono mai stato. Però uno spiraglio, un orifizio piccolo, che ti costa, che ti costa, per dio, un orifizio?

Io: Con la catena?

Anonimo: Eh?

Io: Se ti apro un pochetto, tengo la catena, sappilo.

Anonimo: Hai paura?

Io: Sto già per ripensarci. Meglio di no.

Anonimo: Ma con la catena, ti rendi conto? Come se ricevessi un pregiudicato o peggio.

Io: Un orifizio piccino piccino e con la catena. Non voglio che mi entri dentro anche solo con un piede. E poi sicuramente puzzi. La sento da qui la puzza. Tu sei uno di quelli che non si fa il bagno. Non negare. Niente sapone né profumo né altro. Solo sudore. Magari credi d’essere più macho sporco.

Anonimo: Non ho avuto modo di farmi una doccia ultimamente.

Io: Io non sbaglio mai. Quindi o così o niente?

Anonimo: Uno spiraglio. Vada.

Io: Ecco fatto. Ci passa una lama appena.

Anonimo: No, non è abbastanza per una lama.

Io: Meglio.

Anonimo: Pessimista.

Io: Realista. (guardando in faccia l’anonimo per quel che può vedere) Hai proprio la faccia di un anonimo. Non mi aspettavo proprio niente di diverso.

Anonimo: Ho un volto tipico, niente di che, né bello né brutto.

Io: Siamo realisti: hai la tipica faccia dell’anonimo. Insomma sei proprio brutto. Anzi, di più. Sei così laido che non ti si può dire brutto, sei oltre il concetto di bruttezza. Sei anonimo, è questo il punto. Ma te lo ripeto: non mi aspettavo niente di diverso.

Anonimo: Apri un po’ di più. Non ci passa manco un piede.

Io: Il tuo piede in casa mia non ce lo voglio.

Anonimo: Porco dio! Non ci passa neanche una lama… di luce intendo.

Io: Meglio. Ho già visto troppo.

Anonimo: Lo vedi o no che sono solo un povero cristo!

Io: No. Io vedo un omaccione grosso e oltremodo brutto. Assomigli più a un terrorista islamico, a un sicario della Russia di Putin, che non a un povero cristo. A dirla tutta tu d’un essere umano non c’hai proprio niente.

Anonimo: (facendo il finto offeso, balbettando in falsetto) Che cattivo. Cattivo. Cattivo. Cattivo.

Io: Non mi riesci simpatico, nemmeno se fai le smorfie.

Anonimo: (imperterrito) Cattivo. Cattivo. Cattivo.

Io: E sia: sono cattivo. Se non hai altro da aggiungere io chiuderei.

Anonimo: Ma dài! Ormai siamo intimi…

Io: Intimi? Tu sei tutto matto. Io non ti conosco affatto. Cacciatelo in quella testaccia di legno.

Anonimo: Senti, pezzo di cacca rinsecchita, vedi di fare meno storie e lasciami entrare: oramai è così che deve essere.

Io: Ma vedi di farti dare una sforbiciata a quella lingua che ti ritrovi. E ora… (faccio per chiudere, ma la porta sembra bloccata) Sei un fetente. Togli quel naso dall’orifizio o per quanto è vero Iddio te lo stacco di netto.

Anonimo: E così finisci tu nel torto. Violento che non sei altro. Finalmente ti mostri per quel che sei, mostro.

Io: Io sarei il mostro? Io? Ma mo’ te lo taglio e basta. Poi dimmi pure violento, con voce nasale. (scoppio a ridere in maniera sguaiata) Ti assicuro che il piacere sarà tutto mio: sei un anonimo, uno che il nome e il cognome non ce l’ha, figurati che mi puoi fare. Denunciarmi? E come? In quanto anonimo nessuna autorità ti prenderà mai sul serio, con o senza naso. Vedi dunque che te lo posso tagliare e mantenere integra la mia coscienza!

Anonimo: Sei un porco. Se ti metto le mani addosso, se ci riesco, giuro che te le stringo al collo fino a farti scappare gli occhi dalle orbite. Io ti ammazzo come un verme.

Io: Senti, non ho voglia, non troppa di lordare il pavimento di sangue anonimo: vuoi togliere quella pinna pustolosa dallo spiraglio? Ti sto dando tutte le possibilità… ma tu le rifiuti. Ora smamma, la mamma sarà qui a momenti.

Anonimo: Io non c’ho paura della tua mamma! (e così dicendo tira fuori la lingua di cui si può vedere giusto la punta attraverso l’orifizio-spiraglio aperto)

Io: Hai una lingua ben strana.

Anonimo: E’ una lingua, è rossa.

Io: Ed è qui che ti sbagli. E’ bianca. No, grigia. Ha su una patina grigia.

Anonimo: (preoccupato) Stai bluffando.

Io: Sulla tua lingua? Mah, pensala come vuoi ma se uno mi fa la linguaccia pretendo che sia rossa. E’ questo a indispettirmi. Tu invece mi fai la lingua e che mi trovo davanti? Un tappetino grigio, insulso, una cosa brutta veramente. Secondo me sei malato, ecco.

Anonimo: (seriamente preoccupato, ritirando la lingua in bocca) Grigia. Dici che è grigia e che sono malato.

Io: Non lo escluderei: un giorno ci sei, quello dopo sei sol più cibo per i vermi. E’ la vita. Non ti angustiare. Prima o poi capita a tutti. Certo che è un peccato, mi sembri ancora giovane per andare a trovare il Creatore. Non piangiamoci su.

Anonimo: (balbettando) Grigia, grigia quanto?

Io: Parecchio. Sembra un pezzo di asfalto.

Anonimo: (mezzo panicato) E da che può dipendere? Secondo me non è niente di grave. Ci metto la mano sul fuoco. Già, sul fuoco. Niente di grave.

Io: Se vuoi prendo l’Enciclopedia Medica.

Anonimo: E poi…?

Io: Vedo che dice della tua lingua grigia.

Anonimo: Lo faresti, per me?

Io: Certo. Davanti a un malato non esito mai.

Anonimo: Allora io aspetto qui buono buono, d’accordo? Però tu torna, con l’Enciclopedia, mi raccomando.

Io: Non ti preoccupare. Torno, torno… (mi assento per quasi un minuto, nell’intanto l’anonimo si gratta tutto addosso manco avesse l’orticaria e suda profusamente) Eccomi! Visto che sono tornato! Non abbandono mai un malato terminale io.

Anonimo: Ter… terminale hai detto? Ho avuto come questa sensazione, un fischio negli orecchi: può capitare, nulla di grave.

Io: No. Ho detto proprio “terminale”. Già. Secondo il Professore Budello Grasso Antonio chi ha la lingua grigia, come la tua, ha sicuramente un tumore.

Anonimo: (con un filo di voce) Un tu… un tumore.

Io: E’ una cosa che è nell’anima più profonda, che se ne va solo con la morte del paziente.

Anonimo: (deglutendo) Ma dov’è di preciso il tu-tu…?

Io: Dappertutto. Hai presente lo stomaco? E l’intestino? E il fegato? E i reni e la milza? Ecco, è lì, dappertutto. Non c’è niente da fare. Guarda, mi dispiace dare certe notizie, ma appena ho visto la tua lingua grigia l’ho sospettato. Però non si fa così. Non si viene qui da me per mostrarmi una linguaccia grigia. Mi hai proprio indispettito: io già me la immaginavo tutta bella rossa e sana, e invece mi metti sotto al naso quella cosa schifosa. Sei proprio un maleducato, anonimo.

Anonimo: Oddio!

Io: Suvvia, si muore solo una volta.

Anonimo: (disperato) Oddio, oddio, oddio… non a me… non a me… mi sento mancare… Oddio, mi sento mancare. Muoio, muoio come un vitello al macello.

Io: Che esagerato!!! Un vitello al macello. Sei troppo grandicello e poi non mi sembri per niente così innocente. Semmai sei proprio… grigio. Già, grigio è l’aggettivo giusto.

Anonimo: (sempre più disperato) Non mi far morire.

Io: Io non posso farci niente. Riconoscerai che ho fatto tutto il possibile. Non fosse stato per me saresti morto senza neanche sapere perché.

Anonimo: (pensando) Sì, hai ragione. Ma io non posso morire.

Io: Se vuoi ti chiamo l’ambulanza.

Anonimo: Ma farà in fretta?

Io: Glielo dico io che sei un caso disperato, di fare in fretta frettissima.

Anonimo: (quasi commosso) Grazie… non fosse stato per te. Oddio, oddio, oddio… (prende a disperarsi, a farneticare, a tirare fuori la lingua e a tirarsela con le mani…) Se solo potessi strapparmela, se solo potessi…

Io: (con voce angelicata) Delle tenaglie?

Anonimo: Tenaglie? Ma certo. Dammele.

Io: Non so mica se ce l’ho. Intanto chiamo l’ambulanza, poi vedo per le tenaglie. Aspettami qui, io torno, non ti lascio da solo in questo stato. (mi assento per un minuto buono e torno con un bel paio di tenaglie tanto affilate quanto arrugginite) Sei un uomo fortunato. L’ambulanza arriverà a minuti, intanto eccoti un bel paio di tenaglie. Te le passo.

Anonimo: (prendendo le tenaglie attraverso lo spiraglio) Oddio, che belle.

Io: Avanti, strappala quella linguaccia grigia. Quelli dell’ambulanza, anche loro l’hanno detto che è la sola via da tentare. Se non perdi più tempo, forse con un po’ di fortuna…

Anonimo: (esitante) Ma farà un maleee… boia giuda!

Io: Puoi sempre decidere di morire senza neanche avere tentato di salvarti.

Anonimo: (che ha ripreso un po’ di coraggio) No, questo mai. Me la strappo. Meglio muto che morto.

L’anonimo con le tenaglie in mano, prima esita, poi tutto d’un colpo se le caccia in bocca e strappa la lingua. Dalla ferita sgorga una fontanella inarrestabile di sangue. La lingua è volata via, sul ballatoio.

Nell’intanto è arrivata un’ambulanza: i barellieri accorrono verso il ferito cacciandogli in bocca una spugna per tamponare la ferita, che continua a vomitare rosso rossissimo sangue.

Un barelliere scivola. Impreca col culo per terra: è scivolato sulla lingua tagliata dell’anonimo. La prende in mano, oramai ridotta a un po’ di carne sanguinolenta. Sospira, scuote il capo, sospira di nuovo come a significare che il mondo è pieno di matti.

Io: (aprendo la porta) Ma che è successo?

Barelliere: Un anonimo ci ha chiamati dicendo che c’era un suicida, probabilmente un pazzo, che minacciava di staccarsi la lingua con delle tenaglie e che dovevamo far presto. Abbiamo fatto presto ma non abbastanza. Quel poveretto rimarrà muto per la vita, ammesso che sopravviva. Ha perso tanto di quel sangue… E quanto ne vomita. Un’emorragia così, giuro, mai vista in vita mia.

Io: Vedo. Un lago praticamente.

Barelliere: Infatti. E c’è il rischio che quel poco che gl’è rimasto sia di tetano.

Io: In che senso?

Barelliere: Si è strappata la lingua con delle tenaglie piene di ruggine. E lo vede? (fa il gesto d’indicarlo con l’indice della mano) Ecco, è grigio: ha un colore davvero brutto, tipico di quelli che hanno preso il tetano. Quello, glielo dico io, non se la cava nemmeno se viene giù la Madonna. Tempo un giorno, se gli va bene, e avrà smesso di soffrire.

Io: Che tragedia. Chi poteva immaginare una cosa del genere.

Barelliere: Coi pazzi bisogna stare attenti. Fanno del male agli altri spesse volte, ma soprattutto a sé stessi. (in un sussurro, parlandomi in un orecchio) Sarà sincero: io sono uno di quelli che i manicomi li riaprirebbe. Per certa gente è l’unica soluzione possibile. Se fosse stato in un manicomio, sarebbe legato e in un angioletto sporco a mangiare i suoi stessi escrementi, ma se non altro sarebbe vivo. E invece quello ci muore in ambulanza.

Io: Si sa nulla di chi ha chiamato?

Barelliere: Un signore anonimo, molto posato. Un santo. Un altro l’avrebbe lasciato morire come un cane, dissanguato. Non ha detto il suo nome, uno che non ci tiene a salire alla ribalta della cronaca. E’ evidente. Un signore. Ora devo scappare… l’ambulanza mi aspetta.

Io: (falsissimo) Speriamo che se la cavi.

Barelliere: (facendo una brutta smorfia e scaccolandosi nel contempo) Quello ci muore in ambulanza. Ne ho visti tanti così, grigi… Ci muore prima che arriviamo in ospedale… (e così dicendo se ne va trotterellando)

Io: (a mezza voce) Adesso chi glielo dice alla mamma? Mi tocca… devo pulire, lavare tutto questo sangue altrimenti la mamma…! Ci tiene così tanto che sia tutto ben pulito, che il tappetino sia un modello di pulizia. Devo lavare. Tutta colpa mia. Non avessi aperto quell’orifizio adesso non dovrei sgobbare. Colpa mia, sì. Ma d’altro canto, sono solo un bambino, che altro potevo fare? Niente. Proprio niente. Però mamma tutto questo rosso sangue non lo deve vedere altrimenti me le suona. Meglio lavare, lavare, lavare…

Fine

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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