TESTI DI ANTONIO BUX TRATTI DA: TRILOGIA DELLO ZERO – VOLUME II

TESTI DI ANTONIO BUX TRATTI DA:
TRILOGIA DELLO ZERO – VOLUME II

Antonio Bux

Antonio Bux

Fonte: antoniobux.wordpress.com

*

Mi è spuntata un’unghia sul collo;
è la matrice sonora degli anni.
Perché se cresce, canta lungo
il midollo spinale, un vortice bianco;
perché se spezza, il nodo invisibile
del tempo, è come un dente incarnito
che bussa solo quando duole. Perciò
la taglio via ogni mattino col bisturi
della memoria, ne faccio una carta vuota,
un secchio di ricicli che non cestino
in una sola volta. Poi però nel letto, la sera
sento un rumore dentro il cuscino: è la carie
più profonda del sogno, è il battito preciso
del fiato, il lungo dolore piantato di dentro.
Allora la lascio crescere, la molle espunzione:
affinché attorcigli, quell’unghia, il corpo come
un bossolo alla liana del sonno; affinché dorma
la notte al suo ritmo, mentre io muoia strozzato
al mio risveglio, col mio giorno teso, in muto sodalizio.

*

Succede così, dopo il tramonto,
una funzione ventricolare
immettere caos nel mondo,
con il corpo ventriloquo
mimare i segni dei pesci
nell’accatastarsi delle acque,
e le braccia inchiodate nel flusso
profondo dell’ascolto, e una selvaggia quiete
profondersi dalle gore del risveglio; ma mentre
tutto questo accade, rimane la nostalgia
di quell’altro universo caduto indietro,
dove ospiti eterni risanano le ferite,
le ossa storte del meccanismo, e invece qui
continua la manomissione dell’eterno,
incisa su una breve lapide, la pupilla dell’universo
che si spoglia di sé, scartando il cuore in un sussulto.

*

“Ciascuno indossa un mese
nello sguardo, la porta di ogni era.
Io, di mio, trascorro nell’ottobre
la stagione chiusa, la cromosfera
di ogni giorno, quando entro dentro
nella punta dell’anno, come un magnete
che mi avvicina alla fine del calendario
senza percepirne la gravità dei secoli,
e più non so la meta iniziale,
la data dalla quale rientrare”
Per un tempo che pare fosse
di metallo, grigio al centro
hai tintinnato nel corpo fino
a diventare suono. Ma il problema
successivo fu ricordarsi
dell’improvvisazione, della nota
giusta da trascrivere
sul pentagramma pensiero.
E allora più che un tocco di luce
preferisti tornare rumore,
e raffreddare sui bassi
i volumi della memoria,
perché questo tempo scorre
a giradischi, fuori traccia
e occorre ricaricarne la punta
per continuare a vibrare,
oppure restare ascoltati all’indietro,
come quel vinile parlando al futuro
prestato tanti anni fa,
di cui oggi ti rimane
solo la copertina.

*

A Oliverio Girondo
Arriva sempre il mio pensiero
in ritardo rispetto a un altro
pensiero che prima di me
muove un pensiero e che forma
il mio pensiero quando lo penso.

E quando mi muovo c’è sempre
un altro corpo che si muove
molto prima di me indicando
il giusto vuoto dove finirà
il mio corpo poi muovendosi.

Come quando entrando
in una stanza subito scopro
che già vi ero dentro
prima ancora di esservi entrato.

O che, parlando, io dica già
parole dette poco prima
allo stesso orecchio
di rimando, nel suono a specchio
che ascoltando mi parlava.

Per questo, forse, non potrò
morire prima di me stesso,
dato che sarò già morto
prima ancora di finire sottoterra,
e piangerò me stesso tanto quanto
altri sconosciuti lì con me sparendo
mentre mi accompagno giù al camposanto

*

Voi che andate al
mare e bagnate
le costole e date
ai piedi le forme
di sabbie precedenti;
voi che poi ci raccontate
con la mente spellata
il vostro tempo di quiete,
di ore menate alle onde,
e quanto spreco di luce;
voi che saggiate, dunque,
le inibizioni iridate
e spiaggiate in domande,
il promontorio quello vero
l’avete mai disceso,
dove rischiara la valle
la gramigna rampicante
dietro le spianate invidiate
dall’occhio straniero, per quelle strade
che son tocchi di sete, dove mutano erbe
ai primitivi contorni, e l’aneto il virgulto
del feto ad imbuto, nella piazza di cicale
espande musiche ai venti e riforma gli schianti,
l’avete mai intravisto, voi, il buco del grembo
dove dal fico rivive e nell’ulivo poi tace
il simbolo radice plasmante terrestre?

*

“Ogni giorno il volto torna
dentro -si dimezza-
inizia a fingere il ritardo:
ed è allora che scorre lento
e prende tempo dallo sguardo
fino a quando poi non diventa
rotto al centro, un cedimento
di futuro che non realizza
il suo distacco, anzi preme al fianco
la disobbedienza della materia”

Tutto un futuro a scrivere dei nodini
di giochi intrecciati da bambini,
poi di colpo dismessi, arrotolati
affinché sian stati, ben bene
nel cigolo d’infanzia, due carene
a chiusa di mantice e fervore altrove
tra gli spazi incastrati e quelli mossi
perpendicolari alle scene, danzando
tip-tap a memoria qualcuno nel flusso,
e ancora tic-tac da soli al rientro soffiando
non stando nel cerchio, ma di colpo lanciati
a caso tra barriere, stretti di striscio, limati
troppo pochi, e dopo troppo esuberanti, perciò
distanti, nella breve genie, tra chilometri di genti
distrattamente lontane, aderenti per dismisure
cerchiando intorno ma mai nel dentro, piuttosto
nel fondo, a risacca, raschiando di più vive paure
a rilento, di specchio, che piano riflette in ciascuno.

*

“Tutto questo prima o poi finirà.
Saranno sparite le parole bianche,
gli spazi concessi, e tutto tornerà
al silenzio di sempre. Tutto questo
finirà finalmente. Finiranno le poesie
mantenute su un piede giocando
al tavolo del vizio; finirà anche la prosa
ammaestrata dei coccodrilli, senza più lacrime
finiranno le letture spente, e i libri confezionati ad arte,
finiranno i dibattiti porosi, le prefazioni di giganti morti
finiranno le sorprese, e lo stupore di quel verso pulito
tornato alla vita solo per dirmi: è finita, adesso ricomincerà”
Esordiremo al di là. Non importa
se sarà la vanga o il piccone
del verso, ciò che inciderà
la traccia dell’abisso. Lì troverà
l’universo la sua precipitazione.
E del resto, ben poco si alzerà
dal fuoco incavo del mezzogiorno
e niente muoverà l’ombra del masso
neanche l’aria dal ventre mutando
il solco del prossimo sotto la terra;
ma più denso il cammino, guardando indietro:
un feretro di vetro per ogni sguardo rifletterà
la scritta fragile, l’indicibile interno, l’incudine
senza peso, dove galleggiando sprofonderà l’ago
del nostro vincolo. Ma noi non verremo a bucare
l’angolo più sicuro del giorno: ma piuttosto cuciremo
la morte ai suoi strappi, portandone la ferita sorridente
la condivisione del graffio, nella solitudine della difesa.

*

“Ci vuole grande ragionevolezza
ed un volo molto basso
per dire tanto con poco come
quando il picchio staglia la corteccia
dell’albero per mangiare il verme,

e non solo avere tempo di sistemare
due pagliuzze su un nido abbandonato
dallo stesso picchio rimasto orfano del becco.

Che poi il verme
a cosa serve,
se non a digerire
tutto il tronco già marcito
nello sfrondare precedente,
quando, per scovare il verme,
il nostro picchio dimenava
duramente il becco cieco
senza accorgersi che altri vermi
nel frattempo rosicchiavano la sua lingua
e gli entravano furbetti giù nel fegato.

Perciò ci vuole grande acume
nel mangiare dentro il piatto altrui
senza lasciare che la foga
prenda solo il piatto e lasci il cibo
incolume per la bocca
di quell’altro o di chi per lui”
Api e cani
si uniscono all’incendio.
Nel profilo dell’edera
si arrampica invece al palo
la costruzione del destino,
mentre grida, nell’inchiostro
tutto il sangue della mutazione,
il punto nevralgico del volo
di un insetto irriconoscibile.
Eppure lo vedi, rapamarcia
col sussidio del silenzio
avvolgere la geometria
delle schiere, frontali al mondo
nel bisogno, e la fronte sostenuta
farsi quadrata per approssimazione
dando contro al muro. Ché non basta
sapere la comodità della bocca
o lo spianare di frazioni, dilatando
nel disegno, il compasso futuro
fino a soffiare contro fiale spente
tutto il respiro rimasto dentro.
Ma non c’è vortice che rimanga
aperto fino allo smarrimento completo.
Di qui a vent’anni saremo soli ancora
circondati dalle ruote, un doppio gioco
dall’ingranaggio rotto, al ritmo
di ogni inutile infinito.

*

“Le cose procedono di lato, a copertura
di un invisibile improvvisando la presenza
perciò esistono nell’usura (come un contatto:
accade solo se cresce nel pensiero, l’idea
del già dentro, prima ancora, deconcentrando
il mezzo, la sutura, lama che non taglia uscendo)
per questo ci si muove a scatto, nel perpendicolare
dell’abbaglio: ché basta spostarsi in contro tempo,
poi a risucchio entrare nel dettaglio, inceppando il centro
e sciogliere la legge del movimento, tardarsi un attimo
prima del vuoto, scorrersi accanto, tergiversando tutto”

È possibile deviare il percorso, fare un decorso
a retrocedere: perdersi prima della nascita; poiché
tutto nuota dentro, sproporzionato nel nucleo
un’onda diagonale (ché non taglia dal centro, anzi
schiuma solo ai lati, fa una pozzanghera nell’angolo)
perciò dell’acqua si ignora la lunghezza ma non la forma:
si conosce l’esatto frizzare della bolla, il gorgo a sorprendere
-del tuffo- il buco che rimpiazza. Dunque si fa come un lago
parlando: un discorso a specchio, dove quell’altro che muove
la superficie non pensa, tirando il sasso parola, non si tiene a galla
(quindi tutto è destinato ad affondare, ché riemerge solo una sponda
e non l’intera isola); sprofonda come una nave: con la morte in poppa.

*

a T.S. Eliot
“Di livelli, sono piene le onde.
Guarda il mare, così terrestre.
Quasi un tappo, che preme l’atmosfera
la chiude a cielo. Un rovescio nella porta
del mondo. Col solo rumore non si apre.
Ma così dura appare la finestra sul fondo,
che l’acqua riempie il respiro tutto, e ascolta
dal profondo della superficie, un dilatarsi di voci
mentre nell’azzurrarsi delle cose, l’orizzonte
sospinge la marea, il risalire dell’ultima risacca”
Ora che l’acqua e la polvere sono
la fanghiglia del mio ventre teso
nello sconquasso brutale della materia
avverto la minima immersione del luogo
nelle voci assorbite dal flusso intermittente
graduale del moto, dal riverbero del corpo
l’autonomo scavare dell’ombra sulla sabbia
nell’immersione minerale -vellutata marina
ghisa oltre corrente- bagnando all’impatto
dove l’acqua è impermeabile al gesto
l’interno melmoso del flusso
nell’abrasione dello stacco dall’onda
che spinge verso il centro
nel fondo del nucleo più azzurro.

TESTI DI ANTONIO BUX TRATTI DA:

“TRILOGIA DELLO ZERO – VOLUME II”

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a TESTI DI ANTONIO BUX TRATTI DA: TRILOGIA DELLO ZERO – VOLUME II

  1. furbylla ha detto:

    decisamente coinvolgente..
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Lo penso anch’io. Le poesie di Bux sono qualcosa di bello e innovativo nella poesia italiana, che oggi come oggi, a mio avviso, ha pochi talenti. E Bux è un talento genuino.

    Ne parlerò meglio a breve con una intervista all’autore, anzi al Poeta.

    beppe

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